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AMINA: Storia di una femminista durante la primavera araba
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AMINA: Storia di una femminista durante la primavera araba

Giulia Lanfredi

Sarò sincera: i protagonisti delle rivoluzioni mi hanno sempre affascinata. Quando però sono venuta a conoscenza della storia di Amina ho capito subito che nel suo caso il fascino rivoluzionario è solo una piccola parte delle ragioni per cui guardo alle sue azioni con una certa ammirazione.
Premessa: non condivido necessariamente i suoi mezzi, per lo meno non tutti, ma mi trovo senza dubbio d’accordo con i suoi ideali e con le motivazioni della sua protesta. Penso che chi decide di dedicare gli anni migliori della propria vita, quelli che potrebbero essere i più liberi e spensierati, a cercare di dare un contributo concreto affinché il mondo in cui viviamo divenga un posto migliore, sia per lo meno una persona la cui storia valga la pena di essere ascoltata.

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Chi è Amina?

Amina Sboui è nata il 7 dicembre 1994 in Tunisia, da una famiglia benestante appartenente alla borghesia medio-alta del paese. Credo che le parole più adatte per descriverla siano fondamentalmente due: Amina è una ribelle ed un’attivista. Nei suoi soli quasi 21 anni di vita infatti si è dedicata ad attività di protesta politica nei confronti prima della dittatura di Ben Ali e poi del regime integralista islamico instauratosi in seguito alla cosiddetta Rivoluzione Tunisina (o Primavera Araba). Tuttavia il suo impegno a favore della libertà di espressione e della laicità per il suo paese si sono da sempre fusi con la lotta per i diritti delle donne, non solo in Tunisia ma nel mondo arabo in generale. Insomma, Amina è anche una femminista. E’ proprio a causa di alcuni suoi atti di protesta che il nome di Amina è diventato famoso in tutto il mondo nel 2013. Ma una cosa per volta…

La lotta politica e la primavera araba

Amina sin dalla prima infanzia è sempre stata una ragazzina sveglia e dal carattere forte. Nel suo libro “Il mio corpo mi appartiene” racconta aver sempre avuto uno spirito ribelle ed una voglia irrefrenabile di combattere contro ciò che le sembra sbagliato.
E’ proprio alla fine dell’infanzia che si rende conto di non vivere in un paese libero, in cui le persone non possono dire liberamente quello che pensano. Amina racconta di essere giunta a questa conclusione a 13 anni: dopo che a scuole le era stato spiegato il problema dei conflitti nel vicino Medio Oriente, decide di voler fare qualcosa per esprimere solidarietà nei confronti del popolo palestinese oppresso, nello specifico organizzare una manifestazione. Con l’innocenza di una ragazzina di tredici anni non si fa fermare dagli ammonimenti degli adulti che le dicono che per manifestare in piazza serve un’autorizzazione della polizia: lei dalla polizia a chiedere il permesso ci va di persona. Il risultato è che si vede derisa e poi schiaffeggiata dai pubblici ufficiali. La cosa più scioccante per Amina è il fatto che i suoi parenti, amici e conoscenti riescono a finta di niente. A lei vivere in un paese non libero fa mancare l’aria, agli altri non importa nulla finché possono continuare normalmente la loro vita.
Al liceo inizia ad avvicinarsi ad ambienti anarchici, conosce amici attivisti ed organizza manifestazioni nella sua scuola. Viene anche a contatto con i veri sovversivi che organizzano azioni di lotta al governo, tramite il padre di una sua amica che la ammette nell’ambiente. Frequentando la loro casa impara pian piano come funzionano le cose nel mondo, conosce persone intellettualmente stimolanti con cui può discutere di politica (di cui non si parla mai in casa sua), entra a far parte della comunità.
Quando nel 2010 iniziano gli scontri nel paese – la cosiddetta Primavera Araba – Amina partecipa attivamente a molte proteste. E’ un’attivista: agisce. Nel gennaio 2011 viene arrestata in piazza a Tunisi per aver partecipato ad una manifestazione sindacale, e picchiata brutalmente dai poliziotti. Viene rilasciata senza conseguenze penali perché minorenne (ha 16 anni).

In seguito agli episodi caldi della Rivoluzione, all’arresto e la violenza, alla pesante condanna della sua famiglia nei confronti delle sue azioni, decide di continuare gli studi liceali in un collegio fuori Tunisi, abbandonando la casa natale. In questo nuovo ambiente, più chiuso rispetto a quello in cui è cresciuta, non perde occasione di farsi notare per il suo abbigliamento grunge, i capelli corti e tinti, le sue idee sempre orgogliosamente proclamate e la sua indole ribelle. Il sogno della Rivoluzione, in cui tanto aveva creduto sperando che la libertà potesse davvero arrivare, è svanito: l’integralismo religioso ha preso il posto della dittatura di Ben Ali, ma per Amina le battaglie non sono finite. Anzi, sono appena cominciate.

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La lotta femminista e le foto online

Proprio in questo periodo, mentre è una studentessa in collegio nel febbraio 2013, navigando in internet si imbatte in alcune immagini che fanno scattare qualcosa in lei. Quello che Amina trova sono fotografie della protesta di alcune donne indiane del Kashmir, che manifestavano completamente nude con uno striscione inneggiante “Indian Army Rape us. Si trattava di una protesta contro gli stupri, un enorme problema in India, spesso purtroppo considerati una cosa normale. Mostrare il proprio corpo nudo in risposta all’oppressione maschile, usare i corpi femminili in ambito di una contestazione politica era qualcosa che Amina non aveva mai visto prima. Dice nel suo libro:

<<Le donne si servivano dei loro corpi mostrandosi agli uomini, come libri aperti. Il corpo della donna, così spesso disprezzato, sfruttato, manipolato, violato, diventava una bandiera>>

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Continuando ad informarsi su questo fenomeno viene a conoscenza del gruppo delle FEMEN e si mette in contatto con Inna, una dei capi del movimento, per chiedere di fare qualcosa di simile anche in Tunisia. Inna le risponde che un’azione organizzata richiede tempo e preparazione, ma le consiglia di iniziare ad agire da sola per sondare il territorio e provocare una prima reazione popolare. Così nel Febbraio 2013 carica su Facebook una fotografia che la ritrae nuda dal busto in su, con un scritta sul petto: FUCK YOUR MORAL!
Racconta Amia:

<<L’idea che sarei stata assimilata alle Femen, che sarei precipitata in un vortice, non mi ha nemmeno sfiorata… Nella mia beata innocenza, ero soprattutto sincera>>

Come è facile immaginare, un terremoto è iniziato nella sua vita. Tra i suoi contatti online molti hanno supportato la sua azione, ma altrettanti le hanno rivolto insulti e minacce, tuttavia questo primo gesto ha una visibilità limitata. Tra i messaggi che riceve però uno la colpisce particolarmente: “Sei una vergogna per la tua famiglia… Il tuo corpo non ti appartiene!”. Ecco che di nuovo qualcosa scatta nella testa di Amina, ovvero l’idea per una seconda foto. Due settimane dopo la prima immagine, l’8 marzo (Giornata Internazionale dei diritti delle donne) pubblica una seconda foto in cui sul petto ha scritto: IL MIO CORPO MI APPARTIENE. NON E’ L’ONORE DI NESSUNO. Questa volta però le Femen condividono la sua foto sul loro sito: tutto il mondo la vede.

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Femminista perché…

Amina spiega che la sua determinazione nel combattere per le condizioni delle donne nel mondo arabo ha radici nella sua infanzia e nella sua esperienza di vita. Fin da piccola è cresciuta in una società in cui i ruoli di genere sono molto ben delineati: le viene insegnato a crescere come una ragazza, a vestirsi come una ragazza, a comportarsi come una ragazza, a stare sempre al proprio posto.

“Non parlare coi ragazzi. Non mettere gonne troppo corte. Non truccarti!”

L’unica vera realizzazione che è riservata ad una donna è il matrimonio, ed il divorzio non è mai una soluzione da prendere in considerazione, anche quando l’amore svanisce o peggio quando le violenze domestiche sono all’ordine del giorno. Nonostante il pesante imprinting culturale però, Amina presto capisce che:

<<Tutti, maschi e femmine, eravamo nati con la medesima capacità di riflettere, di farci un’opinione, di discutere. Naturalmente all’epoca (da piccola) ero troppo giovane per spiegare a parole quel che sentivo. Ma quella rivelazione, l’idea che eravamo tutti dotati della stessa intelligenza e soprattutto dello stesso inalienabile diritto alla libertà, indipendentemente dal sesso, non mi ha più abbandonata e mi ha anche confortata durante gli anni dell’infanzia, segnata da alcuni avvenimenti piuttosto violenti>>

Gli episodi violenti a cui fa riferimento sono gli abusi sessuali subiti da bambina, per mano del figlio di una vicina di casa che le faceva la babysitter, il quale che le spacciava il sesso come un “gioco segreto”, che lei non riusciva a comprendere ma che si era fatta convincere a non raccontare a nessuno. Gli abusi avvenivano nell’omertà degli adulti che le stavano intorno: il padre del ragazzo scoprì la cosa, ma di fatto non fece mai nulla. Quando attorno ai 14 anni Amina capisce cosa le era successo prova a parlarne con la madre, ma nemmeno qui ottiene aiuto, solo l’accusa di essersi inventata tutto per coprire i suoi atti sessuali consenzienti con uomini adulti.
Amina si sente sporca, in colpa perché impura, provava vergogna per esserci stata, per la sua ingenuità, per non aver detto nulla. Ricorda e racconta la sua disperazione pensando che sarebbe finita all’inferno. Il periodo della pubertà, della crescita e della scoperta della sessualità è difficile e complicato, le serve tanto tempo per capire che la colpa non era sua ma delle persone che avevano abusato di lei. Uscire dalla forma mentis che le era stata inculcata fin da bambina e che sottendeva che fosse comunque colpa della vittima, è molto difficile:

<<Era inquietante accorgersi di quanto fossi stata mio malgrado segnata da una morale malsana, che mortifica il corpo, la femminilità e la sessualità. Tutti quegli argomenti erano tabù, e ogni bambina doveva arrivare da sola a capirci qualcosa.>>

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L’inizio delle disavventure

Con la pubblicazione della foto sul sito delle Femen arrivano minacce di morte da parte dei fondamentalisti religiosi, la famiglia si allarma e inizia e cercare di riportarla a casa. Viene sostanzialmente rapita e segregata dai parenti, aggredita e schiaffeggiata dalla sua stessa famiglia, tagliata fuori dal mondo. Amina racconta che in realtà essi volevano solo proteggerla: <<I miei genitori non hanno mai pensato che fossi pazza. Pensavano però che farmi passare per svitata fosse una buona strategia per proteggermi dalla vendetta degli estremisti islamici e di quelli che pensavano che fossi un demonio>>.

Così la sottopongono a cure psichiatriche, la costringono a prendere antidepressivi che la inibiscono mentalmente e a sottoporsi a sedute di esorcismo. Amina riesce tuttavia a fuggire dalla prigione domestica e vive un po’ come può, di nuovo ospite di conoscenti e altri attivisti. Nel luglio del 2013 però decide di andare a Kairouan al raduno annuale degli islamisti, per manifestare contro l’integralismo religioso. La segregazione non ha spento l’attivista: prepara uno striscione con la scritta “La Tunisia è un paese laico. Le sue donne sono libere” ma non riuscirà mai ad esibirlo.
Nel mezzo della manifestazione infatti decide impulsivamente di scrivere sul muro di un cimitero (accanto alla Grande Moschea) la parola “FEMEN”. Questa volta non riesce a scappare: viene arrestata e costretta ad affrontare un duro processo in cui gli islamisti la accusano di aver profanato un luogo sacro, e di oltraggio al pudore.

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La libertà

Grazie alla notorietà raggiunta a livello internazionale in seguito alle sue fotografie, molte persone si mobilitano in suo aiuto, sia in Tunisia che in Francia. Alcuni avvocati si offrono di assisterla, e un comitato spontaneo si forma fuori dal carcere per aiutarla e sostenerla. Alla fine dei 75 giorni di prigionia riesce a recuperare il passaporto, che era sperso a casa dei parenti, e grazie al sostegno esterno fugge in Francia.
Oggi Amina vive Parigi, dove sta completando gli studi e continua ad essere un’attivista e a combattere per ciò in cui crede.

Il rapporto con le Femen

Il rapporto di Amina con il gruppo delle Femen è senza dubbio uno dei punti più controversi della sua storia. Lei stessa nel suo libro racconta che sebbene <<Tutto è cominciato sotto il loro impulso, ma in seguito mi sono allontanata dal loro movimento>>. Non si è mai sentita pienamente una di loro, e dice di non aver mai trovato chiare le loro fonti di finanziamento. <<Ho trovato che gli ultimi interventi pubblici delle Femen fossero poco intelligenti,provocatori senza essere costruttivi: che senso ha per esempio che venissero a simulare una preghiera musulmana a seni nudi davanti all’ambasciata tunisina a Parigi? Loro si trovavano in Francia, dove non rischiavano niente, mentre la mia famiglia era sempre più minacciata in Tunisa. Per me era un’azione sterile ed egoista. Si servivano del mio caso per fare più rumore possibile, senza essersi prima interrogate sull’efficacia del loro gesto […] Per questo ho deciso di dire pubblicamente che non appartengo al gruppo delle Femen e che non ero sempre d’accordo con le loro azioni>>

Sogni per il futuro – Perché Amina è una persona da ammirare (o per lo meno da ascoltare)

Amina ha deciso di raccontare la sua storia in un libro (Il mio corpo mi appartiene, edito in Italia da Giunti) per spiegare quali sono le motivazioni dietro ai suoi gesti. Il suo intento è quello di parlare a quante più persone possibile per diffondere il suo messaggio, condividere il suo sogno: vivere in un mondo libero. La dedica infatti è“Ai cittadini del mondo. A tutti quelli che credono nella pace.” Le sue battaglie sono universali, non sono limitate alla Tunisia e al mondo arabo:

<<Mi piacerebbe vivere in un mondo in cui non esiste la nostalgia di casa perché il mondo intero è la nostra casa […] Sogno un mondo senza razzismo, senza omofobia, senza xenofobia, un mondo d’amore, senza frontiere… un mondo di pace, di musica. Un mondo che abbia per slogan “Libertà, dignità, giustizia sociale”, il mio slogan preferito durante la Rivoluzione Tunisina. Innanzitutto perché in Tunisia bisogna ancora gridarlo forte e chiaro, visto che i cittadini non godono né di libertà né di dignità e la giustizia sociale non esiste. Ma anche e soprattutto perché questo slogan è universale e tutti noi possiamo sentirlo come nostro>>

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Alla luce dei recenti episodi in cui l’umanità ha mostrato il suo lato peggiore e più barbaro, penso che in fondo abbiamo ancora bisogno di tanti giovani uomini e donne con il coraggio di Amina. Il coraggio di manifestare per ciò in cui si crede e si sogna, ovvero un mondo fatto di pace, rispetto ed eguaglianza.

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