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Andrea Manzoni: la vita parigina tra crossover, imprenditoria ed integrazione di un’eccellenza musicale italiana

Andrea Manzoni: la vita parigina tra crossover, imprenditoria ed integrazione di un’eccellenza musicale italiana

Andrea Manzoni è un pianista, compositore, produttore e performer.
Un musicista estremamente creativo, che rappresenta la nuova generazione di pianisti grazie alle sue atmosfere dalle forme innovative che spaziano dal jazz all’elettronica passando per il rock e la musica per film, un vero mago del “crossover”.
Da quando ha iniziato a comporre si è esibito in tutto il mondo: da New York, a Londra, passando per Roma, Cambridge, Tunisi, il Blue Note di Milano e l’Heineken Jamminʼ Festival.
La sua musica ha un sapore internazionale, scavalca confini, nazioni, accordi, categorie ed etichette di genere.
Il principio della contaminazione sonora è il leitmotiv che gli ha consentito di esplorare universi sonori apparentemente diversi tra loro e di viaggiare, non solo metaforicamente, ma in concreto lavorando con artisti e in Paesi estremamente differenti: dalla rivisitazione della musica armena con la cantante americana Rosy Anoush Svazlian fino alla collaborazione con il compositore Elvetico Marcel Zaes per il progetto elettronico Sjo, alternando la realizzazione di colonne sonore per produzioni cinematografiche internazionali e l’impegno nella scrittura musicale per danza e teatro.
Dal 2014 abita in pianta stabile a Parigi.
Una scelta che gli ha fatto mettere in discussione tutto ciò che fino ai suoi 35 anni aveva costruito e che al contempo gli ha permesso di sviluppare la sua vocazione per l’internazionalità e la sperimentazione. E che tuttavia, non lo ha allontanato definitivamente dalla sua terra d’origine mantenendo vivo un forte legame.

Andrea, sei un musicista ed un expat ormai da qualche anno, a tutti gli effetti, in Francia: quando e perché hai deciso di andare via dal nostro Paese?
Sono sempre stato in equilibrio tra due nazioni sin dall’età di 20 anni quando iniziai la mia collaborazione con la RSI (Radio della Svizzera Italiana) in qualità di musicista e compositore. Un conto è essere molto all’estero per tour e progetti ed un altro è scegliere di trasferirsi per andare oltre. Quattro anni fa presi le valigie, affittai un furgone e con la mia allora ragazza (adesso mia moglie) partimmo. Avevo fatto un lungo tour in Francia nel 2010 ed avevo un po’ di contatti che pensavo di poter utilizzare per iniziare a lavorare come musicista a Parigi. In realtà nel momento in cui decisi di espatriare ci fu un incremento enorme del lavoro tra teatro, concerti e produzioni. Probabilmente sentivo che era la scelta giusta. Avevo la percezione di non crescere più restando in Italia, mi sentivo fermo, schiacciato da tutta una serie di dinamiche che sicuramente la maggior parte delle persone conoscono benissimo. Sentivo il bisogno di dare uno slancio diverso alla mia carriera. Ad oggi posso dire che questa è stata una delle scelte migliori che abbia mai fatto.

Come sei stato accolto? Cosa significa integrarsi in Francia? Siamo considerati una minoranza?
Diciamo che l’accoglienza parigina non è sicuramente delle migliori. Non tanto per come vengono visti gli italiani ma perché è una città molto complessa nella quale vivere, molto cara, con una grande competizione e con, ahimè, un alone di negatività che avvolge i parigini e che cerca di intromettersi ogni istante tra te ed i tuoi obbiettivi. Integrarsi è molto difficile e anche quello diventa un lavoro. Lo studio della lingua, fondamentale; se l’italiano medio pensa che l’Italia sia una nazione di “scartoffie” e burocrazia di ogni genere è perché non ha mai avuto a che fare con lo stato francese, la sanità (meravigliosa), la previdenza sociale, la ricerca di un appartamento, e molto altro. Il tuo dossier personale con all’interno la tua vita diventa parte di te, come una seconda pelle.
Sotto ad un’ascella il dossier e dall’altra la baguette.
In qualunque ufficio tu debba andare sai che comunque ti mancherà un documento, un foglio compilato sbagliato, una foto, e molto altro. Detto questo, nel momento in cui riesci ad entrare nel loro sistema ed a capire come navigare all’interno dei loro schemi mentali (diciamo che l’educazione Cartesiana che ricevono sin da piccoli non li aiuta ad essere molto “open mind”) tutto funziona decisamente molto meglio che in Italia.
Gli italiani residenti in Francia non sono assolutamente una minoranza. Sono circa 400.000, un numero enorme!

Attualmente la Francia è un paese sotto attacco non solo materialmente ma anche e forse soprattutto psicologicamente, stretta in una morsa, quella del terrorismo che cresce e si rafforza proprio grazie alla paura e alla tensione che diffonde: come si vive a Parigi? Come si viveva prima degli attentati? Cos’è la paura oggi?
Siamo arrivati a Parigi nel 2014 prima degli attentati. La sera del Bataclan eravamo fuori casa e ad un certo punto, cambiando la metro a Republique, ci siamo resi conto che c’era silenzio totale e che la gente stava correndo all’impazzata. Questo avveniva durante gli attentati in città. L’aria era pesantissima. Mia moglie ed io abbiamo cominciato a ricevere tantissimi messaggi e ci siamo resi conto di quello che stava accadendo. Nei giorni successivi la città era deserta.

Voleurs de jambon, la Giralndole, Montreuil

La paura può manifestarsi sotto tante forme. Posso dirti che psicologicamente, un attacco, cambia le dinamiche della tua vita e del tuo rapporto nei confronti della città. Sei molto più sensibile durante i tuoi spostamenti; con i mezzi pubblici, quando vai ai concerti o al cinema o anche solo camminando per strada. Parigi è una città incredibile dove, dopo mesi di difficoltà riesce ad uscire dallo stato di paura e blocco totale ed a vivere un periodo di rinascita. La gente cerca di lasciarsi alle spalle l’accaduto e di andare avanti.

Quali sono i consigli da dare a chi se ne vuole andare dal nostro Paese in maniera, “definitiva”, per ricominciare la propria vita altrove? A cosa prepararsi? Pensi che tornerai stabilmente in Italia?
Il primo pensiero che mi viene in mente è quello di dire: “Fallo! Ora!”. Dare una svolta alla nostra vita avviene solo se veramente lo desideriamo. Dobbiamo noi essere il motore del nostro cambiamento e non aspettare che le cose accadano o che qualcosa di stabile si concretizzi. Ricominciare o continuare la vita altrove è sempre molto stimolante nonostante le difficoltà ed i problemi che si possono incontrare durante il percorso. Essere curiosi, di vedute aperte è il segreto per capire l’essenza, la cultura, gli usi e le abitudini della nuova nazione. La paura del fallimento è sempre dietro l’angolo ma girarla a proprio vantaggio può essere un’altra strategia. Oltre che naturalmente cercare di avere degli obbiettivi a medio e lungo termine. È difficile pensare di andarsene definitivamente dalla propria terra, per lo meno lo è per me. È bello poter tornare e ripartire. Fare del viaggio la tua seconda dimora. Ma in questo momento so che Parigi è casa mia dove sto pianificando progetti assieme a mia moglie.

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Oltre a essere un musicista hai fondato un’etichetta e una casa editrice: di cosa ti occupi nello specifico? Cosa significa essere uno startupper, esserlo all’estero e quali sono le difficoltà che stai incontrando e quali invece rispetto alla situazione in Italia sono le agevolazioni che hai?
Il primo grande progetto creato con Jessica – mia moglie – è l’etichetta discografica e casa editrice Another Music Records. Abbiamo costituito una piccola società firmando un contratto di distribuzione internazionale con Believe Digital ed una serie di altri partner internazionali per le sync licensing. Nello specifico pubblichiamo album di artisti con una forte background, originalità e che provengono da generi molto diversi e da svariate parti nel mondo. Il focus di Another Music è rivolto sia al pubblico “For those who are interested in adventurous music“ che agli artisti “…..willing to walk the artists through their professional rise with a transparent, high quality, innovative and creative publishing strategy”.
Le difficoltà dell’essere sturtupper all’estero sono principalmente legate allo studio e conoscenza delle questioni fiscali, burocratiche, della legge e, naturalmente, l’aspetto linguistico tecnico. In Francia le tasse sono molto alte per le società ma allo stesso tempo c’è la possibilità di accedere a molti fondi di sostegno per gli artisti e per la parte editoriale. La musica in Francia ha un sistema fiscale molto interessante sia per gli artisti che per le strutture che ruotano attorno ad esse. Sicuramente non avrei mai pensato di aprire una label in Italia, tantomeno in questo “momento” di grande caos politico e non solo. Penso che però l’Italia stia vivendo un bellissimo rinascimento musicale con tutto uno spettro di artisti molto interessanti come Cosmo, Levante, The Giornalisti, Motta e molti altri.

Il tuo nuovo disco è in progress, ce ne parli? È cambiata la tua produzione, il modo di scrivere musica da quando sei andato via da qui?
He Knows Everything” è il titolo del mio ultimo lavoro discografico pubblicato per la mia etichetta. Siamo in piena promozione e, dopo una lunga tournè tra Russia, Svizzera, Francia ed Italia tra Giugno, Luglio e Settembre ritorneremo dal vivo in alcuni festival tra Nord e Sud.
È un lavoro di grande svolta musicale perché ho cercato di andare all’essenza di quello che avevo in mente, scarnificando le melodie, semplificando le armonie ed Andrea Beccaro, il batterista e arrangiatore con il quale lavoro in tutte le mie produzioni, è stato fondamentale per la scelta estetica delle strutture ritmiche e dei suoni scelti. È un disco dal sapore quasi elettronico ma con la forte matrice acustica dei due strumenti, pianoforte e batteria. Uno scontro tra il legno e la nostra attitudine elettrica. Molteplici sono stati gli stimoli che in questi anni mi hanno portato ad elaborare e voler pubblicare questo disco; tra il 2016 ed il 2017 sono stato in tour tra gli Stati Uniti suonando alla Carnegie Hall di NYC, all’Art Center di Hong Kong, sino ad arrivare alla Royal Cathedral, la Saint Martin in the Fields a Londra. Dall’Africa alla Russia sino al Polo Nord. Sicuramente tutti questi viaggi, le collaborazioni e vivere all’estero hanno contribuito alla scrittura di questo album. Un vero e proprio agglomerato di emozioni.

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