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#leimeritaspazio: Katherine Johnson, la matematica e la corsa allo spazio
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#leimeritaspazio: Katherine Johnson, la matematica e la corsa allo spazio

Benedetta Geddo

Quando si parla di politiche di genere e sessismo, la matematica è un po’ come la cucina. Se fatta a livelli “bassi,” casalinghi, allora è una cosa da donne. Se fatta come carriera e portata alle sue vette, allora entrano in gioco gli uomini. Il discorso vale sia per un piatto da tre stelle Michelin sia per un’equazione complessa, vale per la cucina come per la matematica, appunto. In realtà, vale un po’ per tutte le materie STEM (acronimo che sta per Science, Technology, Engineering e Mathematics). Le donne non sono ingegneri, non sono scienziate, non sono astrofisiche, non sono matematiche. “Non hanno la testa per queste cose,” si dice. Ovviamente sbagliando alla grande.

Non è che le donne non hanno testa per questi tipi di materie, perché siamo esseri umani tutti e quanti e la testa ce l’abbiamo più o meno tutti uguale. Il nocciolo della questione sta nel fatto che le donne spesso vengono scoraggiate dal costruirsi una carriera in ambiti scientifici, e alla fine, come nei peggiori circoli viziosi, finiscono forse loro stesse per credere di non essere portate a calcoli complessi, studi di funzioni e telemetria quando semplicemente non ne hanno la possibilità.

“Eh, ma allora dimmi che contributo ha mai dato una donna alla scienza!”

Tra tutti gli esempi che potrei dare, da Ipazia che studia il modo della Terra attorno al Sole nel V secolo d.C. a Marie Curie che vince due premi Nobel nel 1903 e nel 1911, in questo articolo vorrei parlare dell’esempio che ci ha portati fuori dai confini del nostro pianeta. Perché è grazie a una donna, grazie a una scienziata (a diverse donne e scienziate, a voler essere precisi) se l’umanità ha messo piede sulla Luna.

Senza Katherine Coleman Goble Johnson e il suo talento innato per i numeri non avremmo mai staccato i piedi dalla superficie terrestre diretti verso lo spazio.

 

I primi passi della National Aeronautics and Space Administration

Il 20 di luglio del 1969, Neil Armstrong fu il primo essere umano ad atterrare (o meglio, allunare) sul nostro satellite. Un piccolo passo per lui, un gigantesco balzo per l’umanità. Ma alla Luna non si arriva dal nulla, e prima di Neil Armstrong e del progetto di cui lui e i suoi compagni d’equipaggio facevano parte, il Project Apollo, c’è stato qualcos’altro: il gradino da cui gli Stati Uniti e la NASA hanno cominciato la loro scalata alle stelle, quando un programma spaziale sembrava a tratti una follia, ad altri uno spreco di soldi e al altri ancora una cosa francamente impossibile. Il Project Mercury.

Iniziato dalla NASA nel 1958 e terminato nel 1963 (quando ha poi lasciato spazio al Project Gemini), il Project Mercury aveva come obiettivo principale quello di mandare esseri umani in orbita e riportarli sulla Terra sani e salvi. Perché da qualche parte, dopotutto, bisogna pur cominciare, e all’epoca non si era nemmeno sicuri che gli esseri umani potessero sopravvivere allo spazio, all’assenza di gravità, ai cambi di pressione atmosferica. Centro del Project Mercury erano i Mercury Seven, sette ex soldati della marina e dell’aeronautica scelti dai dirigenti NASA per diventare i primi astronauti della storia americana. Ma la NASA era molto di più dei sette uomini bianchi che concentravano su di loro l’attenzione dell’opinione pubblica. Per esempio, c’erano le computers.

La storia delle West Area Computers e di Katherine Johnson è stata resa famosa al grande pubblico dal film Hidden Figures, del 2016.

 

Qui è obbligatorio ricordare che agli inizi della corsa allo spazio la NASA non aveva neanche l’ombra di un computer meccanico, neanche una. Ogni singolo calcolo veniva fatto a mano e ricontrollato a mano, e non stiamo parlando di due più due o di equazioni lineari: stiamo parlando di inventare nuova matematica, matematica a cui non si era mai pensato negli anni precedenti perché mai si era pensato di spedire un essere umano nello spazio in quella che era (all’epoca almeno) essenzialmente una scatoletta di sardine. La NASA impiegava quindi, oltre al plotone di astrofisici e ingegneri e tecnici, anche moltissime persone incaricate di rivedere le centinaia di calcoli che venivano fatti ogni giorno. Tra queste persone c’erano le computers, le “calcolatrici”, della West Area del Langley Research Center in Virginia, dove aveva sede lo Space Task Group, ossia il principale centro di controllo delle missioni spaziali del Project Mercury. Tutte le impiegate della West Area erano donne, tutte Afro-Americane. E tra queste c’era Katherine Johnson, conosciuta allora con il cognome del primo marito e quindi come Katherine Gable.

Katherine Johnson cominciò a lavorare alla NASA nel 1952.

 

Katherine G. Johnson, matematica e computer

Chi era (è, per meglio dire, perché a cento anni appena compiuti è vivace come non mai, rilascia interviste e partecipa alla cerimonia degli Oscar) Katherine Johnson? La risposta veloce sarebbe: “un genio matematico”. Ma buttarla sul semplice in questo modo non le renderebbe affatto giustizia. Katherine nasce nel 1918 in West Virginia, ed è talmente portata per la matematica e la geometria da prendere il diploma di scuola superiore a soli quattordici anni per poter andare all’università prima, e laurearsi con il massimo dei voti e la lode appena maggiorenne. Dopo la prima laurea entra nel programma di master della West Virginia University, la prima donna Afro-Americana a frequentarne i corsi, e fonda anche la Alpha Kappa Alpha, una confraternita pensata esclusivamente per le donne Afro-Americane.

E poi, nel 1952, Katherine e tutto il suo considerevole curriculum accademico e il suo innegabile talento naturale per i numeri entrano alla NASA, e più precisamente alla sede di Langley.

“All’inizio, lavorava in un gruppo di donne che si occupava dei calcoli matematici. […] Poi un giorno, Katherine e una collega vennero incaricate temporaneamente di aiutare il team di ricerca di volo, composto da soli uomini. La conoscenza che Katherine aveva della geometria analitica fece rapidi alleati dei capi e colleghi uomini, a un punto tale che “si dimenticarono di restituirmi al gruppo”. Nonostante le barriere razziali e di genere fossero sempre presenti, Katherine dice che le ignorò completamente. Katherine era decisa, chiedeva di essere inclusa nelle riunioni dirigenziali (dove nessuna donna era mai stata ammessa prima). Semplicemente, diceva alle persone che dal momento che il lavoro l’aveva fatto lei, allora era lì che doveva stare.”

 

Freedom 7 e Friendship 7

Il 5 maggio 1961 Alan Shepard, uno dei Mercury Seven, diventa il primo americano a volare nello spazio: il suo fu un volo suborbitale, il che vuol dire che non fece una rivoluzione completa attorno al nostro pianeta ma essenzialmente salì fin nello spazio per poi tornare giù (che sembra poco ma sono pur sempre gli anni Sessanta e lui volava in quella che era una lattina con manie di grandezza, la navicella Freedom 7). Katherine Johnson lavorò ai calcoli per il suo lancio assieme al team di volo, l’unica donna del team, l’unica Afro-Americana, stabilendo la traiettoria che Shepard avrebbe seguito. Giusto per sottolineare il concetto: Katherine lavorò a calcoli di complessa matematica astrofisica, una materia che praticamente alla NASA si erano inventati da zero, a mano. E tutti quei calcoli si rivelarono giusti, dal momento che Shepard tornò sulla Terra sano e salvo.

Quello che però forse è il più grande contributo che Katherine Johnson diede alla NASA fu per il volo di John Glenn, che sarebbe invece stato il primo volo orbitale, durante il quale l’astronauta avrebbe compiuto sette (in realtà solo tre) rivoluzioni della Terra prima di ridiscendere. Quello che andava calcolato, quindi, non erano solo traiettorie di discesa, ma anche coordinate di rientro per fare in modo che la navicella Friendship 7 passasse da un’orbita ellittica (quella delle rivoluzioni attorno al pianeta) a un’orbita parabolica (quella necessaria per scendere di nuovo sulla Terra).

Come raccontato dal film Hidden Figures – Il diritto di contare, diretto da Theodore Melfi nel 2016, Katherine Johnson (interpretata nel film da Taraji P. Henson), risolve anche questo problema, e non solo. Riesce finalmente ad avere il suo nome sulle relazioni che lei stessa scriveva, ma che di solito venivano sempre firmate da scienziati uomini, e a partecipare alle riunioni fondamentali per il successo del lancio. Nel film assiste al rientro di John Glenn direttamente dalla sala di controllo, l’unica donna e l’unica Afro-Americana presente nella stanza.

“Dovevamo essere decise in quanto donne a quei tempi— decise e aggressive— e quanto dovevamo esserlo si basava su dove lavoravi. Io dovevo esserlo. Nei primi giorni della NASA le donne non potevano mettere i loro nomi sulle relazioni— nessuna donna nel mio reparto aveva mai avuto il suo nome su una relazione. Una volta stavo lavorando con Ted Skopinski e lui voleva andarsene per andare a Houston… ma Henry Pearson, il nostro supervisore— non era un fan delle donne— continuava a mettergli pressione affinché finisse prima la relazione sulla quale stavamo lavorando. Alla fine, Ted gli disse, “Dovrebbe essere Katherine a finire la relazione, ha fatto lei buona parte del lavoro,” E quindi Ted lasciò Pearson senza scelta; finii la relazione e ci andò sopra il mio nome, e quella fu la prima volta che una donna del nostro reparto ebbe il suo nome su un pezzo di carta.”

“Non c’è un precedente per delle donne nelle riunioni”. “Non c’è un precedente nemmeno per un uomo intorno alla Terra, signore”.

 

Dorothy Vaughan e Mary Jackson

Hidden Figures racconta anche la storia di due colleghe di Katherine Johnson, ossia Dorothy Vaughan, interpretata da Octavia Spencer, che imparò da autodidatta il linguaggio FORTRAN per prepararsi all’arrivo alla NASA dei primi computer; e Mary Jackson, interpretata da Janelle Monáe, che fu la prima donna di colore a lavorare come ingegnera per la NASA. Per per poter soddisfare i requisiti necessari ad ottenere il lavoro, Mary dovette seguire dei corsi serali di matematica e fisica all’Università della Virginia, che all’epoca erano riservata ai bianchi, per i quali fece ricorso in tribunale. Ma è dalla conversazione con l’uomo che nel film è il suo mentore, l’ingegnere polacco Karl Zielinski, che viene fuori una delle battute più belle e significative dell’intero Hidden Figures.

“Se lei fosse un uomo bianco, vorrebbe comunque diventare ingegnere?”
“Non dovrei volerlo. Lo sarei già.”

Vedi anche

Janelle Monáe mentre interpreta Mary Jackson.

 

Katherine G. Johnson, dalla corsa allo spazio alla Presidential Medal of Freedom

Il contributo di Katherine Johnson non fu essenziale solo nel programma Mercury, ma anche in tutte le altre grandi missioni che la NASA intraprese dopo: quando Neil Armstrong metteva piede sulla Luna, lei c’era; quando Jim Lovell pronunciò la famosa frase, “Houston, abbiamo un problema” durante il suo volo con l’Apollo 13, furono i suoi piani di emergenza che la NASA adottò per riuscire a riportare indietro i tre astronauti sani e salvi. Katherine Johnson ha partecipato ai calcoli delle traiettorie dei primi Space Shuttle e si è seduta al tavolo attorno al quale si parlava delle missioni su Marte, da tutti considerata ormai la prossima grande impresa esplorativa dell’umanità.

La medaglia presidenziale della libertà è la massima decorazione conferita dagli Stati Uniti d’America.

 

Nonostante al mondo ci sia voluto un po’ per rendersi conto di quanto immensa sia stata la sua importanza nel corso della storia del volo aerospaziale, alla fine gli occhi collettivi di tutti si sono aperti: Katherine Johnson ha ricevuto nel 2015 la Presidential Medal of Freedom dal presidente Obama, e la NASA le ha dedicato un edificio nella sua base a Langley nel 2016.

Katherine Johnson vicino all’edificio a lei dedicato al centro NASA di Langley.

 

È innegabile che il film di Theodore Melfi abbia contribuito moltissimo a riportare alla luce una storia che solo gli “appassionati” del settore conoscevano. Il titolo del film gioca proprio su questo concetto — Hidden Figures può voler dire “numeri nascosti,” intesi come dati in problemi matematici, ma anche “figure nascoste,” intese come persone i cui straordinari successi sono passati in sordina per troppo tempo. Ma non più.

Il cast di Hidden Figures ha vinto un SAG Award come miglior cast durante la stagione dei premi del 2017.

 

L’eredità di Katherine Johnson

Quello che Katherine Johnson continua a fare ancora oggi, tramite le sue parole e l’esempio che è tutta la sua vita, è incoraggiare chiunque abbia una passione e un talento per la scienza a costruirci sopra una carriera: in un campo dove le donne sono così tanto in minoranza, l’invito di Katherine Johnson non può che essere ben accetto. Da qualche parte, in giro per il mondo, c’è “la prossima lei,” che potrebbe aiutare a portare l’umanità su Marte così come Katherine aiutò a portarla sulla Luna. “La prossima lei” che potrebbe insistere sul seguire un corso scientifico ispirata proprio da tutto quello che Katherine Johnson ha realizzato nel corso dei suoi cento anni di vita. E quanto ne abbiamo bisogno, della “prossima lei”. Perché, come dice Katherine stessa:

“Avremo sempre le STEM al nostro fianco. Ci sono cose che smetteranno di essere d’interesse per l’opinione pubblica e scompariranno, ma ci saranno sempre la scienza, la tecnologia, l’ingegneria. E ci sarà sempre, sempre la matematica.” 

Perché se non fosse stato per Katherine G. Johnson, la nostra specie non avrebbe mai compiuto quel gigantesco balzo. E per questo, #leimeritaspazio.

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