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Gli anime censurati, una storia italiana: da Lady Oscar ai Cavalieri dello Zodiaco

Grazie alla presenza di canali tematici via satellite, da qualche tempo ho il piacere di rivedere tante serie di “cartoni animati” che vedevo da ragazzino nella loro versione originale: senza tagli, censure e puntate eliminate nella loro prima messa in onda italiana.

Il fatto che in Italia tantissimi anime giapponesi siano stati ampiamente manipolati prima della loro trasmissione è storia nota. E su questo argomento si è scritto tanto (ecco tre link utili per riassumere le vicende: Wired, Wikipedia e Il Bazar di Mari). Gli esempi a disposizione sono moltissimi, non dobbiamo dimenticare che è una storia di alterazioni cominciata circa quarant’anni fa.

Lo scopo di eliminare episodi, stravolgere personaggi, cambiare dialoghi e canzoni era quello di tenere fuori dalla visione temi e immagini scabrosi e pruriginosi per il pubblico per il quale era pensato il “prodotto” – anzi, per il quale l’anime era letteralmente trasformato in qualcos’altro. La complessa e stratificata divisione che in Giappone è consolidata tra anime come prodotti molto diversi per argomenti e fasce d’età, in Italia (e anche in altri Paesi) è stata adattata schiacciando tutto verso un unico pubblico: bambini e bambine. Un’operazione fatta solo per risparmiare investimenti, visto che la qualità dei “cartoni” giapponesi era già irraggiungibile allora.

L’importazione massiccia di anime per la televisione è cominciata in Italia con il boom delle televisioni private, all’inizio degli anni Ottanta. Queste piccole neo-aziende (rispetto ad esempio alla RAI che poteva permettersi scelte più oculate) avevano bisogno di riempire almeno diciotto ore di trasmissione ininterrotta, e capirono presto che il pomeriggio poteva essere il momento per tenere bambini e ragazzi davanti alla tv, in modo da attrarsi gli introiti delle pubblicità di giocattoli, aziende alimentari e di abbigliamento per giovani e giovanissimi.

Dove trovare ore e ore di programmi per giovani velocemente e a basso costo? Dov’è che li stavano già facendo? In Giappone, dove potevano essere comprati spendendo molto meno rispetto ai prodotti occidentali (Disney, Hanna&Barbera, Warner Bros…). Questa possibilità economica è durata poco, perché dopo un “boom” di iniziali importazioni i costi sono aumentati e per anni la tv italiana – soprattutto privata – si è assestata sulle repliche, con poche novità. Poi, dagli anni Novanta, grazie soprattutto alla decisione di MTV di puntare su prodotti per adolescenti e non solo per bambini, si è cominciato a lavorare sulla qualità delle scelte dei prodotti e dei doppiaggi.

Intanto, però, molte serie erano state stravolte: le sigle andavano tutte rifatte per rendere comprensibile ogni volta la “trasformazione” dell’anime, che nel 99% dei casi non sarebbe andato mai bene così com’era. I tagli e gli altri cambiamenti in chiave censoria e moralista sono serviti proprio per rendere quei prodotti fruibili dai bambini italiani, e soprattutto proponibili ai loro genitori – compresi quelli impiegati attivamente nel tanto temuto MOIGE.

Per quasi trent’anni questi cambiamenti sono stati visibili e comprensibili solo a pochissimi, poi la diffusione di culture non occidentali e il web hanno reso molte più persone consapevoli di quanto era successo – ma intanto, il danno era stato fatto e per almeno due o tre generazioni. E non si tratta solo di un danno recato a un tipo di medium complesso e pieno di significati stratificati, a una forma d’arte e d’intrattenimento così particolare. Trasportando prodotti pensati per fasce d’età e classi sociali diverse a un unico pubblico infantile occidentale (pensato comunque anche questo erroneamente come se fosse tutto uguale) si sono persi molti riferimenti importanti presenti negli originali, e comprensibili con adeguamenti culturali e “spiegazioni” che vanno ben al di là di quello che è possibile fare con tagli e doppiaggi. Perché nel frattempo le immagini sono rimaste, e quelle formano un immaginario, in bambini e bambine e ragazzi e ragazze, che se non spiegato adeguatamente diventa la rappresentazione di qualcos’altro. Facciamo qualche esempio:

Bia, la sfida della magia” (Majokko Megu-chan) è una serie del 1974 trasmessa per la prima volta da Rai2 nel 1981 e poi replicata infinite volte in molte tv private. Nella serie originale, la protagonista è una ragazza ben consapevole del proprio potere e del proprio corpo: è una strega figlia di una strega di un altro pianeta che ha scelto di amare un terrestre, veste costantemente in minigonna ed è rappresentata spesso in abbigliamento intimo. Mentre cerca di diventare regina delle streghe superando una rivale, deve vedersela continuamente con un fratello più piccolo e un “sabotatore” del pianeta delle streghe (in italiano Ciosa) evidentemente affetti da voyeurismo: il primo cerca sempre di spogliarla e di vederla nuda, il secondo di umiliarla e svergognarla in pubblico. Bia apprende dagli umani le loro migliori qualità morali, capisce i problemi di Noa (sua rivale nella sfida) e della madre (strega sposata a un terrestre anche lei, maltrattata però dal marito).

Se da un anime che vuole, per esempio, prendere in giro la classica figura giapponese del guardone che spia libidinoso le ragazzine, vengono tolte le puntate esplicative e deformato il doppiaggio togliendo tutte le allusioni verbali, si ottiene un personaggio buffo e simpatico che passa il tempo a cercare di spogliare nuda la protagonista – che già di suo, a questo punto per motivi non spiegati, si veste molto poco. Eliminando le puntate in cui si affronta il tema della violenza e del suicidio, è incomprensibile la “depressione” di Noa e l’affetto con cui Bia si occupa della rivale. Senza un minimo adeguamento culturale non si capisce la critica sociale alla figura tipicamente giapponese de “l’impiegato”. Il risultato è una trama vagamente comprensibile che si svolge mentre una ragazza costantemente mezza nuda è costretta a difendersi “bonariamente” da scherzi erotici continui.

Questo hanno visto per anni milioni di ragazzini e ragazzine in Italia: le immagini hanno una forza che non si può banalmente censurare, il rischio è di far passare un messaggio ancora peggiore di ciò che i censori pretendevano di eliminare. Ed è quello che infatti è puntualmente successo.

Per quanto fantastica, la storia di “Lady Oscar” (Versailles no Bara, nato in rivista nel 1972, diventato serie animata nel 1979, arrivata da noi su Italia1 nel 1982) cerca di rappresentare molti aspetti sociali e politici di quel turbolento periodo della storia francese. L’ambiguità di genere della protagonista non è che uno degli elementi in gioco: ci sono corruzioni sessuali e pesanti allusioni erotiche, si parla di prostitute e di omosessualità. Al centro c’è la storia delle due donne, Oscar e Maria Antonietta, circondate da forze e poteri che ne vogliono continuamente assoggettare il corpo e la volontà.

Doppiaggio, tagli e censure ne hanno stravolto la bellezza. Nell’originale, il genere di Oscar è segreto: nessuno la chiama “Madamigella” come in italiano, è sempre “Colonnello” o “Signore” – per questo lei ride di equivoci che però, in italiano, non si capiscono (come con la sventurata che le si offre per fame, credendola un uomo). Quella che molte donne di corte nutrono per Oscar non è “ammirazione”, come viene detto nella versione italiana, ma vero e proprio desiderio erotico nei confronti di quello che vedono come un uomo. Ancora, circa le tematiche trattate: una delle protagoniste importanti ne “l’affare della collana” è una prostituta che parla delle sue tariffe; nel processo a Maria Antonietta si racconta dei suoi amori lesbici e la si accusa di far vestire Oscar da uomo per un suo capriccio erotico – Oscar per quest’accusa s’infuria, ma noi dai dialoghi non possiamo capire nulla. Senza le giuste premesse, non si capisce del tutto la drammaticità del gesto di André che strappa la camicia a Oscar: non lo sapevano tutti che era una donna? In italiano, in effetti, sì. Nell’originale giapponese… no.

Il risultato per ragazzini e ragazzine italiani è stato piuttosto confusionario: di quella che doveva essere una tormentata storia di amicizia tra donne che cercano di salvare la loro integrità e i loro sentimenti in mezzo a intrighi e segreti, è rimasta una trama piena di buchi e “inspiegabili” comportamenti di gente che se la prende a morte per motivi risibili. Di un dramma storico è stata fatta una brutta telenovela; quello che aveva di molto importante da insegnare e da rappresentare è praticamente andato quasi tutto perduto. Perlomeno alla fine Oscar muore tra il popolo che sta per prendere la Bastiglia – probabilmente il MOIGE avrebbe preferito nozze riparatrici con André, tanto per tornare nell’ordine “naturale” delle cose.

Più recentemente, possiamo prendere ad esempio il trattamento subito da “I Cavalieri dello Zodiaco” (Saint Seiya). Il linguaggio originale dei “cavalieri” è sboccato e pesante, mentre in italiano arrivano dei veri e propri “cavalieri” che parlano come se fossero stati inventati da un poeta italiano del Cinquecento invece che da un artista giapponese negli anni Ottanta. Il numero di tagli e censure apportati alle scene di sangue è impressionante (due elenchi qui e qui). Il problema è che, eliminando senza spiegazioni quelle scene, non si capiscono molte cose dei rapporti tra i protagonisti, né alcuni cambiamenti nel loro punto di vista, né i reali rapporti tra loro. In più, la volontà di edulcorare a tutti i costi l’originale ha fatto del personaggio di Andromeda un vero e proprio caso:

“La diversità è poi un concetto sfuggente, che non può essere valutato in sé e per sé ma deve essere colto all’interno di un contesto, come ad esempio in rapporto alle convenzioni di un determinato periodo. Un film che vuole rappresentare molte minoranze può finire per ottenere l’effetto contrario, rappresentando una grande collettività omologata e indistinta. Allo stesso tempo, un film che sceglie di includere tra i suoi personaggi principali una donna, rischia di renderla solo una caricatura virile dei suoi compagni.”

Ecco: a furia di non spiegare e di appiattire le diversità, la serie è rimasta comunque affascinante grazie ai suoi concetti di base, ma ha lasciato dietro di sé una notevole confusione di valori e di generi tra i sui fan, compreso Zerocalcare che ne ha coltivato e riproposto spesso l’immaginario nelle sue tavole.

Potremmo continuare a lungo. Da Georgie incestuosa alle Sailor Moon nude e violente, il problema di decine di anni di censure ipocrite non è tanto il non aver potuto apprezzare delle storie complesse che affrontano temi importanti senza banalizzarli, in modo artistico ed esteticamente brillante, il problema sta nell’aver perso, per motivi puramente economici e moralistici, un’occasione educativa di cui il nostro Paese aveva (e ancora ha) grande bisogno.

Intere generazioni di italiani e italiane hanno perso la possibilità di superare parecchi stereotipi sessisti, pregiudizi di genere, fobie sociali, tutto questo nell’età in cui è più indicato che ciò accada; sono invece cresciuti con un immaginario povero, con storie non comprese e con quegli stessi stereotipi e pregiudizi ben ribaditi da ciò che vedevano. Questo è un danno che non si recupera con i nuovi doppiaggi, con le edizioni originali o con i recenti passaggi su più rispettosi canali tematici.

Bibliografia per approfondire:
Marcello Ghilardi, Cuore e acciaio. Estetica dell’animazione giapponese, Padova, Esedra editore, 2003.
Andrea Fontana e Davide Tarò (a cura di), Anime. Storia dell’animazione giapponese, Piombino, Il Foglio, 2007.
Guido Tavassi, Storia dell’animazione giapponese, Latina, Tunué, 2017.
Marco Pellitteri, Mazinga Nostalgia. Storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation, Latina, Tunué, 2018.
Photo by BagoGames on Flickr
Commenti (1)
  1. Avatar Chiara G ha detto:

    Volevo capire meglio la puntata della depressione di Noa
    DA piccola non ho mai capito perché ad un certo punto non voleva battersi più con Bia e come mai divennero amiche,anche se temporaneamente…..
    Grazie.
    Bellissimo articolo

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