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Saffo e il tìaso: l’origine dell’amore omosessuale
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Saffo e il tìaso: l’origine dell’amore omosessuale

Redazione

Articolo di Alice Picco

Vi siete mai domandati da dove derivino parole come lesbica o saffico?

Per arrivare all’origine di questi termini bisogna andare un pochino indietro nel tempo, giusto qualche annetto, e arrivare al VII secolo a.C.
Più precisamente a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C. visse ed operò la poetessa Saffo, riconducibile all’ambito della lirica monodica, così come il suo contemporaneo Alceo, che però si occupò di temi decisamente differenti.

La vita di Saffo ci è in realtà abbastanza oscura e dobbiamo affidarci a ciò che racconta lei stessa nelle proprie liriche. Nata probabilmente a Ereso, nell’isola di Lesbo, trascorse la maggior parte della vita a Mitilene, una città della stessa isola; di famiglia aristocratica, a causa delle discordie che tormentavano Lesbo – sia a livello politico sia a livello sociale – fu costretta a trascorrere un periodo di esilio in Sicilia. Sappiamo che ebbe un marito e una figlia, Cleide, alla quale dedicò alcuni componimenti – di cui sono sopraggiunti solo dei frammenti – decantando la sua bellezza.
Per quanto riguarda invece la sua morte, una leggenda vuole che Saffo si fosse tolta la vita gettandosi dalla rupe di Leucade a causa del rifiuto del suo amore da parte di Faone, in cui in realtà si può vedere una figura mitica connessa con il culto di Afrodite. A questo proposito consiglio la lettura in primis di L’ultimo canto di Saffo di Leopardi, ma anche di un interessante romanzo di Erica Jong intitolato, appunto, Il salto di Saffo.

Chiudo la parentesi più strettamente “didascalica” accennando all’opera della poetessa di Lesbo, opera in cui si individuano due gruppi principali, di dimensioni differenti e diversi anche per tematica e forma artistica: da una parte abbiamo i canti rituali per un coro – come per esempio l’epitalamio – che offrono un richiamo puntuale all’occasione specifica del canto. Il secondo gruppo, quello più ampio, è composto dalla poesia autobiografica, in cui Saffo si rivolge in prima persona a dei ed umani per esprimere le emozioni che in quel momento la tormentano.
Di questo secondo gruppo fa certamente parte uno dei frammenti più importanti di Saffo: il Carme ad Afrodite. Travagliata da un amore non corrisposto, la poetessa si rivolge alla dea affinché le garantisca il suo aiuto.

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Ed ecco che arriviamo all’argomento che ci interessa maggiormente al fine di rispondere nel modo adeguato alla domanda posta all’inizio dell’articolo: la poetica di Saffo.
La sua poesia si svolge intorno ad un unico tema, l’amore: viene quindi scelto un singolo aspetto della realtà come percorso attraverso il quale investigare dentro di sé quella che Del Corno definisce come “la dimensione perenne della psiche e del sentimento”. In Grecia la donna era esclusa sia dalle preoccupazioni della politica sia dalle attività sociali ed economiche e questo sicuramente portò ad un’intensificazione dell’attenzione per i fenomeni che coinvolgevano l’interiorità. Oltre a ciò, dobbiamo considerare il fatto che nella lirica di Saffo l’agonismo connaturato allo spirito greco diventa una vera e propria rivalità amorosa.

Oggetto esclusivo dell’amore di Saffo è una schiera di ragazze, alle quali rivolge i propri canti. Questo gruppo di giovani donne fa parte di una ristretta comunità a sfondo religioso e culturale, devota ad una particolare divinità (in questo caso Afrodite): il tìaso.
Nell’ambiente raffinato di Lesbo a questa istituzione veniva attribuita una complessa funzione pedagogica, secondo la quale, accanto alla pratica del culto di Afrodite, si sviluppava la formazione sia artistico-musicale, sia sociale delle ragazze. Ma non è tutto: l’educazione ai sentimenti era parte integrante di questa sorta di apprendistato alla vita adulta e all’esperienza del matrimonio.
Quindi c’era sì una preparazione al matrimonio, tuttavia all’interno del tìaso spesso i rapporti con le giovani donne assumevano una connotazione romantica o sessuale, che Saffo canta nelle proprie liriche, insieme alla tristezza dovuta al fatto di dover lasciar andare le ragazze una volta compiuta la formazione, tristezza che però viene lenita dalla memoria, fondamentale nella poetica di Saffo.

Si potrebbe dunque dire che la supremazia dell’amore trova la sua origine nel carattere iniziatico del tìaso, in cui l’esperienza omosessuale era vista come una preparazione all’amore eterosessuale. I carmi di Saffo costituivano parte integrante di questo processo e proprio per questo rivendicavano la propria funzione pragmatica ed educativa, oltre al fatto di essere delle vere e proprie dichiarazioni amorose.

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Per la prima volta nella storia della letteratura greca, Saffo afferma in termini assoluti la superiorità del sentimento e confuta l’esistenza di una scala oggettiva di valori, in favore di una scelta operata dall’individuo. L’esempio lampante di questo pensiero è racchiuso in pochi versi, che Saffo dedica ad Anattoria:

“Uno dice che un esercito di fanti,
altri di cavalieri, altri di navi,
è la cosa più bella sulla terra nera,
io ciò che si ama.”

Concludendo, vediamo come Saffo, la poetessa di Lesbo (ed ecco la risposta alla domanda iniziale), sia stata la prima a cantare e a dare importanza all’amore omosessuale, e si può notare anche come Saffo stessa possa essere considerata una sorta di femminista ante litteram, non solo per il fatto di essere stata a capo di una comunità che si occupava della buona educazione, anche sessuale, delle ragazze, ma anche per la velata polemica – presente in alcuni dei suoi frammenti più importanti – contro le regole imposte dal vincolo matrimoniale in una società che senza dubbio si fondava sul patriarcato e in cui le donne contavano molto poco.

 

Fonti:
– D. Del Corno, Letteratura Greca dall’età arcaica alla letteratura dell’età imperiale, Milano 1995.
– B. Gentili – C. Catenacci, I poeti del canone lirico nella Grecia antica, Milano 2010.
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