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“Io sono Malala”. L’educazione, prima di tutto

Io sono Malala”. L’educazione, prima di tutto

di Maria Sara Cetraro

“I terroristi pensavano che avrebbero cambiato i miei obiettivi e fermato le mie ambizioni, ma nulla è cambiato nella mia vita, eccetto questo: debolezza, paura e disperazione sono morte, e sono nati forza, potere e coraggio.”

Con queste parole, il 12 luglio 2013, la giovane pakistana Malala Yousafzai iniziava il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, rivolgendosi ad una delegazione di 500 studenti. Celebrava così il suo sedicesimo compleanno, raccontando l’esperienza più terribile e insieme più determinante della sua vita: l’attentato subìto il 9 ottobre 2012 da un gruppo di Talebani, che le spararono al volto mentre viaggiava sul pullman che l’avrebbe dovuta riportare a casa dopo la scuola.
I segni della violenza, ancora visibili nel sorriso incrinato e nella palpebra sinistra un po’ cadente, durante quel discorso furono totalmente annullati dalla forza delle parole, scandite lentamente, come se chi le pronunciasse le stesse incidendo sulla pietra.

La storia di questa ragazza semplice e straordinaria è raccontata in forma autobiografica nel libro “Io sono Malala”, scritto in collaborazione con la giornalista britannica Christina Lamb. Nel corso della narrazione, le vicende della famiglia Yousafzai e il contesto socio-politico del Pakistan tra il 1947 e il 2013 si compenetrano continuamente: proprio dalla loro complicata relazione emergono le motivazioni più profonde che hanno portato il signor Ziauddin e sua figlia Malala a lottare per il diritto all’educazione scolastica contro le crudeltà perpetrate dai Talebani nella valle dello Swat a partire dal 2007.

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Ciò che più sconvolge nel racconto di Malala è la subdola abilità con la quale i terroristi sono riusciti ad insediarsi, prima ancora che nei luoghi del potere, nella mente, nel cuore (e nel portafogli!) di tanti compatrioti che hanno visto in loro i veri difensori delle tradizioni religiose, i promotori di un nuovo ordine sociale, giusto perché voluto da Allah. Un ordine nel quale gli uomini sono obbligati a portare la barba lunga e a indossare pantaloni che lascino scoperte le caviglie; un ordine nel quale le donne devono coprirsi integralmente corpo e viso, non possono uscire di casa se non in compagnia di un familiare maschio e devono badare esclusivamente alla casa e ai figli; un ordine in cui le bambine non devono andare a scuola per non infangare l’onore delle rispettive famiglie; un ordine nel quale l’arte, la musica, la danza, il gioco e qualsiasi forma di divertimento…sono proibiti. Un ordine, infine, che punisce ogni sgarro con l’intimidazione, la tortura, la morte.

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Niente di più lontano dalla reale volontà di Dio scritta nel Corano e predicata dal Profeta Maometto. Eppure, la manipolazione della religione da parte dei Talebani è arrivata al punto di offuscare le menti più deboli, facendo leva sull’ignoranza e la paura.
In un contesto simile, in cui il governo e l’esercito sembrano non accorgersi di attacchi così pericolosi alla democrazia, la forza di volontà di un insegnante che porta avanti la costruzione e la gestione di nuove scuole e che insieme a sua figlia va a bussare alle case di tutte le famiglie del paese affinché permettano ai loro bambini di studiare, assume le connotazioni di un atto rivoluzionario. Ancora più sconvolgente risulta la “faccia tosta” di una ragazzina che va in tv o partecipa attivamente alle assemblee senza coprirsi il volto, e che redige sotto pseudonimo un diario online per far conoscere al mondo il suo impegno per l’istruzione e le nefandezze commesse dai Talebani.

“Il nostro padre fondatore, Jinnah, diceva sempre: ‘Nessuna lotta può concludersi vittoriosamente se le donne non vi partecipano a fianco degli uomini. Al mondo ci sono due poteri: quello della spada e quello della penna. Ma in realtà ce n’è un terzo, più forte di entrambi, ed è quello delle donne.”

Il potere delle donne trova piena realizzazione nella vita di Malala, nella sua capacità di istituire un dialogo proficuo tra il nuovo e i valori fondanti di una cultura antica, di cui lei stessa si sente depositaria e fiera sostenitrice. L’“occidentalizzazione” del pensiero e dei costumi islamici di cui gli estremisti la accusano corrisponde, in realtà, al tentativo di portare all’attenzione di tutti problemi che finora sono stati sottovalutati o ignorati dalla comunità internazionale. Quella dell’educazione, infatti, si impone come una delle questioni più urgenti e richiede un impegno collettivo.

“Lasciateci prendere i nostri libri e le nostre penne, loro sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo.”

Dopo l’attentato, grazie alle sue numerose apparizioni televisive e ai suoi interventi in importanti manifestazioni, la causa di Malala ha ricevuto sostegno da parte di personaggi politici, esponenti del mondo dello spettacolo e gente comune, riuniti nel “Malala Fund”, organizzazione no profit che promuove il diritto all’istruzione per tutte le ragazze.

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Eppure, la realtà che questa storia ci mette sotto gli occhi non può che suscitare alcune riflessioni – purtroppo amare – rispetto al nostro sistema scolastico, sempre più in crisi. Sembra impossibile che esistano parti del mondo in cui si nega alle persone il piacere di conoscere il mondo, di esplorare la natura, di interrogare la storia, di esprimersi attraverso l’arte, tutte cose che noi diamo per scontate e che forse non apprezziamo abbastanza.
Nel nostro Paese, siamo arrivati a svilire nei cavilli della burocrazia tutto il patrimonio di Bellezza che la Scuola dovrebbe mostrare agli studenti, mettendo loro stessi nelle condizioni di produrne altrettanta. Ragazzi svogliati, insegnanti demotivati, facoltà chiuse, materie abolite, edifici scolastici cadenti: non sono luoghi comuni ma sfaccettature di un sistema educativo che fatica a funzionare perché non riconosce in se stesso il carattere dell’urgenza.

In Pakistan le scuole vengono distrutte o fatte saltare in aria, le studentesse e le insegnanti vengono uccise, mentre vengono premiate le famiglie che ritirano le figlie dagli studi.
Non possiamo rischiare di comprendere il valore di ciò che possediamo solo quando lo perdiamo o ci viene negato. Sarebbe troppo tardi.

Per questo dovremmo fare nostre e ripetere continuamente le parole con cui Malala concluse quel discorso alle Nazioni Unite:

“Education is the only solution. Education, first.”
“L’istruzione è l’unica soluazione, l’istruzione prima di tutto.”

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