Now Reading
L’insostenibile leggerezza dell’essere queer durante un genocidio secondo l’Occidente

L’insostenibile leggerezza dell’essere queer durante un genocidio secondo l’Occidente

https://losbuffo.com/2022/03/16/il-peso-etico-e-il-significato-di-greenwashing-pinkwashing-whitewashing-rainbow-washing-e-purplewashing/

Da inizio ottobre, quando la violenza e l’occupazione israeliane si sono intensificate, molte persone e comunità hanno fatto sentire la propria voce per porre fine a questo genocidio.
L’attacco da parte di Hamas avvenuto il 7 Ottobre è stato solo (l’ennesimo) pretesto da parte di Israele per radere al suolo un’intera popolazione, animali, luoghi di culto, monumenti.
Non è l’inizio di una guerra o di violenze inaudite, è solamente un duro inasprimento senza eguali. L’occupazione, con annesse atrocità e discriminazioni, va avanti impunita dal 1948.

Intanto l’Occidente applica il proprio metro di giudizio a tutto e a chiunque, in maniera indiscriminata, senza rendersi conto che non sempre è possibile. Non solo, anno dopo anno, perde credibilità soprattutto da parte dei Paesi che ha colonizzato, che continua a sfruttare o ignorare (come, appunto, la Palestina), ma cui vuole dare lezioni su come si dovrebbe sentire e come si dovrebbe reagire a qualcunə che viene da un contesto diverso, vive un’esperienza diversa (di cui l’Occidente è generalmente causa o complice) e vuole dettare regole e priorità.
Quando moltissime persone appartenenti alla comunità queer hanno denunciato lo stato dei fatti e hanno attivamente protestato a favore di un cessate il fuoco, si sono spesso sentite dire che in Palestina sarebbero state uccise (con descrizioni astruse di come sarebbero state buttate giù dai palazzi, impiccate, lapidate o altro), mentre in Israele no. Lì ci sono i Pride, ci sono i diritti.
Ma è davvero così? E soprattutto, anche così fosse, ha davvero senso come argomentazione?
La risposta breve è: no. Nulla giustifica un genocidio e una pulizia etnica.
La risposta lunga è un po’ più argomentata e stratificata.

Innanzitutto, concepire i diritti (in questo caso della comunità LGBTQAI+) come qualcosa di transazionale, da dare o ricevere in cambio di altro o solo se si risponde a certi criteri non solo è disumano, ma rivela come non vengano davvero percepiti come diritti innati. Utilizzare i diritti della comunità LGBTQAI+ contro le persone queer che sostengono la Palestina, o la popolazione palestinese stessa, non solo è indice di un totale distacco dalla realtà attuale dei fatti e della loro gravità, ma smaschera anche come vengano davvero percepiti.
Se davvero si parlasse solamente di difesa in risposta all’attacco di Hamas, di cui pare Israele fosse a conoscenza da tempo, continuerebbe ad essere una reazione non solo sproporzionata, ma anche assurda. Se ogni Paese che ha subìto attacchi terroristici, o ritenuti tali, rispondesse con un genocidio non ci sembrerebbe assurdo? Cosa rende diversa questa situazione?
Inoltre, purtroppo, l’omobitransfobia, non è un’esclusiva della Palestina, ma presente e comune ad ogni nazione del mondo. Nessuno ha mai pensato che fosse lecito sterminare una popolazione perché omotransbifobica.

In Israele non è previsto il matrimonio egualitario, sebbene venga riconosciuto se celebrato all’estero da qualche anno. Inoltre, nel 2022 è stato registrato un aumento delle violenze a sfondo omobitransfobico dell’11%, di cui il 35% addirittura in zone pubbliche e all’aperto. Una delle ragioni è probabilmente da imputare alle posizioni del governo e di chi ne fa parte. Avigdor “Avi” Maoz è il leader del partito ortodosso sionista di estrema destra Noam ed è parte della coalizione che ha supportato e supporta Benjamin Netanyahu.
Un altro politico israeliano, Yitzhak Ze’ev Pindrus, ha definito la comunità LGBTQAI+ una minaccia maggiore di Hamas, dichiarando che avrebbe fatto il possibile per impedire che i Pride avessero luogo e per bloccare il progredire dei diritti dell’intera comunità.
Il ministro Bezalel Smotrich si è autodefinito “un fascista e omofobo che non lapida i gay”.
Alla luce di questi esempi il pinkwashing, o rainbowashing, che Israele porta avanti da anni risulta palese.

Passando alla Palestina, l’omosessualità è decriminalizzata dal 1936, con l’eccezione di Gaza, teoricamente soggetta alla British Mandate Criminal Code Ordinance (riferita solamente agli uomini), sebbene non sia stata mai effettivamente attuata o messa in pratica a tutti gli effetti.
Alcune persone queer che cercavano di lasciare la Palestina per andare in Israele per questa ragione sono state spesso arrestate o addirittura deportate. Sembrerebbe, inoltre, che Israele abbia ricattato delle persone queer, minacciando di fare loro outing se non avessero accettato di diventare loro informatrici.
Sebbene la situazione LGBTQAI+ in Palestina non sia affatto delle migliori, esistono gruppi ed associazioni queer, come Aswat (lett. “voci”) e Al Qaws (lett. Nodo, in inglese “bow”, per riprendere la parola arcobaleno, “rainbow”).
Come dichiarato da Nasreen Mazzawi, co-fondatrice di Aswat, la comunità queer non è solo soggetta alle discriminazioni interne, ma anche a quelle esterne israeliane, che vede le persone palestinesi innanzitutto come tali, non come queer e pertanto non intendono lottare per sostenere anche i loro di diritti.

Nel 2003, un’altra cofondatrice di Aswat, Rauda Morcos, si è vista fare outing da parte di un tabloid israeliano a seguito di un’intervista, sebbene avesse esplicitamente chiesto che non venisse dichiarato il proprio orientamento.
Come può la popolazione palestinese lottare per i diritti LGBTQAI+, scendere in piazza a manifestare, far firmare petizioni, creare associazioni quando è soggetta non solo ad una doppia discriminazione (interna ed esterna) ma anche ad un’occupazione? Quando nemmeno altri diritti di mera sopravvivenza vengono garantiti?
Israele negò i vaccini per il Covid 19 alla Palestina, più volte nel corso degli anni la popolazione è stata maltrattata, uccisa, sfrattata… dov’è il lusso per poter protestare?
Perché in queste circostanze si parla tristemente di lusso.

Quando si vive in una realtà di occupazione e apartheid spesso le priorità hanno a che vedere con le necessità più immediate: mangiare, bere, lavarsi, vestirsi, andare a scuola.
Non tutta la popolazione palestinese che vive all’interno del territorio occupato da Israele gode dello stesso diritto di voto, non possono spostarsi liberamente all’interno dei territori occupati ed è stato indirettamente reso difficile il trasporto anche dei beni all’interno dei suddetti territori, con lo scopo di “giudeizzare” l’area, come dichiarato da Human Rights Watch. Israele ha inoltre negato spesso permessi per acquistare terreni (spesso appropriandosene, definendoli territori statali) o anche solo per costruire, costringendo la popolazione a vivere in spazi e case non adatte o, ovviamente, a doversene andare altrove. Altre volte, invece, è stato negato il diritto di residenza a milioni di persone palestinesi o a loro parenti. In molti casi è stato anche negato il diritto di associazione, soffocando letteralmente le voci palestinesi. Che margine c’era per rivendicare i propri diritti LGBTQAI+ in un contesto del genere? Poco.

Ora, con l’escalation di cruda violenza alla quale stiamo assistendo, dove in tempo reale su Instagram assistiamo, in maniera quasi distopica, a ragazzine vedere il padre bruciare vivo, quartieri interi non esistere più, pezzi di corpo sparsi che vengono raccolti, medici che in mondovisione implorano pietà, ospedali bombardati, donne costrette a partorire senza antidolorifici e senza la giusta igiene, persone con disabilità di svariata natura che vivono ancora peggio la situazione, neonati lasciati a decomporsi nelle incubatrici, corpi ai quali sono stati tolti organi, altri con segni di tortura e una dialettica di una crudeltà e di un razzismo rari, come possono le persone queer rivendicare i propri diritti? Non possono.
È diventato, tristemente, un fenomeno mediatico quello di moltissime persone queer palestinesi che hanno voluto scrivere il proprio addio o lasciare una traccia della propria esistenza sul sito Queering The Map (lett. “rendendo queer la mappa”). Si tratta di una mappa digitale, simile a Google Maps come interfaccia, in cui su ogni città, villaggio o paese si può lasciare un messaggio.
Il dj e produttore queer palestinese Zaheer Subeaux (@subeaux) ha recentemente affrontato il tema su Instagram e X (ex Twitter).
Ha parlato delle feste queer a Ramallah alle quali partecipò, menzionando donne gay con hijab, persone trans che ballavano. Ha osservato come le persone palestinesi siano le uniche persone soggette a omobitransfobia che se la vedono addirittura usata contro. Ha postato festival musicali, dichiarando come molte delle persone lì presenti fossero queer e le conoscesse personalmente.

Le persone queer palestinesi esistono, questo è indubbio. Hanno provato e provano ad emanciparsi, ad avere una voce, a cambiare le cose.
Ma spesso le loro voci non sono state né sentite né ascoltate, sia perché l’orientalismo dell’Occidente pone effettivamente un muro, sia perché vengono regolarmente oppresse o ostacolate anche dall’occupazione. Senza una profonda decolonizzazione del pensiero, indipendentemente dalla Palestina, non si arriverà mai ad una comprensione e liberazione totale dei Paesi e delle persone, nemmeno in Occidente.
Quindi no, che le persone queer si facciano sentire per una Palestina libera e per la fine di un genocidio non è un controsenso. Perché le vite e i diritti non sono a compartimenti stagni, sono in connessione, proprio per questo si parla di intersezionalità. Il razzismo, il suprematismo bianco, quello religioso, il classismo, l’omobitransfobia, l’abilismo si influenzano tutti a vicenda.
Sfruttare dei diritti, ancora una volta facendo pinkwashing e rainbowashing, come merce di scambio, invece, è davvero ipocrita e, dato lo stato attuale delle cose, oggettivamente disumano.
Poco prima di Capodanno 2023 i numeri di persone palestinesi uccise da Israele ammontavano a 21.000, di cui 8.500 minori.
Se davanti a un qualcosa di così brutale e aberrante (e logorante, vista la durata, sia nel breve termine che nel lungo, dal 1948) si adduce la scusa dell’omobitransfobia, questo non solo è offensivo nei confronti della popolazione palestinese, ma anche della comunità LGBTQAI+. Le persone queer non vanno rispettate solamente se e quando conviene, ma sempre. Inoltre, vedere una comunità ancora minorizzata e maltrattata in molte parti del mondo sollevarsi a favore di un’altra non è definibile un’ipocrisia, bensì una logica reazione di chi può immaginare cosa significhi e non tollera più dolore per nessun essere umano, indipendentemente da ogni circostanza.
Forse questa è la vera ragione per la quale è difficile accettare che le persone queer protestino. Perché è una lotta dettata solamente dal senso di umanità ed empatia, senza un tornaconto.

Profili utili da seguire:
Hind Khoudary @hindkhoudary
Motaz ‘Azaiza @motaz_azaiza
Plestia Alaqad @byplestia
Wael Al Dahdouh @wael_eldahdouh
Palestinian Feminist Collective @palestinianfeministcollective
Watermelon Movement @watermelonmovement
Middle East Eye @middleeasteye
Eye on Palestine @eye.on.palestine
Let’s talk Palestine @letstalkpalestine
Giovani Palestinesi d’Italia @giovanipalestinesi.it (in italiano)
Karem Rohana @karem_from_haifa (in italiano)
Visualizing Palestine @visualizing_palestine
Decolonize Palestine @decolonizepalestine
Decolonize Myself @decolonizemyself
Letture utili:
Storia del Medio Oriente Contemporaneo, Massimo Campanini, 2006, Il Mulino
Che genere di Islam?, Jolanda Guardi & Anna Vanzan, 2012, Ediesse
Fonti:

A chi e cosa scrivere per chiedere il cessate il fuoco su Gaza alle Istituzioni italiane

See Also


https://www.queeringthemap.com/
https://www.them.us/story/lgbtq-solidarity-palestine-saed-atshan
https://www.palestine-studies.org/en/node/232088
https://www.astraeafoundation.org/stories/alqaws-sexual-gender-diversity-palestinian-society/
https://www.jpost.com/israel-news/article-734812
https://www.theguardian.com/world/2022/dec/22/israel-lgbtq-community-fear-future-far-right-government
https://www.haaretz.com/israel-news/2023-06-20/ty-article/.premium/ultra-orthodox-israeli-lawmaker-homosexuality-bigger-threat-to-israel-than-hamas/00000188-d9f0-d5fc-ab9d-dbf8140e0000
https://www.kayanfeminist.org/home-page
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC9790952/
https://www.hrw.org/report/2021/04/27/threshold-crossed/israeli-authorities-and-crimes-apartheid-and-persecution

Maslow’s Hierarchy of Needs

“Attentato in Egitto, Occidente ipocrita e miope”. Parla Massimo Campanini

https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2023/12/29/occidente-lezioni-morale

Credits
Immagine cover sito
Foto di Mohammed Abubakr: https://www.pexels.com/it-it/foto/citta-strada-bandiere-folla-19028560/
Foto di Vitória Santos: https://www.pexels.com/it-it/foto/volto-di-donna-con-schizzi-di-colore-1937301/
Foto di Alexander Grey: https://www.pexels.com/it-it/foto/mani-testo-arcobaleno-lgbt-5933037/
Immagine sito verticale
Rainbowwashing_doubleback-1.jpg.webp
Immagine sito orizzontale
892A1069-1280×853.jpg
View Comments (0)

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Associazione Bossy ® 2024
Via Melchiorre Gioia 82, 20125 Milano - P.IVA 10090350967
Privacy Policy - Cookie - Privacy Policy Shop - Condizioni di vendita