In redazione ci è arrivata questa lettera anonima, con questo esatto titolo.
Non abbiamo davvero niente da aggiungere, lasciamo che sia questo ragazzo di 17 anni a raccontarci uno spaccato d’Italia di cui ci vergogneremo per molti e molti anni.

 

Mi sono stancato di questa vita. È un po’ triste doverlo dire a 17 anni, o anzi dirlo e basta, perché non è un vero e proprio dovere, però sono quelle le parole che vengono in mente quando mi guardo intorno.

Eppure, a tentare di mettere i pensieri nero su bianco, sento addirittura di essere stupido e inutile, nel lamentarmi di problematiche che forse sono un nonnulla. Che sarà mai avere la coscienza di non poter trovare l’amore in questa città? Oppure la sicurezza che, per potersi divertire, occorra aspettare giorni e giorni a ricaricare un’applicazione su cui scambiare foto dei nostri corpi nell’attesa che qualche giovane – ma non necessariamente – ci risponda? O che d’estate qualche turista annoiato si voglia distrarre dopo essere stato nell’acqua di mare?

Negli anni 90, ho capito grazie a Piergiorgio Paterlini, era difficile ed estenuante essere omosessuale in questo nostro stivale, ma quasi trent’anni dopo la situazione è staticamente rimasta alquanto simile a quella passata. Non riesco – o meglio, non riesco sempre – a trovare il coraggio di andare avanti, perché sono esule per mia volontà in questo eterno limbo di attesa: non ho il coraggio di dare fuoco al mio corpo in piazza San Pietro come Alfredo Ormando, non ho la speranza di (dopo essermi avvolto in una bandiera rossissima) andare a guidare un corteo e reclamare ciò che mi spetta.

Forse ho un rubro segno sulla mia pelle che mi obbliga a vivere in perenne attesa di qualcosa, seppur minima, ma perlomeno qualcosa. Essere diverso, essere senza veri e propri riferimenti di associazioni e guide, essere senza amici “come me” con cui parlare di ciò che mi caratterizza e mi condanna, è tutto indicibilmente pesante e gravoso. Posso dire di sentire mie le parole di Foscolo: «Avverso al mondo, avverso a me gli eventi».

È come se il corso della storia fosse un enorme tir che cammina ogni giorno sulla stessa vecchia strada battuta, e io l’asfalto crepato che sopporta il sole, la pioggia, le ruote e le suole di chi non mi vede. Bende sugli occhi sembrano coprire tutte le persone per cui, appunto, sono invisibile. C’è chi si lega un fazzoletto davanti alle palpebre, c’è chi è troppo pigro per scostare lo sguardo dal suo angolo, c’è chi non sa di avere le retine guaste, ma il risultato è sempre lo stesso, tutto sommato. Non ho bisogno di sentirmi dire: «È la giovinezza, dai. Quando ti sposti, vedrai. Più su, al nord. All’Università.»

Non si tratta di non essere fidanzato. Non si tratta di essere sfigato. Si tratta di questo: perché devo crescere e spostarmi per evitare che l’unico omosessuale dichiarato dalle mie parti con cui poter parlare sia a meno di 45 km da me? Perché chi nascerà come me, da queste parti, non solo sentirà pesare su di sé una taglia enorme per chi lo scova per primo solo per il gusto di insultarlo, ma sarà anche destinato all’isolamento? Alla sfiducia? Perché in questo posto non ricevo supporto? Perché mi devo sentire persino rifiutato? Con questo governo, poi, non ne voglio parlare, se non solamente in queste poche, prolisse righe.

La mia unica speranza, comunque assai remota, è la cultura, che spero possa arrivare sempre a più persone. Sono plurime le persone a cui ho mandato questa “lettera”, se così può essere considerato questo straccio di pdf. In parte uno sfogo, in parte una speranza che voi, se non la doveste leggere, almeno possiate idealmente condividerne i princìpi di sconforto che l’hanno motivata (o perlomeno comprenderli), al 99% un enorme ringraziamento per usare il cervello in un Paese che mi lascia solo e che sembra chiuso in una cappa clericale e bigotta. Leggetela o no a chi volete, non ho bisogno di chiedervi: «Parlate di queste tematiche, vi prego», perché già lo fate e vi occupate di tantissimo. È un breve memorandum a schierarvi in questo momento politico e, escludendo bandiere e idee politiche, a celebrare l’umanità in un posto, da nord a sud, indietro culturalmente e nell’ambito dei diritti civili.

Sinceramente grazie,
Un frocio di merda.

P.S. Ho mandato questa lettera a tante persone (perlopiù divulgatori, youtuber, ecc.) in cui credo e che, in un modo o nell’altro, stimo e mi ispirano. Non è un messaggio estremo, non ho intenzione di fare nulla di azzardato e/o di pericoloso; mi sono semplicemente lasciato andare allo sconforto davanti a una pagina bianca. Ringrazio chiunque sia stato così paziente da leggere tutto.

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