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PJ Harvey: femminile, non femminista.
Dark Light

PJ Harvey: femminile, non femminista.

Valeria Lucia Passoni

Abbiamo sempre bisogno di etichettare.
Incasellare, trovare una definizione, attaccare un cartellino.

Teen pop, post rock, glam rock, shoegaze, new wave, gattini punk.

Una vita passata a trovare la giusta parolina per definire quello o quell’altro genere musicale.

E lo stesso facciamo per indicare chi quei generi li suona, li canta, li porta in giro su un palco.

Chiamala comodità.
Chiamala necessità di trovare un posto nel mondo per tutto ciò che esce dalle case discografiche, dai torrent e dagli ipod.
Chiamala che dare un nome o una definizione porta sempre con sé un senso di sicurezza e conforto. Che non capirò mai.

Tutto lecito, lineare, estremamente logico e razionale.

Poi però ci imbattiamo in quello che è il magico mondo musicale, femminile.

E lì, quella perversa esigenza di dover tirare le linee prende una piega importante.
Come in un drastico processo di estrema sintesi ci troviamo davanti a due macro alternative: la patinata che canta in playback sogno erotico degli italiani e quella cessa ma brava.

Probabilmente questa suddivisione ai minimi termini in cui tutti, diciamocelo, almeno una volta, siamo caduti, è dovuta anche, e soprattutto, alla sempre maggiore esposizione mediatica dei personaggi pubblici ed all’ossessione per l’immagine, emblema dei nostri tempi, dalla quale ottusamente continuiamo a farci sedurre.

Oggi con un click sai tutto, vedi qualunque cosa, chiunque può fare musica e diffonderla, le fotografie sono un veicolo di comunicazione fin troppo potente, e se sei pure di bell’aspetto è chiaro che sia più facile per te sbalzare su una copertina prima di quella che ha una voce della madonna ma se non imbrocca in singolo giusto sarà pur sempre solo quella con la voce potente, ma bruttina.
Le regole del marketing, del commercio.
Le conosciamo.

In tutto questo però c’è anche lei.

Quella figa.
Ma pure brava.
Ed anche esibizionista.

Nel senso di esibire, farsi vedere, mostrarsi sul palco con un look d’impatto.
Col proprio personaggio.
Come ogni musicista si trova a fare saliti i tre scalini.

Una su tutte, Pj Harvey.

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Classe 1969, Polly Jane Harvey, è una cantautrice inglese con una carriera ventennale e collaborazioni con nomi celebri quali Thom Yorke, Mark Lanegan e Nick Cave.

È bella, estremamente brava e magicamente magnetica.

Una musicista, un personaggio, un’artista.pj2
Il suono ricercato e grezzo.
I testi cupi e struggenti.
Lo charme di una donna che si porta appresso tutta la sua femminilità e la sua inquietudine.

I testi dei quali si rifiuta di parlare raccontano di cuori sanguinanti, erotismo, passione.
E trasudano viscerali sentimenti.
Sa suonare più di uno strumento.
Si occupa della produzione dei propri dischi in prima persona.
Ha collaborato con una serie di musicisti maschi che la stimano, e che su di lei rilasciano più che dichiarazioni, ottime referenze.

Come la inserisci nelle macro aree una così?

Ci sarebbero e ci sono stati una lista di aggettivi e riconoscimenti da affibbiarle, ma non appena si accendono per lei le luci del successo, una delle prime cose che viene fatta è piazzarla sul trespolo come icona femminista ed associarpj2la ai gruppi riot grrrl.

Travisando così totalmente il senso della parola femminismo, facendo coincidere il concetto solo con quello di indipendenza, intraprendenza, femminilità, emancipazione, carisma.
Probabilmente, il modo migliore per riuscire ad incasellare un personaggio, dargli una connotazione forte, sicuramente una delle mosse migliori per stereotiparlo.

Del resto, per quanto sia definibile come un simbolo del rock femminile ed il suo modo di porsi ed il successo riscontrato nel pianeta musica non abbiano nulla ha da invidiare ai suoi colleghi uomini, non c’è traccia nelle liriche e nelle sue apparizioni o dichiarazioni in pubblico di un desiderio di una presa di posizione, di una trattazione, di un approfondimento, di tutte quelle tematiche emblematiche del movimento femminista.

Poi succede che nel 1992, l’NME pubblica una sua foto in topless, e si comincia a chiederle come mai lei, un’icona femminista, si facesse ritrarre così.

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E lei dal femminismo prende le distanze, perché dice che probabilmente non ne capisce il termine o il bagaglio che questa parola si porta appresso; dovrebbe tornare indietro e studiarne la storia per associarlo davvero a lei, e non sente il bisogno di farlo: preferisce continuare a fare le cose come le ha sempre fatte.
Negli anni a seguire dichiara poi di non pensare né al femminismo, né in termini di genere quando scrive canzoni, aggiungendo di non aver mai avuto problemi che non potesse superare per il fatto di essere una donna.

Abbiamo sempre così bisogno di incasellare e rinominare tutto ciò che ci passa tra le mani che spesso mentre congeliamo la spesa dal macellaio ci troviamo ad attaccare l’etichetta del pollo all’affettato.
Ci sono parole che hanno un significato ben preciso, una storia, una profondità intrinseca, tali che non possono essere utilizzate come un sinonimo, per enfatizzare un concetto o addirittura definire un’artista.
E femminismo è una di queste.
Che ha creato e continua a creare confusione, venendo utilizzata a sproposito.

Ci sono artiste che nel corso dei decenni hanno fatto di questo movimento una ragione di vita, dando ad ogni propria espressione artistica l’imprinting del femminismo o utilizzando le loro opere per sostenerlo.
PJ Harvey è un’eccezionale musicista camaleontica, audace e profonda nelle sue liriche, competitiva e vincente in un ambito in cui prevalgono generalmente gli uomini.

Ma col movimento non c’entra nulla e non vuole c’entrare nulla.

Anche se, non si può negare, ad oggi è un vessillo, nella musica rock, di come quelle famose pari opportunità delle quali parliamo sempre possano davvero esistere.

E di questo, è sicuramente consapevole anche lei.

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Che lo scorso 18 dicembre ha annunciato la pubblicazione del suo prossimo album in uscita ad aprile 2016.

Lo ha fatto con un teaser sulla sua pagina Facebook in cui la si può ammirare al lavoro sul disco ‘che documenta un viaggio artistico unico che l’ha portata in Kosovo, Afghanistan e Washington’, registrato, in pubblico, alla Somerset House di Londra.

Aspettiamo le nuove canzoni.

E magari di vederla con tutta la sua eleganza, presto, dal vivo in Italia.

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