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La cura per l’ambiente è femminile?

La cura per l’ambiente è femminile?

Quando parliamo di ambiente, c’è un nome che da qualche anno non possiamo fare a meno di nominare, soprattutto se si parla di crisi climatica: Greta Thunberg.
A soli 16 anni, Thunberg ha attirato l’attenzione di tutto il mondo, seduta davanti al parlamento di Stoccolma, con il suo cartello “sciopero per il clima”. Una ragazza di 16 anni che non vuole andare a scuola, perché che senso avrebbe andare a scuola, se a causa del cambiamento climatico, per la sua generazione non c’è un futuro?
La protesta di Thunberg è culminata in un movimento globale, i Fridays for Future. La visibilità di Greta è cresciuta in maniera esponenziale, diventando il simbolo della preoccupazione per il clima. Tuttə abbiamo ascoltato i suoi discorsi al UN Climate Summit di New York, alla COP25 di Madrid, e al World Economic Forum meeting a Davos nel 2019.

Thunberg non ha cercato affatto di essere gentile quando ha affrontato i leader mondiali delle Nazioni Unite. Non ha sorriso. Non ha tentato di far sentire a proprio agio nessunə. Non ha nascosto la sua emozione, la sua rabbia.
Il suo tono di voce ha contribuito ad accrescere la sua popolarità. Tante persone in tutto il mondo si sono sentite rappresentate, Thunberg stava dando voce alle accuse che tantə prima di lei avevano formulato, ed erano rimastə inascoltatə.

Da simbolo, Thunberg è diventata anche un bersaglio: chi non era d’accordo con lei ha iniziato ad attaccarla per il suo carattere, la sua motivazione e il suo aspetto. Il suo discorso mostrava troppa emotività.
Non è un caso che ə criticə di Thunberg, 17 anni, l’abbiano sempre definita ‘bambina’. Questa infantilizzazione è accompagnata invariabilmente alle accuse di emotività, isteria, di disturbo mentale e dell’incapacità di pensare per sé, etichette stereotipicamente femminili, che sono usate tradizionalmente per mettere a tacere il discorso pubblico delle donne e minare la loro autorità. Così, alcunə commentatorə hanno utilizzato termini peggiorativi per rivolgersi a lei, descrivendola come “una bambina svedese malata di mente”, instabile, “un pazzo millenario”. Qualcunə ha sostenuto che Thunberg avesse bisogno di una sculacciata, altrə hanno paragonato il suo attivismo alla stregoneria medievale.
Poi, è giunto il turno del benaltrismo. Se Greta Thunberg tiene tanto alla giustizia climatica, perché viaggia per il mondo? Qual è l’impronta di carbonio del suo nuovo libro? Qual è l’impatto dei suoi viaggi per andare a parlare alle nazioni unite?  E ancora, altrə hanno sostenuto che non pensasse con la sua testa, ma che ci fosse qualcun altrə che la usasse.

Chiaramente, qualcosa nasce nella mente di chi che si rivolge a Greta Thunberg chiamandola ‘cara, piccola’. Questo è un effetto della cultura patriarcale. È stato osservato che, nel profondo, il linguaggio del negazionismo climatico sia legato a una forma di identità maschile fondata sul moderno capitalismo industriale – in particolare, l’idea prometeica della conquista della natura da parte dell’uomo, in un mondo fatto appositamente per gli uomini. Attaccando il capitalismo industriale, Thunberg sta attaccando la visione patriarcale del mondo di un certo tipo di persone, ma anche il loro senso di autostima. La loro risposta è la rabbia.

L’idea stessa di ‘selvaggio’ si inserisce nel ruolo di genere degli uomini. Alla donna resta invece essere la ‘madre Terra’.
L’ambientalismo moderno ha una relazione complicata con il genere, e non solo. Nonostante il numero di ambientaliste donne non sia affatto esiguo: figure iconiche come Lois Gibbs, Erin Brockovich, Karen Silkwood sono state le prime a lottare per portare le questioni ambientali nella sfera pubblica.
Eppure, in molti casi è evidente una segregazione di genere. La natura incontaminata, selvaggia, rimane un appannaggio degli uomini. Sono gli uomini bianchi che, tradizionalmente, partono per esplorare, e poi, conquistare.
Le donne, invece, restano a casa, sono custodi e nutrici, devono occuparsi delle loro famiglie, delle comunità e, dunque, della Terra. Hanno un ruolo passivo e reattivo. È il degrado ambientale a trovarle e spingerle ad agire, ma sempre per difendere le proprie case.

L’attivismo per l’ambiente lo fanno le donne?

Thunberg si è unita a un numero crescente di giovani attiviste conosciute per la loro critica delle ingiustizie globali e violenza di genere: i Premi Nobel per la pace Malala Yousafzai e Nadia Murad sono solo alcune delle giovani donne che rifiutano di rispettare le norme di genere tipicamente patriarcali, che sono prevalenti nell’ideologia del populista e della destra estremista.

Ispirate da Thunberg, altrə attivistə si sono unitə alla sua protesta. Tra di essə, Vanessa Nakate, proprio come Greta, ha iniziato a scioperare fuori dal Parlamento dell’Uganda, il suo paese. La voce di Nakate voleva portare l’attenzione sul fatto che l’Africa non ha causato la crisi climatica, ma ne sta già subendo i peggiori effetti.
Ma oltre ad essere zittita, Vanessa Nakate viene anche cancellata. Nel 2019 si trovava a una protesta a Davos, in Svizzera, con altre attiviste bianche: Greta Thunberg, Luisa Neubauer, Isabelle Axelsson. Nella foto pubblicata dopo quell’evento, Nakate non è presente: l’unica persona nera e africana, sebbene involontariamente, era stata tagliata fuori dalla foto.
E ancora, tra le giovani attiviste per l’ambiente non possiamo dimenticare Sophia Kianni, la più giovane consigliera delle Nazioni Unite. Si è parlato tanto di Kianni dopo la COP27, non per la forza e la motivazione dei suoi discorsi ma perché era ‘vestita troppo carina’. Del resto, alcuni potrebbero non riuscire a concentrarsi su cosa dice. Come se non bastasse, Kianni è stata usata come strumento per ulteriori ‘accuse’ a Thunberg, con cui è stata messa in contrapposizione, definendola ‘la nuova versione hot di Greta’.

Le donne costituiscono tradizionalmente la stragrande maggioranza dei membri dei gruppi ambientalisti. Ma perché proprio le donne hanno maggiormente a cuore l’ambiente?
O forse la domanda dovrebbe essere, perché gli uomini si interessano meno? 

Le donne, poiché hanno maggiori probabilità di essere state oggetto di altre forme di oppressione, sono più consapevoli dell’ingiustizia ambientale. Sono anche più vulnerabili agli effetti della crisi climatica, perché hanno maggiore probabilità di essere private dei loro diritti.
È difficile separare il femminismo dalla lotta ambientale, proprio perché il femminismo raccoglie le istanze dei gruppi meno privilegiati e si fa carico delle diverse oppressioni. La partecipazione delle donne e delle minoranze è vitale, perché le riguarda da vicino.

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Spiega Vanessa Nakate in un’intervista:

“Dopo un disastro se una famiglia deve decidere chi smetterà di andare a scuola, sarà sempre una ragazza, e a lei toccherà l’orrore di un matrimonio combinato. Sono loro che devono camminare per andare a prendere l’acqua durante una siccità. Se la crisi climatica è una guerra, noi siamo le soldatesse mandate al fronte a morire. E invece i generali sono tutti maschi, guardate le foto degli eventi e degli incontri dei leader: quasi tutti uomini, quasi tutti bianchi”.

In più, le donne sentono maggiormente la responsabilità di garantire un futuro aə propriə figliə, perché la loro gestione è ancora un problema prettamente femminile.
Così, i ruoli di genere vedono ancora la cura della casa appannaggio delle donne. Sono le donne a scegliere cosa cucinare, cosa mangiare, che azioni compiere. La sostenibilità e il peso delle ‘scelte consapevoli’ è spesso delle donne. Ma se le donne lavorano, quando hanno il tempo di pensare a cosa cucinare, per fare pasti sostenibili? Come possono pensare di autoprodurre, per evitare di usare più plastica?
Ciò che resta è quindi il senso di colpa, di non fare abbastanza per l’ambiente, che si aggiunge a tutte le altre lotte che le donne affrontano ogni giorno. 

Bibliografia: 
Credits

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Di Paul Wamala Ssegujja – Paul Wamala Ssegujja, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=89214778
By Representative9028 – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=131934769
Di Anders Hellberg – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=77270098
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Foto di Flavia Jacquier (Pexels): https://www.pexels.com/it-it/foto/donna-strada-donne-liberta-4003149/
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Lois Gibbs (Photo: Goldman Environmental Prize) 1990_LoisGibbs-6-1024×687.jpg

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