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Ani DiFranco, delicatamente pasionaria

Ani DiFranco, delicatamente pasionaria

Americana, bisessuale, cantastorie.
Femminista figlia di femminista.
Madre, militante, moglie.

Ani DiFranco è più vicina ai cinquant’anni che ai quaranta, ma è senza dubbio più seducente e bella rispetto a quando aveva vent’anni.
Qualcuno direbbe che è merito della maternità.
Qualcun altro che le treccine e i rasta non stanno bene sulle donne.

Credo semplicemente che, invecchiando, la consapevolezza e il bagaglio di sentimenti ed esperienze che hai accumulato ti trasformi fisiologicamente in una creatura più matura e fisicamente, anche se maggiormente imperfetta, più completa ed attraente.

È nata a Buffalo, e lì ha preso, quando era in età da scuola elementare, le sue prime lezioni di chitarra.
Strumento che si sarebbe trasformato di lì a poco nella sua fedele ed inseparabile, a volte unica, compagna.

Ha iniziato, un po’ come tanti altri colleghi musicisti, ad esibirsi con le cover di brani altrui, poi i suoi genitori si son separati, lei e la madre si sono trasferite in un’altra città e praticamente, neanche maggiorenne, se n’è andata a vivere da sola.
Si è resa indipendente.
Compiuta la maggiore età ha dato il via ad un’altra emancipazione, quella musicale, fondando la sua etichetta discografica, la Righteous Babe Records, che, oltre ad occuparsi di musica, è coinvolta nel sostegno di un’ampia gamma di cause legate alle donne e più in generale ai diritti umani.
Schierata con Amnesty International, la League of Woman Voters, la National Abortion Federation, ma anche coinvolta a supporto di diverse associazioni musicali che lavorano con gli studenti, la Righteous Babe è indipendente e trasversalmente impegnata.
Esattamente come la sua fondatrice.

Che non ha mai ceduto ai corteggiamenti delle major e si è sempre prodotta gli album da sola.
È sempre rimasta fuori.
Dalle logiche del mercato, dal music business.
Libera di dire ciò che voleva dire con le modalità ed i tempi da lei decisi.

Un’outsider, boss di se stessa.

Ha iniziato a incidere i suoi dischi nel 1990.
Questo significa che è attiva, anno più anno meno, da quasi trent’anni.
E dal suo primo album ogni anno, massimo ogni due, ha pubblicato un nuovo lavoro.

Il suo è un suono che sbuffa folk, ma non inteso solo come genere musicale o modo di suonare la chitarra.
Lo è anche, certo.
Nelle sue canzoni, le sonorità della musica popolare si mescolano all’acidità del punk, alle punte di jazz e rhythm and blues, alla grinta del rock, alle atmosfere più etniche e freaky.

Ma il suo fare folk, riguarda in modo preponderante l’attitudine con cui scrive e compone.
Fare folk, per lei, significa dare voce a una comunità, alle persone, alle loro storie.
Fare folk, fare musica, è una missione.

Per questo, se da un lato ci sono gli arrangiamenti, la padronanza dello strumento, la compenetrazione di generi, i virtuosismi vocali e l’elegante intensità degli accordi, dall’altro c’è un’espressività testuale, un’attualità stilistica ed una sensibilità che straripano dalle sue canzoni.

Rabbia, protesta e amore debordano dai suoi oltre venti dischi.

Gran parte dei testi di Ani sono autobiografici, ma la restante parte riguarda tematiche di rilevanza sociale.
Tocca il razzismo, l’omofobia, gli abusi sessuali.
Si è schierata contro la guerra, la pena di morte, il sistema patriarcale.
A favore di aborto e divorzio, e del diritto di esercitarli.
Paladina della libertà di scegliere con chi infilarsi sotto le lenzuola.
Disfa le etichette di genere, dilania i tabù sessuali ancora in vita nella società.
Lotta per il superamento del sessismo e per il riconoscimento dei diritti.
Di tutti.
Delle donne, della comunità nera americana.
Del riconoscimento di quella parità di sessi e colori alla quale non siamo ancora arrivati.

Oltre ai sentimenti, alle emozioni, a quel reticolo di emotività che l’amore e le nostre vite quotidiane ci fanno provare, dà voce a quelli che sono temi quotidianamente presenti in modo più o meno prepotente nei contesti in cui siamo inseriti, che siano le ingiustizie sociali, il riflesso prorompente di internet e delle multinazionali nelle nostre vite o la scelta di bombardare una nazione che si trova sita in un continente dall’altra parte del mondo rispetto al nostro.

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Da sempre, dichiaratamente, la sua musica è più che un bell’arrangiamento che si sposa a parole ricercate.
È impegno politico e sociale.
È determinata denuncia che alterna delicatezza e disappunto.

L’impronta femminista ad Ani gliel’ha marchiata la madre fin da piccola, con il suo operato e il suo attivismo, e lei non se l’è mai lavata via, anzi.
Ha sempre dichiarato che il femminismo è l’unico modo di salvare il mondo.
Che il raggiungimento della parità è l’unico modo per costruire una società diversa e cambiare modo di pensare.
Ha aderito alla corrente delle riot grrrl.
È stata eletta da journalist-system simbolo del femminismo.
Nelle interviste e nei testi delle sue canzoni lo ha sempre ribadito e mai nascosto.

Self Evident, In Or Out, The Whole Night, Trickle Down, Origami, Gratitude, God’s Country, Amendment, Fuel, Your Next Bold Move, Lost Woman Song, Promiscuity, To The Teeth.

Sono solo alcuni dei brani che Ani ha inciso e che esprimono le tematiche a lei care, oltre che la visceralità e l’anima vulnerabile e pasionaria che la contraddistinguono.

Non è un caso che l’Organizzazione Nazionale (americana) delle Donne (NOW) l’abbia premiata quale Donna Coraggiosa.

A distanza di due anni dal disco, il suo ultimo, Allergic To Water, il 7 ottobre Ani ha pubblicato Play God, il singolo che anticipa il prossimo album.
Diritti civili, uguaglianza ed emancipazione delle donne sono le parole chiave che chiaramente la fanno da padrone.
Al netto di cosa ci ha mostrato essere in questi ventisei anni, e semplicemente pensando a cos’è successo negli Stati Uniti e nel mondo in questi due anni, possiamo senza dubbio intuire la dirompente squisitezza che ci aspetta prossimamente da ascoltare.
Anche dal vivo, visto che a luglio sarà a Roma e a Milano.

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