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Intervista a Libera Velo, musicista napoletana e attivista transfemminista
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Intervista a Libera Velo, musicista napoletana e attivista transfemminista

Valeria Lucia Passoni
Libera Velo è un’artista napoletana con musica, fotografia e danza che le scorrono nelle vene. È una combattente, un’attivista, impegnata e schierata soprattutto a sostegno dei diritti delle donne e contro la violenza, ed è parte del movimento transfemminista della sua città, del quale è un po’ la madrina. “‘A Sguarrona” è il suo terzo disco, uscito a fine 2020, un album intenso e interamente scritto in napoletano, un viaggio in cui le sonorità della sua terra si mischiano ad atmosfere caraibiche e anglofone.
Un disco che ci ha raccontato in una bella chiacchierata in cui abbiamo parlato anche di attivismo e di arte.

Libera, per conoscerti, fai come se sfogliassi l’album delle foto dei ricordi: qual è stato il primo disco di cui ti sei follemente innamorata e che ancora oggi porti nel cuore e nelle orecchie? Nell’ultimo anno, invece, quali sono i tuoi ascolti più frequenti?  Se potessi descrivere la Libera di quando aveva 15 anni, e la Libera di oggi, con tre aggettivi, quali utilizzeresti?

Ascoltavo di tutto anche grazie al quartiere popolare dove sono cresciuta che ci forniva il meglio della musica su cassette Mixed by ERRY (il falso/originale, “la dimensione ideale per un ascolto pulito”), così ho iniziato a divorare anche il pop di Madonna, Cyndi Lauper, Culture Club, The Cure, Prince, Michael Jackson, Duran Duran… Poi per fortuna sono arrivati i Public Enemy! Passavo ore con walkman e vocabolario a tradurre le canzoni in inglese e cercando stazioni radio per registrare le mie compilation che poi regalavo. Il regalo migliore per me era un biglietto per un concerto, amavo i Bennato, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, le opere di Roberto De Simone,  Zio Daniele Sepe e la grande Teresa De Sio. Grazie ai dischi dei miei zii ho iniziato ad ascoltare jazz, blues, soul e musica inglese da piccolissima. Due sono i concerti che mi segnarono: Giorgio Gaber a Teatro (spettacolo al quale mi portò mia madre per i miei 9 anni) e qualche anno dopo, con mio cugino e mio padre, il live di Pino Daniele allo Stadio San Paolo. Non riesco proprio a immaginare una vita senza spettacoli dal vivo! A 15 anni ero in piena “Pantera”, ero rappresentante d’istituto, autogestivamo scuola, cantavo in  una band, facevo la babysitter e scattavo foto in giro. Ero molto impegnata tra musica e il dopo scuola nel mio quartiere.

Oggi sono sempre la stessa, ma ho una figlia che mi dice che sono “antica”! Difficile darsi da sola degli aggettivi, ci provo: autoironica, coraggiosa e “capa tosta”, forse riassumono la mia natura. Il disco che ascoltavo e che ancora ascolto è “At last!” della grande Etta James, del 1960. Quest’anno ho consumato 3 dischi: il primo è del 2019, ed è “The Return” di Sampa The Great; il secondo è vecchio e chiaramente lo conoscevo già, ma da poco l’ho acquistato in vinile, ed è “Cold Fact”, del 1970, dello zio Sixto Rodriguez; e poi “Nuova Napoli” dei Nu Guinea del 2018. Di campano seguo il lavoro soprattutto di autrici come Donix, la Niña, Fabiana Martone, Simona Boo, Michela Tempesta, Oriana Lippa, Fede ‘n Marlen e Dub Marta, tutte bravissime e personali.

“‘A Sguarrona” è il tuo ultimo lavoro, uscito a dicembre. Ci racconti la sua genesi e quali sono i temi che tocchi attraverso i brani, nonché le loro fonti di ispirazioni, i riferimenti che scoviamo ascoltandolo? Quali sono gli aspetti del disco che vorresti fossero capiti e assimilati da chi lo ascolta? C’è un messaggio di fondo che vorresti arrivasse chiaramente?
La memoria è un mio pallino. Ho iniziato a fare ricerche sulle biografie di donne campane avendo l’intento di raccontarle con satira, un’idea di celebrazione iconica body positive! Inoltre mi hanno sempre molto incuriosita le Maschere della Commedia dell’Arte, come quelle ritratte nella litografia seicentesca “I Balli di Sfessania” dell’incisore francese J. Callot: da anni imbastivo una figura satirica, ecotransfemminista, erotica e queer, libera di esprimersi. Ho sempre amato cantare in napoletano ma avevo bisogno di trovare un mio modo di scrivere che rispecchiasse il mio song writing poco mieloso. “‘A Sguarrona” è un disco popolare pieno di omaggi e citazioni: Maria Luisa d’Aquino, Ria Rosa, Bovio, Viviani, Carosone, Peppino Di Capri e i Rockers, Bennato, De Sio, Montecorvino, Fausta Vetere, Concetta Barra, Almamegretta, Italo Calvino, Edo Sanguineti, Maria Teresa Vera, Nina Simone, Yvonne Harrison, Pauline Black and The Selecter… Napoli, Caraibi e Africa unite dall’equilibrio antirazzista della migrazione e del mare, che ci accomunano; il messaggio finale di “L’Uovo Cantacronaca” racconta di due conviventi che non riescono mai a fare l’amore perché hanno turni opposti al loro pseudo-posto di lavoro. Vedere tanti giovani lavorare per pochi spiccioli e senza contratto, senza averne spesso nemmeno consapevolezza è la violenza più terribile degli ultimi 20 anni!
Politica, diritti civili e movimento transfemminista. Sei un’attivista fin da giovanissima. Ci parli del tuo intenso e annoso impegno sociale sul territorio campano? Quali sono le cause che senti più vicine? Quali sono le realtà alle quali hai dato e dai il tuo sostegno? In che modo, ognuno di noi, può iniziare a essere un’attivista e a battersi perché ciò che ci circondi diventi “più giusto e umano”?  
Ogni causa è unita in una rete alle altre… da qualche anno mi impegno nel sanitario (legge 104 per patologie sotterranee e per migliorare le cure a base di Canapa Terapeutica per pazienti che ne hanno giovamento), ma per esempio, trovo questa causa molto vicina alle rivendicazioni della Rete Scuola per il rientro alla scuola in presenza, perché, anche se le persone con disabilità sono in parte rientrate a scuola, non hanno intorno il loro mondo fatto di relazioni con la classe. Sarebbe stato meglio rendere sicuro il luogo scolastico, attivare una rete di veicoli solo per la scuola, monitorandola come prioritaria, seguendo psicologicamente le famiglie per lavorare sulla paura che questo distanziamento da virus ha diffuso. A sua volta la cura è legata alla lotta transfemminista, in primis perché le madri stanno perdendo il lavoro e poi perché nella sanità le donne e le persone transgender da sempre vivono un clima di medicalizzazione e colpevolizzazione… Ripeto, è tutto collegato! La scuola è sicuramente un luogo di importante lavoro sociale e anche di educazione all’affettività e di genere. L’autonomia scolastica ha creato mostri incastrati che vanno osservati e abbattuti. La genitorialità attiva è un modo per fare qualcosa per il futuro… Oggi si parla di Ecotransfemminismo. Abbiamo sfilato contro la globalizzazione in tutto il mondo, preso tante mazzate e subìto abusi! Non abbiamo dimenticato, lo abbiamo tramandato!Questo è un periodo difficile per tuttə, questo virus ci ha tolto l’aggregazione e il dibattito si è trasferito su mezzi di liquidità che possono generare facilmente disaccordo e controllo. Dobbiamo mantenere sempre gli occhi aperti perché a noi “terronə” resta l’autorganizzazione per spostare le politiche territoriali. Se aspettiamo che sia la politica istituzionale ad aiutare l’evoluzione, il nostro Sud resterà sempre indietro perché la realtà è che si pratica un diabolico federalismo fiscale da sempre per cui chi ha poco deve continuare ad avere poco (come racconta il libro di Marco Esposito “Zero al sud”, che consiglio vivamente). Un esempio tra mille: assegno di solidarietà di 9.000.000 di euro a Reggio Emilia a fronte dei 90.000 euro a Reggio Calabria: servono altri dati per spiegare la condanna alla migrazione che viviamo? Tuttə siamo Attivistə quando non attendiamo che cadano dal cielo i processi di miglioramento collettivo.
Spesso, purtroppo, si nega l’esistenza di atteggiamenti misogini e sessisti, in particolar modo nella quotidianità, in cui alcuni comportamenti sono accettati e ormai invisibili nei termini della loro ingiustizia: come a partire dalle proprie case, da scuola, dai locali, dai centri di aggregazione, dalla strada, si può lavorare per decimare ed eliminare questo modus operandi che diventa visibile spesso solo quando si trasformano in qualcosa di manifesto, quale può essere uno stupro o un femminicidio?
Quando ho iniziato a scrivere le mie prime canzoni transfemministe, a Napoli non era ancora attiva la Rete Transfemminista internazionale Non Una Di Meno. Io esponevo le mie matrioske a tutti i miei concerti e le consideravamo già un simbolo iconico. Nella maggior parte dei collettivi dell’epoca già sentivamo un cambiamento muoversi. Eravamo una nuova generazione lontana dal binarismo di genere e più vicina alla controcultura cyborg del 1985/1990 e a quella parola che ci rese liberə, “QUEER”, che non solo non poneva più limiti all’affettività e alla propria evoluzione sessuale, ma soprattutto significava lottare insieme per eliminare tutti gli abusi e i pregiudizi bigotti che ancora ci circondavano ma con spirito “body positive”, mostrando i nostri corpi e le nostre scelte in modo visibile e chiaro. Io tutto questo lo sfogavo nei miei concerti, nei quali il trasformismo e l’interscambio col pubblico erano sempre legati a una sorta di subcultura antigerarchica di genere. La violenza di genere e la transfobia sono figlie terribili di un analfabetismo relazionale: non basta una legge del cavolo per radicare il rispetto, ci vuole espressione visibile e fiera da parte di tuttə e una grande educazione scolastica affettiva e di genere, che liberi da stereotipi e pregiudizi. Una scuola rispettosa di tutte le culture, delle scelte e dei corpi, priva di abilismo, sarebbe anche un luogo dove il bullismo non potrebbe mai attecchire. E, se fosse forte e coesa, porterebbe uguaglianza sociale e nessuna disparità tra famiglie di estrazioni differenti, e nemmeno il video pubblicato su TikTok più machista del mondo scalfirebbe le basi forti di una vera e profonda educazione al rispetto dai 3 ai 99 anni! Se si vuole, si può. È una responsabilità istituzionale e noi dobbiamo imporre il cambiamento.
Qual è lo stereotipo più tosto da combattere legato a Napoli? E il rapporto della tua città natale con le donne: qual è? Quali sono i problemi da risolvere, le situazioni da cambiare e sulle quali lavorare perché si superino? Accantonando invece le criticità e le difficoltà, parliamo dei punti di forza delle tue e dei tuoi concittadinə, delle opportunità che Napoli mette a disposizione?
La nostra storia è talmente contaminata di strati linguistici, culturali e antropologici diversi che come gli scogli vesuviani post eruzione, abbiamo delle radici alchemiche melting pot, e questa è la vera bellezza e forza misteriosa di Partenope; chiaramente tutte queste variabili possono facilmente trasformarsi da delizia a croce se non supportate da un sistema politico che si prenda cura di gestire e di valorizzare le grandi potenzialità di questo humus stratificato… Con un cesso in oro della Regina, a Londra ricostruiscono un’intera stanza da letto alla Corte di Enrico VIII! Noi siamo la culla della cultura e da ex fotografa di beni culturali posso dire di avere avuto tante sindromi di Stendhal, lavorando in Campania! Siamo come energia pura mai sfruttata a pieno e dobbiamo sempre rivendicare il nostro diritto ad avere più investimenti, più asili nido, più progetti culturali e sociali nelle carceri e nei quartieri, più contratti di lavoro alle donne (che sono in altissima percentuale avvinte nel lavoro nero); questa mala gestione, soprattutto nazionale, fa attecchire ancora troppo la malavita territoriale e tiene ancora molte madri legate esclusivamente al lavoro di cura familiare, come fosse una croce da Magna Grecia, spesso soddisfacendole. Qui torna il discorso dell’educazione all’affettività: nel 2021 non è assurdo che ci siano ancora padri di famiglia che si fanno servire a tavola? La scuola può aiutare anche in questo. Ho grande rispetto per le casalinghe e per i casalinghi, non tollero chi confonde il loro lavoro con l’annientamento delle loro personalità. In molte famiglie a Napoli e nel mondo, sono i papà ad occuparsi di più della famiglia perché magari hanno orari più flessibili o non hanno un lavoro stabile e non capisco perché si sia trovata la parola “mammo” per ridimensionare il loro operato, quando invece fanno ciò che un padre dovrebbe fare, null’altro! Bisogna eliminare il giudizio mediatico machista, essendo visibili e felici! Noi napoletanə siamo spesso più avanti di chi ci governa anche regionalmente, che invece ci tiene indietro e ci pregiudica puntando le risorse sempre e solo sulle stesse cose folkloristiche e turistiche, senza avere anche una visione ampia e futuribile della nostra cultura. Ma noi scriviamo solo canzonette…

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