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Dove sono ora le (persone) femministe?

Dove sono ora le (persone) femministe?

Lo sappiamo, la storia umana è fatta di corsi e ricorsi, fasi che si alternano, momenti che ineluttabilmente ritornano. Di rado ci sembra di essere davanti a qualcosa di assolutamente inedito, molto più spesso invece ci sentiamo vicinə a tempi remoti: guardiamo al passato cercando possibili soluzioni a problemi attuali, ponendoci interrogativi che, ormai secoli fa, generazioni anche molto lontane dalla nostra avevano formulato.

Rintracciamo connessioni tra la nostra epoca e quelle precedenti, identifichiamo antesignani di figure significative del nostro tempo, ci accorgiamo che forse c’erano già i prodromi o addirittura delle espressioni arcaiche ed originarie di fenomeni attuali.

Ed ecco che come leitmotiv si ripresentano dei quesiti imperituri.

Dove sono ora le femministe?

Il femminismo (sarebbe meglio dire i femminismi), alla pari di altri movimenti che hanno segnato la storia del pensiero e dell’esistenza umana, non è esente da tutto questo.

Dopo una fase di grande espansione, complice la parentesi pandemica – peraltro ancora in corso – e tutto ciò che essa ha comportato, in cui terminologie, riflessioni, ma anche pratiche femministe sono letteralmente entrate nel quotidiano in quel tempo dilatato e sospeso tipico dell’Era Covid, è giunto, immancabile, un momento di compressione in cui, in questo tempo accelerato e inarrestabile, ci si interroga su quanto ancora c’è da fare, sulla rotta da intraprendere, sui limiti o le contraddizioni dell’operato svolto fin qui.

Non è la prima volta che i femminismi vengono passati al vaglio, che subiscono una brusca battuta d’arresto davanti a questioni percepite come più urgenti, che ne vengono messe in discussione le fondamenta. Non dobbiamo quindi sorprenderci se oggi gli indici puntati sono più numerosi del solito, se ci si chiede con maggiore insistenza cosa si intenda fare, che posizione assumere, quale ruolo rivestire e quali responsabilità esso comporti.

Sul banco degli imputati certamente non ci sono sono solo le femministe, con un femminile voluto (come se poi a credere nella parità di genere fossero solo le donne). La domanda “Che fine hanno fatto…?” può essere completata con un sostantivo plurale a piacere che indichi un gruppo di persone che fanno attivismo rispetto ad un determinato tema (anche con “ecologistə” ad esempio funziona molto bene!).

Bisogna però ammettere che l’occasione per incalzare chi porta avanti battaglie (anche) per la parità di genere quando in un Paese vicino – non solo geograficamente – a noi, di generi ne vengono individuati due, di cui in buona sostanza uno deputato alla difesa e l’altro alla fuga (e il resto è solo eccezione a questa regola), è davvero ghiotta.

I femminismi e le guerre

Sul ruolo delle donne nelle guerre* e sul rapporto tra machismo e violenza è già stato detto ampliamente, non solo in questi giorni ma dagli albori del movimento femminista. Fatta la dovuta premessa che, alle porte di quella che forse sarà un giorno riconosciuta come quinta ondata, oggi i femminismi non si occupano solo di questioni di genere – forse potrebbe essere utile ribadire che essi mettono in luce le oppressioni legate (anche) al genere al fine di abbatterle, non di ridistribuirle.

Il vero – sarebbe forse meglio dire l’unico – traguardo non è che aprioristicamente le donne vengano trattate come gli uomini o viceversa, ma che a tutti gli individui sia sempre garantito il rispetto che meritano in quanto persone e che, in ogni condizione esse si trovino, la loro dignità venga preservata. Un sistema che opprime indistintamente tuttə, lungi dal diventare magicamente la patria della parità di genere, resta un sistema oppressivo. Il femminismo vuole il superamento del patriarcato, non l’equa suddivisione delle tragiche conseguenze che da esso derivano o possono derivare.

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Il femminismo non vorrebbe più donne schierate al fronte, ma che il fronte non esistesse affatto. E questo non vuol dire rinnegare la parità, ma rispettare il valore delle vite umane, di tutte le vite umane, anche di quegli uomini che la guerra considera carne da macello.

Dove sono allora le (persone) femministe?

Quelle che possono scegliere dove stare – perché sì, ora “schierarsi” in questo senso è a tutti gli effetti un privilegio – o chi, in barba alle ripercussioni, ha comunque espresso coraggiosamente la propria posizione, sono dalla parte della pace. Ripudiano la guerra e con essa l’oppressione, la violenza, l’abuso, la sopraffazione, la prepotenza, l’aggressività, lo sfruttamento, la discriminazione…

In poche parole, sono esattamente dov’erano prima che scoppiasse l’ennesimo conflitto e dove, finché possono, intendono continuare a stare.

* Esiste una letteratura corposa a riguardo. Fermo restando che non si intende far credere che la storia delle donne sia una storia di pacifismo, né che tutte le donne siano (state) femministe, per avvicinarsi al tema nell’ottica di questo contributo si segnalano (tra gli altri): Stefania Bartoloni, Donne di fronte alla guerra. Pace, diritti e democrazia; AA.VV., Donne nella Grande Guerra; Elda Guerra, Il dilemma della pace. Femministe e pacifiste sulla scena internazionale, 1914-1939.

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