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Feminist killjoy: l’arte di guastare le feste
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Feminist killjoy: l’arte di guastare le feste

Giulia Lanfredi

All’inizio di ogni nuovo anno mi piace prendermi un momento per tirare le somme di quello appena concluso e per mettere per iscritto la direzione che vorrei dare a quello che sta iniziando. Non si tratta di veri e propri buoni propositi, non sarei mai in grado di stendere un elenco puntato di obiettivi da raggiungere, ma piuttosto mi piace pensare a un tema di fondo, un leitmotiv che vorrei guidasse i 365 giorni che ho davanti. Ciò che vorrei caratterizzasse il mio 2019 è il tentativo di fare pace col mio essere una femminista guastafeste.

Immagino vi sarà capitato almeno una volta nella vita di trovarvi in quella situazione di disagio misto a imbarazzo di quando in riunione il/la collega di turno se ne esce all’improvviso con una frase razzista, o quando un/una parente fa una battuta sessista durante il pranzo di Natale, o ancora quando un/una conoscente spara un commento omofobo nel bel mezzo di una serata al pub, e via dicendo. Io ormai ho perso il conto delle volte che ho assistito a una scena del genere, ma non per questo ritengo di aver ancora trovato il modo migliore per reagire. Ogni volta che mi ritrovo in uno scenario simile sono assalita da un senso di fastidio d’intensità direttamente proporzionale alla gravità dell’affermazione captata. La vivo come una sorta di orticaria psicologica che mi spinge a sfogare tutto il mio disappunto, nel “migliore” dei casi, tramite occhiate assassine rivolte all’autore/autrice della suddetta affermazione o, nel “peggiore”, con una ramanzina che illustri nel dettaglio tutti i motivi per cui quella frase sia dannosa e/o offensiva. Ma il vero motivo di frustrazione è il fatto che molte volte la mia reazione istintiva viene interrotta dall’intervento della razionalità, che prontamente mi ricorda come alle persone non piaccia essere redarguite, che far notare la problematicità della loro affermazione mi farebbe immediatamente passare per una noiosa antipatica guastafeste e che a me proprio non piace essere considerata tale. Allo stesso tempo però non sopporto dover sentire frasi razziste, sessiste e omofobe. Quindi il dilemma è: parlare e inimicarmi chi ho di fronte ma essere poi in pace con me stessa per “aver fatto la cosa giusta” o preservare il quieto vivere della compagnia ma sentirmi in colpa perché, pur sapendo spiegare il motivo per cui certe cose non vanno, ho preferito tollerarle per comodità personale? Ecco, nel 2019 vorrei provare a fare pace con questo dilemma. Un’ambizione da poco, insomma.

Si tratta di un argomento su cui in realtà si è scritto tanto a livello accademico. L’espressione “femminista guastafeste” è di solito associata a Sara Ahmed, la studiosa femminista britannica che ha coniato questo termine. Personalmente trovo che l’originale in inglese, feminist killjoy, renda l’idea ancora meglio che quella italiana: killjoy, ovvero colui/colei che uccide la gioia (o la spensieratezza) altrui richiamando l’attenzione su un’affermazione, un avvenimento o un comportamento problematico. Dice Ahmed: “Quando esponi un problema, poni un problema” e chiami in causa la persona che ne è responsabile. Questo “guastare la gioia” è secondo Sara Ahmed una caratteristica intrinseca di chiunque si identifichi come femminista, in quanto il femminismo ha come obiettivo quello di mettere in discussione le dinamiche di potere su cui si basano le nostre relazioni sociali. Scardinare l’ordine prestabilito delle cose destabilizza le persone, ma provocare in loro una sensazione di disagio e fastidio è spesso l’unico modo per dare inizio a un cambiamento. Proprio per questo nel suo articolo “Killing joy: Feminism and the history of happiness” domanda ai lettori:

“Does the feminist kill other people’s joy by pointing out moments of sexism? Or does she expose the bad feelings that get hidden, displaced, or negated under public signs of joy?”

Ovvero: “È la femminista che uccide la gioia degli altri facendo notare un momento sessista, oppure semplicemente lei mette in risalto la negatività che viene nascosta e normalizzata da un elemento di pubblica gioia?”. Per Sara Ahmed la figura del/della feminist killjoy è così centrale che questo appellativo costituisce un vero e proprio motivo di orgoglio. Nel suo libro “Living a feminist life” infatti ha scritto il “Killjoy Manifesto”, un manifesto composto da 10 punti che spiegano le intenzioni di chi si riconosce in questa descrizione:

1. Il mio intento non è portare felicità. Intesa coma la felicità superficiale dell’imperturbato status quo.
2. Il mio intento è causare infelicità. Ovvero “guastare la festa” a chi si comporta in modo problematico.
3. Supporterò tutti coloro che vogliono causare infelicità. Ogni volta che qualcun altro interverrà per richiamare l’attenzione su un comportamento problematico, sarò dalla sua parte.
4. Non riderò alle battute che hanno l’intento di offendere.
5. Non ho intenzione di considerare un capitolo chiuso le questioni che non sono risolte.
6. Non voglio essere inclusa, se essere inclusa significa essere parte di un sistema ingiusto, violento e iniquo.
7. Accetto di vivere una vita considerata dagli altri come “priva di gioia/spensieratezza” e ho intenzione di ampliare la definizione del concetto di “una bella vita”.
8. Voglio ridefinire il concetto di “felicità”.
9. Ho intenzione di rescindere i legami, quando questi legami causano danno a me o ad altri.
10. Voglio essere parte del movimento “guastafeste”.

Il libro Living a feminist life consiste in una riflessione su cosa significhi identificarsi come “femminista” e includere questa etica nel proprio quotidiano. Lo dice esplicitamente fin dall’introduzione: il femminismo è un “homework”, un compito a casa. Ovvero qualcosa che mettiamo in pratica nelle nostre relazioni personali, nella realtà domestica. È un progetto politico, ma prima di essere una “teoria” accademica viene plasmato da chi lo professa e lo vive ogni giorno nella sua casa.

È chiaro che in questo senso per Sara Ahmed essere una killjoy è una vera e propria missione quotidiana ed è motivo di orgoglio. Personalmente mi trovo d’accordo con l’importanza sociale che attribuisce all’atto di guastare le feste altrui, quando queste “feste” sono basate sulla mancanza di rispetto verso il prossimo. Poi però c’è la vita reale: ci sono le giornate infinite passate a studiare al termine delle quali sono psicologicamente esausta, ci sono le persone che fanno commenti problematici solo per il gusto di provocare una reazione, ci sono quelli che comunque non hanno voglia di comprendere ciò che dico o il motivo per cui stai facendo notare loro un commento sbagliato. Insomma, è vero che ogni occasione per educare qualcuno è preziosa, ma non ho sempre la voglia o la forza di accollarmi quest’onere. È stancante e faticoso e non è realistico pensare di essere sempre in grado di farlo. Non si può avere la pretesa di essere capaci di combattere sempre, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. E va bene così. Nel 2019 vorrei riuscire, sì a gioire di più quando riesco a “fare la cosa giusta”, ma anche a sentirmi meno in colpa ogni volta che non riesco a intervenire. Vorrei imparare una volta per tutte a puntare a fare il mio meglio, non a sentirmi in dovere di fare qualcosa sempre. Nessuno deve sentirsi responsabile di risolvere tutti i problemi che incontra. Penso sia essenziale imparare a preservarsi, perché come dice anche Sara Ahmed “Il femminismo prima di tutto ha bisogno che i/le femminist* sopravvivano”.

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Un’altra cosa fondamentale di cui ha bisogno il femminismo è – a mio parere – anche di femminist* gentili. Sembra quasi scontato da dire a primo impatto, ma se ci si pensa un attimo non lo è affatto. Quante volte vi è capitato di sentire un’affermazione o di assistere a un comportamento così in contrasto con ideali di uguaglianza e inclusività che l’unica emozione che siete riusciti a provare era la rabbia? A me spessissimo ed è anche normale che ciò succeda, ma non è facile a volte trattenersi dallo sbraitare in faccia al o alla responsabile che ciò che sta facendo o dicendo andrebbe ripensato. Per quanto una reazione esplosiva probabilmente aiuterebbe a sfogare la frustrazione provata, è importante sforzarsi di avere un approccio pacato e costruttivo. Prima di tutto per una questione di civiltà ed educazione – che già di per sé sarebbe un motivo sufficiente – e in secondo luogo perché comunque un intervento carico di rabbia la maggior parte delle volte non crea dialogo, e perciò, parlando in termini pragmatici, non è per nulla efficace.

Diventa funzionale a un vero e proprio cambiamento, che è ciò che ci interessa, porsi invece in un modo per cui la persona con cui ci si sta interfacciando possa percepire l’intervento come utile e non come un attacco personale. Perché ciò di cui abbiamo bisogno è un cambiamento positivo ed è nell’interesse di tutt*.

FONTI:
Ahmed, S. (2010). Feminist killjoys. The Promise of Happiness, 50-87.
Ahmed, S. (2010). Killing joy: Feminism and the history of happiness. Signs: Journal of Women in Culture and Society, 35(3), 571-594.
Ahmed, S. (2017). Living a feminist life. Duke University Press.

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