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Il lavoro povero è donna

Il lavoro povero è donna

Quando il lavoro, dentro casa e nella società, impoverisce anziché produrre ricchezza

Il 2023 si è concluso e a breve vedremo nuove statistiche per determinare l’andamento dell’economia del Paese. Nel corso degli anni continuiamo a leggere di una Nazione in cui l’inflazione è stagnante, la disoccupazione regna imperiosa sulle vite dellə giovanə e le aziende faticano a stare a galla. Ma il 2023 è stato anche l’anno in cui è tornato alla ribalta – finalmente – un argomento di cui in Italia si è sempre discusso poco e male. In uno Stato in cui il lavoro nero costa quasi quanto l’intero PNRR, con un trend che risulta ancora in crescita, avere una retribuzione minima oraria rimane un argomento di cui è impossibile parlare, su cui il Governo non ha voluto prendere posizione e che nel 2024 presenta un dibattito parlamentare stagnante e privo di effettiva forza propositiva.
C’è un motivo se la questione sul salario minimo è salita alla ribalta proprio in questo anno appena trascorso. Si tratta, infatti, di una delle misure proposte per contrastare un problema che, in Italia, ha raggiunto una portata enorme e i cui effetti si faticano a dimostrare perché mascherati da definizioni inadeguate e difficilmente registrabili con dei dati, ossia ə lavoratorə poverə.

Questione di indici

È del 2021 l’ultima relazione del Gruppo di Lavoro intitolata Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa che ha avuto l’obiettivo di avanzare proposte per contrastare la povertà in Italia.
Il Covid ha posto il mondo e le aziende, piccole e grandi, davanti a nuove sfide alle quali, specie nel nostro Paese, non c’è stata una risposta netta ed efficace. Questo perché le condizioni del mercato del lavoro in Italia non sono delle migliori, ma era cosa nota già prima dello scoppio della pandemia.
Due anni potrebbero sembrare tanti, abbastanza da rendere la relazione già stantia e inadeguata. E così sembrerebbe alla luce del rapporto dell’INPS sul lavoro, pubblicato nel settembre 2023, che ha generato un gran polverone. Quello che emerge, invece, è che la fotografia resa dal Gruppo di Lavoro del 2021 è ancora valida, ma nonostante questo il Governo attuale si rifiuta di prendere atto delle conseguenze che tali dati implicano.
Partendo da una generale inadeguatezza degli indicatori proposti dall’Unione Europea, il rapporto dell’INPS ha ulteriormente confuso le acque, con l’obiettivo ultimo di negare la necessità di una riforma netta e decisa del mercato del lavoro italiano.

Low-pay workers e in-work poverty

Partiamo subito precisando un’importante differenza di definizioni. Come tiene a sottolineare il rapporto del Parlamento del 2021, chi ha una bassa retribuzione si distingue da chi vive in una situazione di in-work poverty. Da una parte abbiamo un parametro che prende a riferimento l’individuo e la retribuzione per la mansione che compie; dall’altra, invece, c’è un parametro che si concentra sul contesto e sul gruppo familiare nel quale l’individuo è inserito.
Ed è in queste generalissime considerazioni che si insidiano i tranelli, perché le soglie prese in considerazione dall’Unione Europea sono completamente inadeguate per il mercato del lavoro italiano. L’indicatore per la valutazione dellə low-payed workers accoglie solo coloro che sono statə occupatə almeno 7 mesi all’anno. È evidente che questo parametro tagli fuori dall’indice tuttə coloro che lavorano in settori prettamente stagionali, per esempio il turismo e l’agricoltura, notoriamente tra i più vessati dal lavoro precario. Sul lato della retribuzione, poi, l’indice prende come valore il 60% della retribuzione mediana nazionale, un dato soggetto a fortissime fluttuazioni e che – all’occorrenza – si presta a convenienti manipolazioni. Non è chiaro, infatti, il motivo per cui l’INPS, nel rapporto del 2023, abbia preso come riferimento solo coloro che erano occupatə alla data di ottobre 2022.
Il problema più spinoso, però, è rappresentato dalla considerazione dell’autonomia dell’individuo. L’Unione Europa osserva chi lavora non come singolo individuo, ma come parte di un nucleo familiare. In questo modo anche i redditi degli altri componenti contribuiscono alla stima del reddito complessivo e, in definitiva, al benessere di tutti i componenti del nucleo stesso.

L’inesistenza dell’autonomia lavorativa

Ed è proprio questo il dato drammatico su cui è bene concentrarsi, perché nasconde molte più insidie di quanto possa sembrare. Prendere come riferimento un intero nucleo familiare presuppone che tutti i componenti stessi beneficino in egual misura dell’entrata di reddito percepito da quel singolo componente, arrivando a situazioni per cui l’unione (dei redditi) fa la forza (del nucleo).
Quindi la povertà, secondo l’Unione Europea, non è una questione di individui, ma di famiglia. Ciò si scontra inevitabilmente con la realtà dei fatti e sotto almeno due aspetti cruciali: dalle storture dei requisiti di accesso alle misure di sostegno al reddito (NASpi , reddito di cittadinanza prima e assegno sociale universale poi per citarne alcuni), per finire con gli assegni familiari, mense scolastiche e sussidi scolastici. È chiaro che più redditi all’interno di una famiglia non garantiscono la sopravvivenza dell’individuo stesso né quella della famiglia nel suo complesso. L’indicatore europeo, quindi, non permette di comprendere a fondo i fattori di rischio di povertà lavorativa e nello specifico se essi siano connessi o meno ai redditi da lavoro dei singoli, oppure alle risorse familiari nel suo complesso, risorse legate anche ai bisogni di quella stessa famiglia.
L’indicatore però maschera un problema ancora più grave, che in Italia assume i contorni drammatici della violenza. Come non manca di evidenziare il Rapporto del 2021, nonostante la disoccupazione femminile sia maggiore di quella maschile, con picchi preoccupanti nel Sud Italia, secondo l’indicatore dell’UE le donne hanno un rischio minore di in-work poverty, dal momento che vivono in un nucleo dove qualcuno percepisce un reddito. Un reddito che non è affatto accessibile da tutti i membri della famiglia in egual misura, meno che mai dalle donne.

La fragilità delle lavoratrici

Oltre al ben noto fenomeno della violenza economica, per la quale il reddito della famiglia non viene affatto messo a disposizione di tutti dal percettore principale, è possibile osservare che, anche qualora la donna abbia effettivamente un impiego, questo non è sufficiente a garantirle una vita dignitosa.
I motivi sono essenzialmente due: da un lato abbiamo l’occupazione in settori low-skilled e dall’altro il cosiddetto part-time involontario. Anche in presenza di un impiego stabile, le lavoratrici guadagnano meno, sia su base settimanale che annuale. Il settore in cui – soprattutto negli ultimi anni – risultano essere coinvolte, è quello dell’assistenza alla persona e dei servizi turistici. In questi ambiti la situazione è drammatica per tuttə coloro che vi lavorano, con un alto tasso di lavoro sommerso e condizioni contrattuali continuamente violate. Tuttavia, anche nei settori dove la remunerazione oraria è aumentata in virtù di una più alta competenza richiesta, le donne hanno comunque redditi più bassi a causa della discontinuità lavorativa. Anche laddove vi sia un rapporto duraturo, le statistiche mostrano un uso largamente diffuso del part-time, più o meno involontario. La tendenza è riscontrabile in tutto il mercato italiano, con un aumento esponenziale negli ultimi vent’anni e che riguarda uomini ma anche donne. Il problema è che questa modalità di impiego viene accettata di buon grado dalle donne che spesso si trovano nella condizione di non poter sostenere impieghi full-time per poter provvedere all’accudimento della casa e dei figli.

Le donne come welfare universale

L’indipendenza delle donne, quindi, continua ad essere minacciata dall’impossibilità di un’autonomia finanziaria e di un affrancamento dalla condizione di uniche detentrici della cura della casa e della famiglia. Alla base delle violenze ci sono il perdurare dell’impossibilità di una donna di abbandonare il tetto coniugale per l’incapacità di far fronte alle spese derivanti da una vita al di fuori di questo nucleo familiare che l’Unione Europea e lo Stato italiano vedono come unito e compatto davanti alla redistribuzione del reddito percepito. Un nucleo che, alla luce dei fatti elencati fin qui, possiamo affermare essere un altro campo di lavoro per le donne ma che – di fatto – non viene riconosciuto e quindi remunerato.
Risulta interessante la definizione fatta di questo fenomeno da Domani quando afferma che le donne sono “Welfare Universale”. Infatti esse, con il loro impiego nell’ambiente domestico, sopperiscono a tutta una serie di servizi per cui, diversamente, dovrebbe pensarci lo Stato. Ad esempio la cura degli infanti e degli anziani, che spesso porta ad un abbandono parziale o totale del mondo del lavoro ordinario e remunerativo. Il lavoro domestico, infatti, non viene valutato come attività lavorativa propriamente detta. Pertanto chi lavora in casa non solo spesso rinuncia ad un impiego, ma cessa di percepire qualsiasi forma di reddito. Insomma, chi lascia il lavoro per la cura della casa e della famiglia, perde due volte.

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Dignità e lavoro

Il report annuale di Di.Re. ha sottolineato che un terzo delle donne vittime di violenza, le quali hanno cercato sostegno presso uno dei centri dislocati nel territorio italiano, non aveva alcuna capacità di reddito. Il Reddito di Libertà varato nel 2020 conta di appena 400€ mensili per un totale di 12 mesi. Se in un primo momento questa misura potrebbe – il condizionale è d’obbligo – aiutare una donna ad uscire da una condizione altrimenti disperata, lo scontro con un mercato del lavoro così in crisi non aiuta nella costruzione di un’autonomia a lungo termine.
Il lavoro c’è, ma non viene pagato abbastanza e per assurdo più si lavora e più ci si impoverisce. Il tempo è una risorsa ancora più limitata del denaro e viene barattato con meno di quello che serve per permettere di emanciparsi da situazioni di difficoltà e disagio economico e sociale. E se il disagio si origina direttamente all’interno del nucleo più piccolo della società, ossia la famiglia, le possibilità di riscatto diventano tanto più difficili quanto necessarie. La condizione di genere donna, così, si estende ad altri livelli sempre più ampi del contesto nel quale è inserita. Essere donna diventa un lavoro all’interno della famiglia e all’interno della società. Un lavoro, però, che non crea ricchezza, ma impoverisce sempre di più.

https://www.fortuneita.com/2023/10/13/istat-192-mld-di-economia-sommersa-e-illegale-tre-milioni-di-lavoratori-in-nero/#:~:text=Aumenta%20l’incidenza%20di%20sotto%2Ddichiarazioni%20e%20lavoro%20nero&text=Le%20unit%C3%A0%20di%20lavoro%20irregolari,pari%20al%209%2C2%25.
https://www.lavoro.gov.it/priorita/pagine/contrasto-alla-poverta-lavorativa-in-italia-presentata-la-relazione-del-gruppo-di-lavoro
https://www.linkiesta.it/2023/11/il-problema-del-mercato-del-lavoro-italiano-e-la-mancanza-di-lavoratori-non-il-loro-costo/
https://www.milanofinanza.it/news/cos-e-la-violenza-economica-reddito-di-liberta-202311242140146879
https://www.editorialedomani.it/economia/il-lavoro-povero-delle-donne-la-storia-di-rosa-e-delle-altre-addette-alle-mense-e-alla-pulizia-n1vc7eud
https://www.direcontrolaviolenza.it/wp-content/uploads/2023/07/REPORT-Dati-D.i.Re-2023-1.pdf
Credits
Donna a pc: Foto di Andrew Neel su Unsplash
Donna velata: Foto di kilarov zaneit su Unsplash
Schema: Foto di Christina @ wocintechchat.com su Unsplash
Donna fondo nero: Foto di Niklas Hamann su Unsplash
Bambini: Foto di Jessica Rockowitz su Unsplash
Tasse e Tasse Mano : Foto di Kelly Sikkema su Unsplash

 

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