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Il potere delle parole e la necessità dell’attivismo: intervista a Vera Gheno
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Il potere delle parole e la necessità dell’attivismo: intervista a Vera Gheno

Lorenzo Gasparrini

Sociolinguista, traduttrice e docente universitaria, Vera Gheno è specializzata in comunicazione digitale e si occupa di fenomeni linguistici e del loro impatto dentro e fuori dal web. Ha scritto libri per Cesati, Longanesi, Zanichelli, Einaudi, Newton Compton, effequ, ed è un’attivista femminista che – come si nota dall’uso che fa dei social – non ha mai perso la passione né la pazienza nel divulgare in maniera accessibile la complessità della lingua e del suo uso. Abbiamo approfittato della sua disponibilità per farle qualche domanda trasversale su questioni linguistiche, sociali e di genere.

Vera, da attivista nelle questioni di genere io mi trovo spesso a dover rispondere al perché per le questioni di genere è tanto importante riflettere sul linguaggio e sulla lingua; moltissimi e moltissime non ne comprendono ancora l’importanza. Dammi la tua risposta, o se preferisci, rispondi a questa versione della stessa domanda: perché secondo te così tante persone non reputano importanti le questioni di lingua e linguaggio per ciò che concerne le questioni sociali e politiche di genere?

Secondo me è perché da una parte diamo per scontate le competenze linguistiche, ossia parliamo “un po’ come viene” in moltissimi contesti della nostra vita, e solo occasionalmente ci fermiamo a riflettere sul peso e sulle conseguenze delle nostre parole. Questo è abbastanza naturale, ma anche in un certo senso pericoloso, nel senso che ci abitua ad avere una percezione del linguaggio come se fosse una specie di accessorio della nostra vita. Soltanto tramite una riflessione metalinguistica riusciamo a capire che il linguaggio non solo è centrale, ma che influisce anche pesantemente sulle nostre vite, sulla nostra collocazione nella società, sulla nostra reputazione. Quando si vanno a toccare le questioni sociali e politiche di genere c’entra, secondo me, anche una certa inerzia socioculturale: il “si è fatto sempre così” vizia sia la società sia il nostro modo di esprimerci, e spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. Ora, se da una parte i pregiudizi sono praticamente necessari per vivere, dato che ci permettono di non ripartire tutte le volte da zero con la nostra conoscenza, dall’altra permeano il nostro modo di pensare e di conseguenza anche il linguaggio che usiamo. In breve, siamo abituati a parlare e scrivere in un certo modo e tutto ciò che va a cambiare quello stato di cose tende a innervosirci. Magari al punto da non vederne la rilevanza.

Tanti e tante, all’idea di cambiare le proprie abitudini linguistiche, rispondono polemicamente come se si attaccasse la loro libertà d’espressione o di pensiero. Mi ricordano le polemiche che suscitò la decisione di rendere obbligatorio l’uso delle cinture di sicurezza o del casco; articoli su articoli riguardo la loro inutilità e la perdita di “autenticità” dell’esperienza di guida. Poi, dopo poco tempo, non se ne parlò più. Pensi che potrà accadere qualcosa di simile nella lingua, riguardo l’introduzione di parole o desinenze nuove in base al genere?

Mah, io lo spero, ma bisogna anche avere consapevolezza che sono processi molto lunghi, che a mio avviso è pericoloso forzare. Quindi sì, potrebbe succedere, ma nel corso di svariati anni, di pari passo magari con una nuova sensibilità sociale e culturale. E da una parte mi pare che siamo sulla buona strada, anche se spesso chi lavora in quella direzione viene additato con etichette pseudo-offensive come “buonista” o “politicamente corretto”. Bisogna munirsi di tanta pazienza e qui prendo un suggerimento del mio collega Federico Faloppa, che ha appena pubblicato un libro molto bello intitolato “#Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole” per UTET, che dice che uno dei modi di smontare l’argomentazione “buonista” è quella di chiedere, con grande candore, “cosa intendi per buonista/politicamente corretto?”. Molto spesso si scopre che dall’altra parte c’è in realtà una reazione quasi istintiva che, a ben vedere, non è frutto di una vera riflessione.

L’altra cosa importante da sapere è che in generale riflettere su una questione non vuol dire “voler cambiare la lingua” (che non si cambia quasi mai a tavolino) ma, appunto, osservare dei fenomeni, chiedersi da dove vengano e dove vadano; aggiungo, infine, che qualsiasi riflessione sull’introduzione di parole nuove (processo decisamente più semplice) o di desinenze di genere (cambiamento molto più difficile da far accadere in una lingua: il livello della morfologia è molto meno soggetto a cambiamenti che non il lessico) non farebbe che aggiungere qualcosa alla nostra lingua. Aggiunta, non sostituzione: questo dovrebbe essere una sorta di “mantra” per chiunque si approcci a studi linguistici. La nostra lingua si arricchisce, se ben stimolata, per tutta la vita, e non c’è necessità di rimuovere qualcosa per far posto a qualcos’altro. Possiamo continuare ad aumentare il nostro bagaglio linguistico senza che ogni aggiunta debba corrispondere a una contemporanea perdita.

Se ricordo bene altri tuoi interventi, anche tu – come me – sei d’accordo sull’idea che aveva Tullio De Mauro a proposito della competenza linguistica: in una sua famosa battuta, sostanzialmente diceva che per il solo fatto di parlare o di saper leggere e scrivere allora tutti si sentono competenti in questioni linguistiche. È quello che succede molto spesso anche con le questioni di genere: per il solo fatto di appartenere a un genere, molti e molte si sentono in grado di avere un’opinione ben fondata su tutto ciò. Credi che ci sia qualcosa in comune tra i due fenomeni?

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Beh, direi di sì; ho la sensazione che per molti, per comprendere la questione di genere, più che appartenere a un genere sia necessario accorgersi di avere un problema dovuto a tale appartenenza. Essere donne, per esempio, non fa diventare automaticamente femministe. Secondo me è più “facile” esserlo se una subisce delle discriminazioni per il solo fatto di appartenere a quello che viene chiamato tradizionalmente “sesso debole” (a proposito di stereotipi linguistici e sociali…). Poi le persone si turbano se scoprono che esistono uomini femministi (ogni riferimento all’intervistatore è puramente voluto) perché vivono nell’idea che appartenere al genere sia necessario per interessarsi a queste questioni. Ecco l’ennesimo stereotipo che crea un pregiudizio: se sei uomo non puoi essere femminista. Tutto questo è sicuramente legato a una percezione piuttosto superficiale di che cosa sia il femminismo stesso. Le questioni di genere – come ogni altra questione sulla quale si voglia ragionare seriamente – richiedono approfondimento, studio, l’adozione di una prospettiva sia sincronica (concentrata sulla contemporaneità) sia diacronica (cioè che tenga conto della storia). Guai, secondo me, ad appiattirsi su una sola di queste dimensioni. Mi viene da citare nuovamente Faloppa, che nel suo libro ricorda quanto sia difficile tentare di comprendere le sensibilità altrui e il loro disagio o la loro sofferenza. Spesso sento dire “io sono donna e non penso che ci sia più bisogno del femminismo”; che ti devo dire? “Bella pe’ tté”, come direbbero a Roma. Io sono donna e soprattutto in queste settimane sento che abbiamo davvero, davvero bisogno di continuare a ragionare sul femminismo.

In molti tuoi libri – oltre che in quello che effettivamente si chiama “Potere alle parole” per Einaudi – parli del potere della lingua e dei condizionamenti che provoca nei parlanti. Ti va di raccontarci brevemente in cosa consiste, o di fare qualche esempio?

Noi viviamo in un mondo che è innervato di parole. Comunichiamo, da esseri umani, tramite le parole, e al contempo ne “subiamo” tantissime. Siamo esposti a un turbine continuo di parole che ci vengono addosso da tutte le direzioni. Provate a camminare per strada con una maggiore attenzione per la parola e scoprirete che il mondo attorno a voi è strapieno di testi (sia scritti sia parlati). Ora, questo enorme gorgo comunicativo è contemporaneamente spaventoso e un’enorme opportunità. Tutto sta nel riuscire a gestirlo, nel governare le parole invece che finire governati da esse. Una cittadinanza sana nella società della comunicazione richiede, da parte dei suoi componenti, non solo le donmilaniane abilità di leggere, scrivere e fare di conto, ma anche quella di “abitare la complessità” del presente (per gli studi sulla complessità consiglio di iniziare googlando Piero Dominici, professore di Perugia). Una buona competenza comunicativa è, a mio avviso, il modo più direttamente a nostra disposizione per gestire tale complessità. Da una parte per far vedere ciò che siamo (ogni parola che scegliamo o non scegliamo di usare è un atto di identità, cioè racconta agli altri qualcosa di noi), dall’altra per capire il mondo che ci circonda (che noi concettualizziamo ed elaboriamo proprio tramite le parole: è come se possedendo meno parole avessimo meno colori a disposizione per riprodurre ciò che abbiamo attorno, laddove riprodurlo serve anche per capirlo). Il vero potere della parola è dunque per me il potere di essere pienamente cittadini e padroni del nostro presente.

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