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“Caccia all’omo”: intervista a Simone Alliva
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“Caccia all’omo”: intervista a Simone Alliva

Lorenzo Gasparrini

Il libro del mese di ottobre di Sinossy è “Caccia all’omo. Viaggio nel Paese dell’omofobia” edito da Fandango. Con l’autore e giornalista Simone Alliva, abbiamo parlato del suo libro e del peso e del ruolo che l’omolesbobitransfobia ha in Italia.

Il tuo libro ha come sottotitolo “Viaggio nel Paese dell’omofobia”. Come accade spesso, molt* si oppongono a frasi come questa replicando “Eh, ma non si può dire che TUTTA l’Italia è omofoba, io per esempio ho tanti amici gay e amiche lesbiche”. Vuoi provare a dire in breve – in modo da incoraggiare a fare il viaggio nel tuo libro – cosa vuol dire che un Paese intero è omofobo?

L’Italia, soprattutto negli ultimi anni, è un Paese che ha silenziosamente dichiarato guerra alla comunità LGBT. La medicalizza, nega diritti fondamentali, la brutalizza, la emargina. C’è una violenza che esplode da dentro e si trasforma in impunità. Quello che racconto nel libro è quello che ho visto attraversando il Paese. Non sono soltanto storie, ma come qualsiasi inchiesta giornalistica è un’analisi del fenomeno che si affida alla politica, alla sociologia, alla psichiatria. Viviamo un tempo in cui la censura sociale è assente. Una volta, un tempo non così lontano dal nostro, non potevi permetterti di alzare le mani su qualcuno. Era vile, penoso, ingiusto. Da tempo ormai è come se ci fosse un’indulgenza collettiva: “Beh, insomma, un po’ se la meritava”, quante volte lo abbiamo sentito? L’accettazione dell’altro diverso da noi è bandita, rifiutata. Non vogliamo più vedere la diversità. Non siamo in grado. Questo si riflette in famiglia, nella scuola, nel tessuto di prossimità. Questo è un Paese che odia la cultura in senso alto: che è apertura all’altro, fiuto del suo mistero, rispetto. La cultura delle relazioni che permette di conoscere l’altro. Non siamo una società istruita a questo, ma avvelenata. Non è una novità. Primo Levi lo racconta in un libro bellissimo e terribile “I sommersi e i salvati”, scrive: “Io i mostri veri non li ho conosciuti mai. Erano stati educati male”. Educati male.

Una verità che finalmente nel tuo libro trova il modo di essere raccontata è che l’omofobia (come anche la transfobia) unisce uomini e donne sia di destra che di sinistra; pare che sia qualcosa del tutto indipendente dalle proprie idee politiche. Sei d’accordo? Si tratta di una sorta di “indifferenza”, come se non fosse un argomento politico, o peggio l’omofobia è una “condizione”, una specie di caratteristica che bisogna avere proprio per risultare credibili, accettabili politicamente in Italia?

L’omotransfobia porta consenso. Questo è un dato di fatto. Ne parlo nel libro con Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicanalista. La disumanizzazione dell’altro ha sempre un ruolo chiave nei crimini d’odio e viene cavalcata da una certa politica perché è utile: a distrarre da altri problemi, a creare consenso facendo leva sulla paura. C’è sempre uno che si alza e dice: la gente ha paura, bisogna difenderla dal gender, dal genitore 1 o genitore 2 ecc. La gente ha paura perché la paura è un’industria, è facile e proficuo alimentarla. Lingiardi spiega bene il fenomeno della disumanizzazione: per odiare una categoria di persone è necessario disumanizzarle, considerarle un’altra specie. E c’è una strategia intenzionale messa in opera da alcuni politici che punta proprio a questo. La destra fa questo, la sinistra resta silente. Non c’è opposizione. Quando qualcuno si alzava dagli scranni di Palazzo Madama per paragonare il matrimonio egualitario all’Isis o per parlare di persone LGBT come persone malate, dall’altra parte era sempre molto debole la risposta. Quasi un non voler disturbare chissà chi. C’è dietro tutto questo un’operazione politica per il consenso da una parte e una mancanza di coraggio. E lo sappiamo: quando manca il coraggio tutto diventa fragile.

Una frase del tuo libro che mi ha molto colpito è “se una generazione è perduta, la successiva resiste”. In che modo allora l’omofobia (e anche la transfobia) passa attraverso le generazioni, secondo la tua esperienza? La frase tutto sommato lascia anche una speranza, sembra voler dire che seppur lentamente le cose miglioreranno: ce l’ho messa io questa speranza o è anche la tua?

Nel libro racconto di un episodio di omofobia in cui un gruppo di ragazzi aggredisce due persone omosessuali. Studiavo le carte e i video della sicurezza e ho notato che durante la rissa un signore di 46 anni decide di unirsi a questo gruppo di ragazzini. Non agli aggrediti, agli aggressori. L’omofobia è un passaggio di testimone, trova legittimazione negli adulti. Quasi come se fosse una prova di virilità, una coscrizione obbligatoria. Funziona così anche nelle scuole: l’aggressione nei confronti dell’omosessuale è formazione di genere: se non dimostri anche solo a parole che per te “essere frocio” vuol dire non essere maschio, diventi sospetto. Non so dire se c’è speranza in quella frase, la sto ancora cercando nelle scuole, nelle mail che ricevo da ragazzi e ragazze. Mi sembra che per alcuni è già troppo tardi. Forse con i ventenni non ce la faremo più a recuperarli, a far comprendere il valore dell’accettazione e non quello della tolleranza. Forse dovremmo ripartire dai seienni.

Non è più possibile negare che molti e molte che fanno il tuo stesso lavoro – il giornalismo – mostrano enormi problemi non solo riguardo all’affrontare gli argomenti sull’omosessualità e l’identità di genere, ma anche relativamente al corretto linguaggio da usare in quei casi. Quale pensi sia, se c’è, una pratica da approntare per cambiare questa grave situazione dei nostri media? Carte deontologiche, seminari di formazione e di aggiornamento, leggi e regolamenti, o cosa?

La mia non è una categoria formata da sprovveduti. Siamo persone molto attente a quello che succede, anche se non sembra. Molto attente ai dettagli, all’uso attento delle parole. C’è chi sbaglia nell’usare alcune parole perché non ha una formazione precisa, infatti poi quando spieghi che l’identità è data dalla personalità che parte dal pensiero di sé lo capisce. Quindi in considerazione di questa logica e nel rispetto delle persone trans si dirà: una donna trans per le mtf (chi transiziona dal genere maschile a quello femminile), un uomo trans per gli ftm (dal femminile a quello maschile). Proprio qualche giorno fa una collega mi ha chiesto informazioni, doveva intervistare una persona in transizione. Mi ha colpito perché si tratta di una firma di peso. Ho apprezzato l’umiltà, prova di una grande professionalità.

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Altri non si informano perché non considerano importante la questione LGBT. Altri invece fanno un gioco particolare. Leggo spesso errori strategici, appunto perché informarsi non costa nulla, chiedere al vicino di scrivania in redazione non costa nulla.

La verità è che non molti nominano correttamente quello che raccontano perché non vogliono dare a queste storie (e quindi a queste vite) dignità, luce, spazio. L’ho visto in molte redazioni. Non credo nelle carte deontologiche (la carta di Treviso oggi è carta straccia). Credo nei corsi di formazione e di aggiornamento, nel confronto. Ho fatto spesso risse dentro alcune redazioni, esasperate ed esasperanti, risse vestite coi toni civili della discussione. Però penso che a qualcosa siano servite. Confrontarsi serve sempre. Karl Popper diceva che in un dibattito tra contendenti della stessa forza è raro che uno dei due possa riuscire a convincere o a “convertire” l’altro. Ma è altrettanto raro che in una discussione condotta correttamente i due antagonisti alla fine conservino l’esatta posizione di partenza. Ecco, questo.

Nel tuo libro la maggior parte dello spazio è lasciato al racconto di esperienze, vicende di cronaca, parole dei soggetti e delle protagoniste in prima persona. La tua è una precisa scelta di metodo, che lascia sullo sfondo teorie, modelli, argomenti scientifici (statistici, sociologici, filosofici)? Credi che sia la comunicazione più efficace di una situazione sociale?

È il giornalismo di relazione che ho imparato a fare in questi anni, soprattutto dentro l’Espresso. Un giornalismo di prossimità, che cerca di scoprire cosa c’è dietro un fenomeno sociale. Elias Canetti parlava di Metamorfosi, ecco: mi sono cambiato nelle persone di cui ho narrato. La metamorfosi è diversa dalla solidarietà o spesso dalla pena che accompagna molti pezzi su alcune situazioni sociali. La metamorfosi serve per comprendere e raccontare. Solo se provo a sentire come te posso parlare con te. Ho capito negli anni che raccontare semplicemente gli eventi non avrebbe avuto presa. Così è diverso, e in alcuni casi il lettore può anche immedesimarsi e si sente a volte svelato nei propri “pre-giudizi”. E poi sentivo il dovere di dare un posto a queste vite e a queste storie. Il giornalismo d’inchiesta per me è anche questo: ci sono i dati, ma è nelle storie che fa il nido il senso delle cose. Nelle vite degli altri che vogliamo raccontare.

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