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Cara CEI, da gay e cristiano ti spiego perché la legge contro l’omolesbobitransfobia è necessaria

Articolo di: Luigi, un cristiano queer

In una breve nota firmata dai vescovi italiani, la Conferenza episcopale italiana (CEI) ha definito le discriminazioni come “forme di attentato alla sacralità della vita umana”, ma ha aggiunto che l’ordinamento giuridico italiano contiene già in sé tutti gli strumenti per “prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio”. Per questo motivo, è – a detta dei vescovi firmatari – inutile, anzi pericoloso, introdurre nuove norme contro la violenza o la discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere come quella in corso di esame alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati. Pericoloso, sì, perché “un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione […]. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso”.

Purtroppo però è l’assenza di una legge contro l’omolesbobitransfobia (e le posizioni come quella espressa nella nota firmata dai vescovi) a negare la dignità e limitare la libertà personale. Provo a spiegare il perché.

In uno dei primi capitoli della Genesi, il Signore, subito dopo aver creato l’umanità e il mondo, chiama a raccolta tutto il creato affinché l’uomo e la donna possano dare a ogni cosa un nome; questo perché chiamare le cose col proprio nome è il primo passo per imparare a conoscerle. Non a caso, quando ci presentiamo, il nostro nome è una delle prime cose che diciamo; il nome ci identifica, dice chi siamo. E al nostro nome affianchiamo poi una serie di etichette che aiutano a descriverci meglio: “Sono l’ingegnere Galtelli del piano di sotto”; “Ciao, sono Chiara, insegno yoga”; “Mi chiamo Irene, sono siciliana”. Io, ad esempio, sono Luigi, sono cristiano e sono gay.

Essere gay, certo, non dice tutto di me, ma è parte di ciò che sono, di ciò che sento; soprattutto, dice del modo in cui mi guarda il mondo. Sono costretto a ricordarlo spesso che sono gay, soprattutto in certi ambienti in cui ancora si fatica a tenere a mente che agli uomini possano non piacere solo le donne, quando si parla di amore, di relazione, di vocazione. Costretto ad alzare la mano e a far tremare la voce, rischiare gli sguardi, i silenzi, il giudizio per ricordare che esisto.

Quando si parla di discriminazioni, dare un nome alle cose serve a combatterle, perché serve a mettere in luce le dinamiche di pregiudizio e di potere che ci sono alla base. Proprio così: pregiudizio e potere; è di questo che si parla, sempre. Perché quando una persona dice che i gay sono malati non è soltanto “scema e cattiva”, ma figlia di una cultura, di una società che sistematicamente quell’odio lo ha insegnato. Dovremmo educarci, sì. Ma l’educazione passa anche dalle leggi: educare al rispetto è imparare a seguire le regole del gioco.

C’è chi pensa che l’inserimento dell’odio omolesbobitransfobico nella nostra legislatura sia superfluo, opzionale; queste parole sono la misura del nostro (e del mio) privilegio. Anche se sono gay, resto comunque un uomo, bianco, cisgender, terrone. Quando torno a casa a Milano, di notte, da solo, ho il privilegio di non dover essere terrorizzato di incontrare qualche malintenzionato. Ho invece sperimentato sulla mia pelle che basta un gesto d’affetto a un partner per far piovere insulti. È poi un attimo passare dalle parole ai fatti. Le donne e le persone trans questo lo vivono quotidianamente. Non è una questione di cavilli, a volte è anche una questione di vita e il non accorgercene mostra quanto siamo privilegiati.

C’è poi un’ultima questione, ben più spinosa ma di cui ormai non si può più non parlare: per troppo tempo abbiamo lasciato che la nostra fede negasse l’esperienza dell’altro. Siamo liberi di credere in tante cose: possiamo credere che la coppia uomo/donna sia il modello migliore di famiglia; questo però non annulla l’esistenza di tante altre realtà, diverse, che non comprendiamo, che magari ci stanno addirittura scomode, ma che esistono. Troppe volte ho sentito giustificare per fede che “le famiglie arcobaleno non esistono”. È ora di essere chiari: se guardi negli occhi una coppia di lesbiche e dici loro che non sono davvero una famiglia non stai esprimendo una tua opinione o la tua fede, le stai rendendo invisibili. L’invisibilità è una forma di deumanizzazione, e la deumanizzazione è una forma di violenza.

Se sono tra i banchi e nella tua omelia parli di quanto è naturale che gli uomini siano attratti dalle donne non stai esprimendo un’opinione o un credo, mi stai facendo violenza. Quando in nome di Dio mi dici che non sarò mai davvero capace di amare, non mi stai insegnando il catechismo, mi stai facendo violenza. Sono queste le cose di cui dovremmo cominciare a parlare noi persone credenti, operatori pastorali, missionarie, vescovi, affinché la Chiesa cominci davvero a essere un luogo di accoglienza e di comunione. Per ora, Chiesa mia, cari miei vescovi, devo dire a malincuore che non ci siamo.

Immagine di copertina: Sharon McCutcheon

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