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Il tabù del femminile: nominare per esistere

Il tabù del femminile: nominare per esistere

Premessa

In questo articolo si parla di corpo e psiche femminile, con un background che affonda in studi di natura psicodinamica. Per questo motivo, è importante chiarire in premessa la distinzione e la connessione tra identità di genere e sesso biologico. Sono due dimensioni che fanno parte dell’identità sessuale di ogni individuo, ma sono ben distinte: il sesso biologico fa riferimento ad un dato anatomico e dunque all’organo genitale con cui si nasce; l’identità di genere ha sfaccettature più complesse, riconducibili ad un profondo senso di identificazione ad un genere, a nessuno di essi o a svariati, a prescindere dal dato anatomico. Partendo da questo assunto, però, è necessaria un’ulteriore specifica: moltissimi studi che si occupano di dimensioni femminili e maschili – che prescindono, dunque, dal dato biologico – affondano nel corpo, come primo dato tangibile in cui cominciano a muoversi le prime fantasie, le prime trasmissioni culturali e familiari, che costituiranno il substrato della crescita dell’individuo.

Il tabu del femminile

Il corpo, quindi, fin dalla venuta al mondo – dunque prescindendo dalla volontà del singolo – rende carne ciò che appartiene ad altri. E, nello specifico, il corpo femminile nell’immaginario simbolico, culturale e sociale sembra rimandare alla complessità di cui è anatomicamente costituito. Per anni, medicə, psichiatrə e psicologə si sono interrogatə, quasi senza risposta, sul suo funzionamento, sull’intreccio e sull’intersecarsi della biologia con la psiche femminile. Isterica, impenetrabile, altalenante. Pericolosa. Da tenere a bada.

Il corpo femminile è, dunque, da sempre terreno di discussioni che si situano tra il privato e il pubblico. Può sembrare paradossale perché il corpo è di qualcunə; eppure, spesso è anche di altri (uso volutamente il maschile plurale). Se da un lato, infatti, la cultura patriarcale in cui siamo immersə ci racconta da sempre di doverlo nascondere, di bisbigliarlo; dall’altro, sembra tenerlo continuamente sotto l’occhio ed il giudizio altrui. Esposto costantemente, usato nelle sue fattezze stereotipiche su cartelloni pubblicitari, sui social network, online e offline. Bramato, sessualizzato, oggettivato.

A ben vedere, però, prima ancora che il corpo di una donna diventi pubblico è innanzitutto argomento e patrimonio familiare.

La famiglia esercita un forte impatto sul corpo femminile e sui suoi cambiamenti. Non si tratta necessariamente di un potere privativo o proibitivo, ma di un’influenza di pensiero, anche inconscio, che condiziona inevitabilmente il rapporto della donna con il suo corpo. Questi pensieri hanno radici ancestrali e circolano nel nucleo familiare da prima della venuta al mondo della bambina. Infatti, capita spesso che nella storia familiare aleggi un cosiddetto “fantôme”, un fantasma, un vuoto di rappresentazione, un non detto. Qualcosa di intrinsecamente conosciuto, ma che nessuno ha il coraggio di nominare. E l’effetto di questo fantasma può attraversare le generazioni, determinando l’andamento di intere linee genealogiche. Tutto ciò che non viene nominato continua ad aleggiare nella quotidianità della bambina, risultando spesso in contrasto con il sistema familiare esplicito, confondendo e “disturbando” la conoscenza di sé e del proprio sistema familiare.

Questo succede perché spesso il peso di cui il fantôme si fa carico rappresenta un taciuto rimosso dagli stessi genitori, creando una catena di identificazioni e di trasmissione intergenerazionale difficile da districare, in cui si perde l’origine del nascosto ed il fantasma diventa sempre più un enigma, un sottotesto di difficile elaborazione poiché sempre più invisibile. Insomma, ciò che non è stato elaborato dai genitori resterà tale e si rafforzerà nelle generazioni successive.

Quello che più sembra incidere nella costruzione dell’identità femminile e nella considerazione relativa alla propria immagine corporea è proprio la modalità di trasmissione tra madre e figlia della conoscenza dei propri organi genitali, che risultano innominati ed innominabili. Moltissime donne, infatti, sentono la necessità, soprattutto durante la pubertà, di cercare altrove informazioni sulla conformazione e sulle funzioni dei propri organi genitali. Questa necessità testimonia una diffusa tendenza che passa di madre in figlia ad occultare il sesso femminile, già caratterizzato dall’invisibilità, e a tramandarlo innominato o camuffato da nomignoli. Tale incapacità di nominazione passa di donna in donna, colorata da vissuti emozionali di vergogna, di mancanza, di segretezza che appaiono inspiegati e dunque inspiegabili. La bambina crescerà credendo che la sua intimità debba essere tenuta nascosta, innominabile come Tu sai chi (l’antagonista di Harry Potter) o come “la farfallina”. Nel suo sistema di credenze, la vagina sarà qualcosa di cui avere paura o, in alternativa, causa di risatine imbarazzate. La bambina crescerà senza sapere esattamente come sia fatto il suo corpo, di cosa sia fatta la sua intimità, circondata da un alone di mistero inspiegabile, ma comunque non indagabile.

Dare parola, nominare, significa togliere dall’indistinzione ed è un processo fondamentale per la bambina e per la donna adulta poiché corrisponde alla possibilità di indicare, di evocare, di possedere, di esercitare una certa forza su ciò che viene nominato. Ciò che non riceve denominazione semplicemente e tragicamente non viene avvertito come esistente.

Certamente non è solo nominando che si dà forma a ciò di cui non c’è un vissuto emozionale o che

 esiste solo in maniera conflittuale, ma senza dubbio è un’operazione che permette un dialogo ed uno spazio di condivisione in cui risulta possibile costruire un pensiero. Senza questo spazio, che non permette all’intimità femminile di esistere, com’è possibile pensare che si possa costruire un buon rapporto con il proprio corpo, inesistente o comunque mancante? Esiste un vuoto, trasmesso di generazione in generazione, di donna in donna, in cui si annidano le fantasie rimosse, la vergogna, i segreti, le colpe. La madre trasmette alla figlia ciò in cui lei crede e in cui vorrebbe che la figlia credesse a sua volta; ma avviene anche la comunicazione del rimosso e di ciò che la madre ha negato in sé e di sé.

Nominare è un atto politico che si fa corpo per permettere al femminile di cominciare ad esistere. Non solo, di cessare di esistere esclusivamente in un comparativo col maschile, in un assoggettamento che schiaccia il femminile rendendolo o inesistente o subordinato. Nominare fa rumore e produce un suono che, alla lunga, non può più essere ignorato.

E ora verrebbe da chiedersi: e quindi? E quindi adesso riavvolgiamo il filo e proviamo a capire cosa farcene.

L’incapacità di nominazione affonda le radici nella storia femminile, alla base della crescita evolutiva, e l’accompagna per tutta la vita, intessuta nella trama della cultura familiare e patriarcale che ancora ostinatamente tanti uomini e tante donne portano avanti. Un tessuto intricato che ancora racconta alle donne, senza bisogno di parole, che è necessario stare zitte, nascondersi, non dare fastidio. In qualche modo, urla di esistere sottovoce, di mettersi dove viene chiesto, di “fare le brave bambine”.

Vedi anche

Tutto questo esiste ed è importante continuare a raccontarlo, a ricalcare e sottolineare la storia femminile, averne consapevolezza senza sentirsi in colpa. Nominare la vergogna in cui siamo nate, in cui siamo immerse e da cui, faticosamente, giorno per giorno proviamo ad uscire. Nominare ogni parte del nostro corpo, dare voce ai nostri desideri, a tutta l’emotività più complessa di cui ci hanno private per convincerci che possiamo essere solo dolci, pazienti e buone.

Per esistere. Nominare tutto questo per consapevolezza e semplicemente per rivendicare la nostra esistenza, per rompere la catena, per liberarci dei fantasmi. Per smetterla di girarci dall’altro lato e di passare sottovoce queste idee alle donne che ci accompagnano o che diamo alla luce.

Alziamo la voce.

R-esistiamo.

Bibliografia
Abraham N. & Torok M., 1993, La scorza e il nocciolo, Roma: Borla.
Albergamo M., 1995, Aspetti della comunicazione e del segreto nella relazione intergenerazionale in Processi mentali in età evolutiva, Milano: FrancoAngeli.
Bollas C., 1987, L’ombra del soggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Roma: Borla.
Chasseguet-Smirgel J., 1995, La sessualità femminile. Roma-Bari: Laterza.
Ferraro A. & Nunziante Cesaro A., 1985, Lo spazio cavo e il corpo saturato, Milano: FrancoAngeli.
Nunziante Cesaro A., 2014, Chiaroscuri dell’identità. Sessuazione, sesso e genere. Una lettura psicoanalitica, Milano: FrancoAngeli.
Credits

Cover sito: illustrazione di Gea Testi

Immagini sito
Foto di Polina Tankilevitch (Pexels)

Foto di Ryan Miguel Capili (Pexels)

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