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Fare musica, volersi bene, sperimentare: intervista a La Rappresentante di Lista
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Fare musica, volersi bene, sperimentare: intervista a La Rappresentante di Lista

Valeria Lucia Passoni

Veronica viene dalla Toscana, Dario è siciliano.

Entrambi, provengono dal mondo del teatro.

Insieme, sono La Rappresentante di Lista, tra i progetti più gettonati e richiesti nel panorama musicale italiano attuale, protagonista di diversi festival in giro per l’Italia dell’estate 2019.

Il primo disco lo hanno pubblicato nel 2014; l’ultimo, che è anche il loro terzo e porta il nome della sua protagonista femminile – Go Go Diva -, lo scorso 14 dicembre.
Si tratta di un album che coinvolge tutti gli organi del corpo, undici tracce che sono un condensato di sentimenti, “un invito a perdersi, a battersi, a spogliarsi e a cantare con tutta la voce che si ha in corpo”.

Con loro, abbiamo chiacchierato di cosa significhi fare musica, volersi bene, sperimentare.

Veronica e Dario, due universi che si incontrano e danno vita a La Rappresentante di Lista: quando vi siete conosciuti? Come riuscite a bilanciare le vostre personalità, le vostre diversità, trovare un equilibrio e sintetizzarlo nella vostra musica?

Io e Veronica ci siamo conosciuti quasi dieci anni fa a Palermo durante un laboratorio teatrale. Per molto tempo siamo stati compagni di lavoro in teatro e la musica era un momento ricreativo alla fine delle prove. Credo di poter individuare la prima scintilla creativa, quella che ci ha portato a cominciare a scrivere, nella curiosità reciproca e nella voglia di raccontare il mondo attraverso un punto di vista. Sin dal primo disco era chiara per noi la personalità della nostra protagonista. In fin dei conti non abbiamo mai dovuto trovare un equilibrio, ma piuttosto le nostre diversità hanno sempre nutrito il carattere di quella protagonista femminile alla quale entrambi abbiamo dedicato la nostra scrittura. Più che una musa è un vero e proprio personaggio che, come in teatro, assume diverse forme e che oggi è diventata la nostra Diva.

Siete partiti come un duo, oggi siete una band. Come si inseriscono, in un progetto così affiatato quale è il vostro, altri musicisti? Chi sono le persone che oggi vi accompagnano in giro a suonare e condividono con voi questo percorso? Quali sono le caratteristiche che avete cercato mentre stavate formando quella che ora è la band?

Durante la lavorazione di Bu Bu Sad e prima di cominciare il tour avevamo molto chiara in testa la voglia di presentarci al pubblico con un altro piglio. La forma toys folk duo (Veronica e Dario e i loro mille strumenti più o meno giocattolo) un po’ naïf doveva lasciare spazio a qualcos’altro. Sia quello con Marta Cannuscio che quello con Enrico Lupi sono stati incontri fortunati. Eravamo sicuri fossero loro quelli giusti, abbiamo visto una luce brillare nei loro occhi. Per Erika è stato un processo diverso: ci ha sempre seguiti. Era la prima persona alla quale facevamo sentire le canzoni appena scritte. È stata per mesi con noi al merchandising… La “promozione” al palco è arrivata dopo un po’ di date. Roberto Calabrese è un batterista che abbiamo corteggiato per anni. Adoriamo il suo approccio allo strumento, il suo batterismo (se è possibile tradurre in italiano il termine più usato, drumming). Per Go Go Diva finalmente siamo riusciti a portarlo dentro. Ognuno di loro ha investito molto (e continua a farlo) su La Rappresentante di Lista e sicuramente oggi il loro gusto rientra in quel mix strano che è il nostro queer pop.

Go Go Diva è uscito a dicembre, undici brani intensi in cui l’amore funge da filo conduttore, permettendovi di parlare di diverse tematiche, dai sentimenti fino alla politica in maniera energica e diretta. Ci sono degli episodi in particolare che hanno ispirato le canzoni? Se poteste scegliere una frase di un brano in particolare che rispecchi emblematicamente il disco, quale scegliereste?

Gli episodi che hanno ispirato le canzoni sono diversi. Dalla politica, al cinema, quando scriviamo siamo delle spugne. Tutto quello in cui ci imbattiamo diventa materia viva che digeriamo e che con un po’ di fortuna può diventare una canzone. Una frase per tutta Go Go Diva? “Quello che hai voglia di dare, non lo puoi trattenere”.

Dalla pubblicazione di Go Go Diva sono trascorsi pochi mesi: a posteriori credete di essere riusciti a trasmettere al pubblico i messaggi che con i vostri brani volevate passare?

Direi di sì. Ci è capitato spessissimo di ricevere riscontri vibranti di emotività e vita rispetto alle canzoni. E in ogni caso dopo l’uscita del disco, i “messaggi” che ti eri prefissato di lanciare lasciano effettivamente il passo alle sensazioni che, al di là del tuo pensiero, la tua musica ha innescato nel pubblico. La cosa interessante è che Go Go Diva ha presto smesso di essere nostra per appartenere a una piccola comunità che, ben oltre la nostra intenzione, ne fa ciò che vuole.

Questo corpo apre il vostro nuovo disco ed è il primo singolo estratto dall’album: è una canzone tattile, viscerale, oltre ad ascoltarla, la senti, e porta con sé un significato profondo. Qual è il rapporto con il vostro corpo? Come oggi, bombardati da riferimenti spesso finti, più finti delle copertine con le top model negli anni Novanta, da icone che cambiano dall’oggi al domani e ci propinano ideali di felicità, perfezione, corpi scolpiti dai filtri di Instagram, è possibile imparare ad amarsi, accettarsi, stare bene con se stessi, sentirsi belle/i nonostante il nostro corpo, le nostre velleità, le nostre vite non collimino con quanto i nostri occhi inevitabilmente si trovano a essere bersagliati?

Ci piace pensare che parlare di “rapporto col proprio corpo” sia già sintomo di una relazione scorretta. Noi e il corpo siamo un tutt’uno e crediamo sia sbagliato considerarlo un corpo estraneo, se mi concedi il gioco di parole. Il corpo, quest’involucro tanto chiacchierato, credo sia la schiera di soldati in prima linea e allo stesso tempo il campo di battaglia. Il corpo è la nostra bandiera, l’interfaccia tra noi e il mondo. E in fin dei conti l’unico modo per accettare il proprio corpo è rendersi conto che al contrario di quanto diceva Cartesio, non basta sviluppare pensieri per essere, ma ho un corpo ergo sum. Naturalmente se avessi una risposta chiara e tonda alla tua domanda sarei nei migliori-peggiori settimanali al femminile. Tuttavia amarsi, accettarsi, stare bene con se stessi non è affatto scontato né credo sia umanamente possibile piacersi sempre. Credo sia sbagliato guardare a quel tipo di bello (quello di Instagram, per intendersi) come a un modello. D’altronde ci sottoponiamo giornalmente a migliaia di riferimenti estetici diversi e spesso siamo noi stessi a bersagliarci avvicinandoci a qualcosa che più lontano da noi è impossibile da immaginare. L’accettazione è un processo a volte molto faticoso e non privo di ricadute. L’unità tra noi stessi e il nostro corpo spesso è la chiave. Citando Alejandro Jodorowsky: “Non vergogniamoci, la sofferenza maggiore è quella di sentirsi separati. […] Stiamo ricordando l’esistenza dei ponti, perché tutto ciò che sembrava tagliato era stato unito sin dall’eternità”.

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Siete versatili, estremamente poliedrici e non vi negate alcun tipo di influenza e contaminazione. Nel mercato musicale oggi fa paura sperimentare, partire per esempio come band rock – non tanto per darsi un’etichetta ma per inquadrare più o meno da dove si viene, quale background ci spinge – e trasformarsi, dare suono a idee che invece appartengono ad altre “etichette”, essere, come vi definite voi, queer?

Sicuramente oggi che siamo un po’ più dentro a quello che chiami appunto “mercato”, ci rendiamo conto che esistono degli standard che fanno di un brano un prodotto allineato e con un certo numero di possibilità di ricevere gli allori dell’alternative ieri come dell’indie o dell’IT Pop oggi. Le possibilità di non cedere a questi schemi (e mi riferisco a un lessico nei testi come a un tipo di sonorità e di scelte musicali, intuizioni di alcuni autori che poi sono diventate una sorta di binario imprescindibile), le possibilità – dicevo – sono innumerevoli. Spesso basta semplicemente affidarsi alla propria creatività.
Il mio timore è che a volte si abbia più la necessità di confezionare quello che si è scritto (e che spesso per i miei gusti potrebbe rimanere chiuso in un cassetto o dentro un diario) per il desiderio di esporsi e di ricevere consenso (meccanismo al quale i social ci hanno abituati con il sistema dei like) più che per il desiderio di comporre musica. Il nostro queer pop è figlio della nostra curiosità e del divertimento che ci assale in studio e in sala prove.

Negli anni il vostro modo di scrivere e di comporre è cambiato, come – credo – fisiologicamente accada crescendo, sperimentando, conoscendo realtà nuove: da quando avete scoperto la musica ad oggi, come sono cambiati i vostri ascolti, quali sono state, nel tempo, le vostre epifanie musicali che hanno avuto perfino influenza nella creazione della vostra musica?

Tantissimo. Abbiamo dei must che spesso ritornano nei nostri ascolti (Battisti, Dalla, Battiato, De André, Puccini, Verdi, Tosti, Billie Holliday, Nina Simone, Ella Fitzgerald, REM, the Knife, Moloko, Portished, Missy Elliot, Beck… per fare una carrellata veloce) e poi via via negli anni abbiamo ascoltato sempre roba diversa. Le nostre cotte più durature o, come dicevi, tu le epifanie sono state sicuramente Tune Yards, MIA, Son Lux, Alt-J, Arcade Fire, Ibeyi. Per Go Go Diva siamo stati meno “ordinati” nella ricerca di riferimenti utili. Lavorare con un produttore (Fabio Gargiulo) era già un modo per dialogare con qualcuno e abbiamo sentito meno la necessità di “tracciare relazioni” più specifiche con altri artisti.

Cosa vorreste succedesse nei prossimi mesi e quali impegni avete già segnati in agenda?

Nei prossimi mesi vogliamo suonare come i matti e mi sa che è un desiderio che si avvererà. Abbiamo in calendario un bel po’ di date e presto pubblicheremo tutto il calendario estivo. Lavoreremo ancora in teatro e ci piacerebbe realizzare una versione solo piano e voce del disco. Vedremo.

Ma a Sanremo, voi ci andreste?

Ogni volta che si parla di Sanremo diciamo, scherzando: quando saliremo sul palco dell’Ariston, sarà perché saremo gli ospiti internazionali. Non abbiamo alcun dubbio sul fatto che Sanremo sia – nonostante tutto – il festival della canzone italiana e quindi anche il nostro festival.

Foto di Claudia Pajewski

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