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Intervista ai MOMBAO, musicisti e performer che scardinano stereotipi

Intervista ai MOMBAO, musicisti e performer che scardinano stereotipi

Tra ə protagonisti della nuova stagione di X Factor ci sono anche i MOMBAO, ovvero Damon Arabsolgar (Pashmak) e Anselmo Luisi (Le Luci Della Centrale Elettrica, ha collaborato anche con Selton, Giovanni Falzone, Virtuosi del Carso), due performer che mescolano canzoni inedite in diverse lingue a canti popolari provenienti da diverse culture e che vengono poi riarrangiati in chiave rock elettronica.

I MOMBAO si sono esibiti in Italia, Germania, Kosovo e Marocco, e le loro performance sono sempre studiate e molto particolari: al centro della sala, i due musicisti, coperti di argilla e body paint e circondati dal pubblico, trasformano l’esibizione in un rituale mistico in cui il pubblico viene coinvolto e trascinato per passare da uno stato di grande concentrazione e ascolto a un ballo liberatorio.
 
Abbiamo parlato con loro di cosa significhi avere una propria personalità e di quanto oggi sia importante la trasversalità e la contaminazione culturale.

Con tre canzoni che vi rappresentano e rappresentano il vostro background, vi presentate aə nostrə lettorə?

tUnE-yArDs – Water Fountain
The Knife – A Tooth for an Eye
Mentrix – Nature

Prima dei MOMBAO cosa c’è stato artisticamente? Quali sono stati i momenti salienti che vi hanno portato a essere il duo che siete oggi?

Prima di MOMBAO c’è stato BAO. In BAO si suonavano canzoni un po’ bizzarre con vestiti normali su normali palchi. A un certo punto, alla domanda fatidica sul perché facevamo musica, ci siamo dati una serie di risposte, fra cui quella, per riprendere le parole di Mariangela Gualtieri, di ricercare la gratitudine invece dell’ammirazione. Da lì in poi c’è stato un lungo e divertente percorso di ricerca, attivo ancora adesso, in cui ci siamo dati la libertà di esplorare tante strade diverse. Alcuni di questi percorsi sono risultati sterili, altri vibranti, ci siamo ibridati con il teatro, partecipando a laboratori, workshop, attingendo a pratiche lontane da quella prettamente musicale. La consapevolezza è che in scena si va con un corpo e questo corpo è un mezzo espressivo potentissimo, non ci si può nascondere dietro uno strumento, noi stessi siamo lo strumento. Come vogliamo usare il corpo? Come possiamo usare la musica e il movimento per connettere i corpi e usarli come strumento di conoscenza di sé?

Cosa significa oggi, avere personalità, nel mondo della musica? Come si coltiva il proprio carattere artistico, in termini di sonorità e testi? Contaminazione di generi, tradizioni e culture: ci parlate della vostra ricerca e sperimentazione artistica? Perché nella nostra epoca è fondamentale guardare oltre il proprio giardino e mettersi in gioco, lasciarsi ispirare anche da ciò che è lontano/diverso da noi?

Siamo in un momento di grande cambiamento, in cui i confini fra le nazioni, territori, culture, animali, vegetali, macchine e uomini sono sfumati. Questo crea un grande senso di smarrimento e paura. In realtà il cambiamento è sempre stato parte di tutto quello che ci sta intorno: le piante migrano, le nostre ricette tradizionali sono il risultato di incontri millenari di culture nel mediterraneo, le nostre origini sono tutte indistintamente miste. Damon ha padre persiano e madre italo tedesca, Anselmo viene da Trieste, nel sangue ha i Balcani e l’Austria. Per noi è importante riconoscerci in una umanità più ampia, in cui siamo tuttə su questa barca incredibile che è il Pianeta Terra e di cui ancora non abbiamo capito gli equilibri. Attualmente noi riarrangiamo canzoni popolari da tutto il mondo in chiave rock/elettronica e suoniamo mezzi nudi, coperti di argilla al centro della stanza. Questo ci permette di toccare delle corde che risuonano al di là della lingua o della cultura specifica di appartenenza. Abbiamo visto persone di tutti i Paesi battere le mani con noi cantando canzoni in lingue che non conoscevano in un meraviglioso gesto di comunione e catarsi. Suonando in Marocco abbiamo capito che tanti modi di fare musica sono culturalmente ereditati ma non bisogna darli per scontati. Dalla musica gnawa abbiamo intravisto il senso comunitario di usare la musica come uno strumento di trance collettiva, si può suonare in mezzo alla gente, si può accelerare il ritmo, si può ricercare uno stato di coscienza alterato, ci si può liberare da una contrattura.

Unite la musica al body painting: come utilizzate l’argilla/i colori? C’è un messaggio, un significato?

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Per un po’ di anni abbiamo usato l’argilla sui nostri corpi, abbiamo ereditato questa pratica dal Teatro Valdoca che l’ha usata per “Giuramenti”, una produzione che, provando a sintetizzare, ha lavorato sulla creazione di un coro prendendo un gruppo di ragazzə e portandoli ad avere un’unica voce tramite pratiche teatrali collettive; giornate in silenzio nei boschi, ripetizione continua di poesia ad alta voce.
È un gesto che ci permette di essere qualcosa di più e di meno di un essere umano, un archetipo, una statua senza età. Ci permette di creare uno spazio espressivo protetto per una parte di noi che potrebbe sembrare folle ma che, in quel frangente, in quel contesto, è libertà, gioia pura, animale arcaico, risata fuori controllo, movimento non formalizzato, necessità interiore di scuotimento.

In una parola come definireste la vostra esperienza sotto i riflettori di X Factor? Perché consigliare questo tipo di avventura?

Partecipare ad X Factor è stato uno dei tanti esperimenti che nel corso della nostra ricerca abbiamo deciso di tentare. Per ora sta andando molto bene, tantissime persone vengono a ringraziarci perché non sono mai andate a un live, perché non hanno mai visto una performance o perché non avevano mai ascoltato musica da altre culture. Ha aperto tante finestre che ci hanno collegato ad ambienti, persone, realtà che altrimenti non avremmo mai incontrato. Sta amplificando un messaggio che era già presente, bisognava solo dargli il giusto spazio.

Quali sono i tre desideri vorreste si esaudissero nei prossimi cinque anni?

Vorremmo continuare a connettere mondi, far scoprire pratiche a persone che non le conoscevano, vedere che questi semi crescono e portano più persone a scoprire lati di sé di cui prima non erano a conoscenza, vorremmo creare una factory in cui sperimentare ibridazioni fra le arti, le pratiche teatrali, i percorsi terapeutici e lo sviluppo di nuove tecnologie. Ci piacerebbe continuare a scardinare gli stereotipi di come si deve o non si deve fruire della musica, su come è giusto o sbagliato ballare, su cosa è solo una performance e cosa invece fa bene al corpo, all’anima, cura la persona e la comunità.

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