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Joy e Carol: essere donne è una cosa seria.

Joy e Carol: essere donne è una cosa seria.

Articolo di Angelo Serio

Inizio con un avviso, una cautela. Non voglio scrivere di inquadrature, piani sequenza, make-up e quant’altro. Cadrò sicuramente in qualche critica tecnica ma non sono un critico, né un sedicente tale. Scriverò di quello che ho provato nel vedere queste due opere cinematografiche, degli appunti che ho preso, delle critiche che ho annotato. Cose contestabilissime e opinabili.

Ecco: scriverò cose contestabilissime e opinabili su Carol e Joy.

Ho visto Carol. E ho visto Joy. Due film diversi, a dire il vero. Quindi perché li descrivo insieme? Senza girarci intorno, li descriverò insieme perché non solo parlano di donne, ma perché parlano- in un certo modo, particolare- delle donne.

Carol l’ho visto due volte. La prima volta perché non vedevo l’ora, la seconda per capire se era vero che non mi era piaciuto.

In maniera molto sintetica, e per evitare spoiler per chi non lo abbia visto, il film segue la storia d’amore tra Carol Aird (Cate Blanchett), alle prese con la fine di un matrimonio dal quale ha avuto una figlia che ama profondamente, e Therese Belivet, una diciannovenne aspirante fotografa.

L’ambiente è la New York del 1952. Siamo nel Maccartismo, ovvero quel periodo della storia americana compreso tra la fine degli anni Quaranta e la prima metà degli anni Cinquanta, in cui si aprì una vera e propria caccia alle streghe nei confronti di presunti comunisti, socialisti, filo-sovietici e, perché no, omosessuali.

Non so se lo sia nel libro su cui è basato, ma nel film il maccartismo è appena appena accennato. Giusto un po’- sul serio, non sono ironico: si parla solo di generiche accuse di comunismo e di morality clause (la clausola morale che il marito di Carol ingiunse contro di lei, a causa della sua storia lesbica, per toglierle la figlia). Ma il contesto storico non è pregnante: si sente che alcuni personaggi sono conservatori, ma non si avverte l’odio di cui era intriso quel momento. Io mi immaginavo questo periodo come, utilizzando Eleanor Roosevelt, “una vera e propria ondata di fascismo”! E invece.

Vabbè forse sono pedante io, fatto sta che lo capisci dagli abiti che siamo negli anni Cinquanta.

Il film è estremamente lento. C’è qualche colpo di scena, c’è la bravura dell’attrice, ma non ti spieghi perché abbia tutte ste candidature agli Oscar.

Il personaggio di Therese, poi, è completamente piatto. Ogni tanto parla, ma non si capisce come facciano ‘ste due a innamorarsi. Nemmeno si conoscono, in pratica! Therese non dice niente di lei, non si confronta con Carol. Sembra che non abbiano condiviso niente, che si dovevano innamorare e basta. Non si spiega perché si mettano a fare le Thelma e Louise della situazione (due donne, un viaggio e una pistola), così di punto in bianco. Se una persona, con cui ho lo stesso rapporto che avevano Carol e Therese nella prima fase della loro storia, mi chiedesse di lasciare tutto e andarmene in giro per le valli dell’Ovest, la prima cosa che direi sarebbe: “Ma chi ti conosce?”.

Carol ha un bisogno disperato di affetto. E ne fa richiesta.

Forse sarà questo il collante della storia tra le due, ti chiedi. Sono due disperate alla ricerca della prima occasione, ti dici.

Ma non può essere.

Alla prima visone, rimani con il dubbio. Alla seconda, ti dai qualche risposta e impari a distinguere tra il film e la storia. Sul film rimangono forti perplessità- a partire dal modo fantasioso e senza insulti con cui viene “accettato” il lesbismo delle due-, sulla storia- priva di stereotipi e lontana dalle tragedie romantiche degli amori contemporanei-, no.

Intanto, mi sono informato, il libro descrive una Therese che ha un passato infelice, che la porta a pensare tanto e che le fa perdere la confidenza con i rapporti umani. Ma che ha qualcosa da dire, magari con gli occhi e con gli sguardi.

Ecco, è un film di sguardi. Dalla scena dello specchio, quando Carol accarezza i capelli di Therese, che ricorda un po’ il Mulholland Drive di Lynch, alla scena finale, il sipario: le due si osservano da lontano, Therese si avvicina. Si guardano. “Sono qui”, “Sei qui”, si dicono con gli occhi.

Lo capisci che si dicono quello.

È l’amore guardato. È l’amore puro che trasuda il desiderio di completarsi e trascende qualsiasi norma etica. È l’amore anormale- per i canoni dell’epoca- che diventa normalizzato dall’atteggiamento delle due.

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È un amore antico. Un amore privato, spiato.

È un amore che non lo capisci fin quando non capisci che è amore: devi intendere i loro sguardi, perché è una cosa loro, tra Carol e Therese, e se non vuoi rimanere estraneo ti devi intromettere.

Le devi guardare, come si guardano loro.

Le devi ascoltare, come si ascoltano loro.

Devi desiderare di desiderarle, come si desiderano loro.

Poi, piano piano, capisci che è un amore normale e che le cose normali degli altri, a prima vista, non ti appassionano. Fin quando non le fai tue, perché anche tu sei normale, e vivi e fai cose normali.

Carol è una donna che è costretta a scegliere tra l’amore per la figlia e l’amore per l’amata, ma che alla fine sceglie l’una e l’altra pur scendendo a compromessi.

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Vedi anche

Compromessi a cui non scende Joy, interpretata nell’omonimo film, da Jennifer Lawrence.

O meglio: compromessi a cui non è costretta a scendere, Joy, l’inventrice dei mocio che si strizza da solo. Stiamo parlando di due storie, evidentemente, diverse, ma dove l’immagine che viene data della donna è di grande innovazione.

È la donna autonoma e self-made, che quasi ti dimentichi che sia stata- e sia, ancora- vittima della clausura culturale sessista. Una che, partita dal niente, diventa una star. Perché Joy Mangano, inventrice del Miracle Mop, la magica scopa per pulire i pavimenti, esiste davvero.

Dalla nonna Mimi, a Joy, veniva detto che sarebbe diventata una grande “matriarca”, che le sue idee avrebbero cambiato il mondo.

Dal padre le veniva detto che, invece, faceva male a credere a questa roba. Che doveva stare a casa, con la figlia, a farsi in quattro per tutti coloro che aveva sul groppone: la madre sociopatica, la figlia piccola, l’anziana nonna- che è anche narratrice, l’ex marito, talvolta lo stesso padre.

E invece no. Col cavolo! Si va a prendere quello che vuole e che le spetta, non senza esitazioni- certo-, e lo ottiene.

È una storia di lotta e di governo di sé stesse. Joy, è una narrazione americana- televendite, gente che chiama i programmi per comprare i prodotti, bancarotta, venditori d’assalto- che fa simpatia.

Ma che, per dirla tutta, presenta dei punti su cui riflettere.

Il primo, e il più evidente- ma non so, non credo, se sia questo l’intento del film-, è che questo santo mocio, nel senso di prodotto commerciale da vendere, è rivolto alle donne. Non è colpa del film né di Joy: è una riflessione mia. Sono le donne a pulire lo schifo che gli altri combinano a casa: “Signore, mamme, nonne, venite a provare il mocio che si strizza da solo. Tanto, lo sappiamo, alla fine tocca a voi pulire”.

Tocca chiedersi, allora, se Joy riesce a convincere il pubblico perché è una donna che ha inventato il mocio, e quindi lo sa usare e vendere, o perché è un’abile imprenditrice. Tocca domandarsi se Joy ha ottenuto una rivincita dalla vita o se è stata ingurgitata da questo sistema aziendale, fatto di lupi avidi, che la usa come mezzo per vendere.

Il secondo punto è che Joy è un’eccezione a quella regola che vuole gli uomini imprenditori e le donne matriarche integerrime. I dati sull’imprenditoria femminile o sulla presenza di quote di genere nei consigli di amministrazione parlano chiaro.

Forse, più semplicemente, è una storia di una speranza, o di un’illusione, chiamatela come volete, che dice: le vostre idee, se valide, vi renderanno delle persone vincenti.

Sarà vero?

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