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Le combattenti curde non sono i bei visini della guerra
Dark Light

Le combattenti curde non sono i bei visini della guerra

Biancamaria Furci

L’anno scorso le combattenti curde sono state (sovente loro malgrado) protagoniste di un interesse mediatico su larga scala. Investite del ruolo di portavoce di una battaglia, quella contro l’Isis, che ha interessato tutto l’Occidente. Portavoce mute però, perché di quello che realmente fanno, chi sono, contro chi combattono e soprattutto perché, è interessato ben poco alla maggior parte della stampa.
Sono state invece spesso fortemente sessualizzate: le “bellissime eroine”, le “giovani affascinanti che combattono i mostri”, le “moderne Amazzoni con le tute mimetiche e il kajal perfetto” e ancora il ben più abietto “quelle ragazze che non vogliono farsi stuprare dall’Isis e decidono di andare in guerra”. Per la rappresentazione data dai media era di fondamentale importanza proporre ragazze bellissime, sensuali, desiderabili. L’intento era chiaramente sensazionalistico, un po’ perché –checché se ne dica – vedere delle donne che imbracciano i kalashnikov senza essere sulla copertina di “Poppe e Munizioni” fa notizia, e un po’ perché raramente si riesce a parlare di guerra in una chiave così accattivante.
Ad oggi le loro sorti e la loro rivoluzione (perché di rivoluzione si tratta) sono cadute nel dimenticatoio, eccezion fatta per poche lapidarie notizie. Spesso, purtroppo, bollettini di guerra.
Stragi come quelle degli ultimi mesi a causa dei raid turchi contro il PKK, durante i quali hanno perso la vita numerosi e numerose combattenti.

Per capire meglio dove siano arrivate oggi le guerrigliere curde occorre fare una piccola digressione, tentando di ricercare in breve le origini e i protagonisti del conflitto. Iniziamo.

Cos’è l’ISIS?

L’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria/Stato Islamico in Iraq e al-Sham), conosciuto anche come ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) o come DAESH (l’acronimo arabo di ISIS) è, in breve, un’organizzazione terroristica formata da jihadisti sunniti.
Nel giugno 2014 questi signori annunciarono la creazione di un califfato islamico con a capo Abu Bakr al-Baghdadi. Il califfato comprende i territori tra Siria e Iraq conquistati dal gruppo terroristico negli otto anni precedenti (sì, l’ISIS è nato nel 2006, e no, nessuno si è reso conto che potesse essere una roba pericolosa).
In linea teorica, l’intento dell’ISIS è quello di riunire la umma (la comunità dei musulmani) in un unico Stato basato su una rigida interpretazione dei principi della Shari’a (la legge islamica dei testi sacri).
In linea pratica nulla di tutto questo (davvero nulla) ha a che fare con l’Islam o con i musulmani.
Questo è l’ISIS. Loro sono i cattivi.

Cosa sono PKK, YPG e YPJ?

Il PKK è il Partito dei Lavoratori Curdi, combatte da decenni contro lo Stato Turco per l’indipendenza del Kurdistan ed è considerato dall’Occidente come facente parte delle organizzazioni terroristiche.
Le YPG sono le Unità di Protezione del Popolo, formate da curdi siriani. Al loro interno esistono Unità di Protezione formate interamente da donne, le YPJ (e sì, è proprio di loro che stiamo parlando). Le YPJ rappresentano circa il 35% dei combattenti, un numero che si aggira intorno alle quindicimila unità.
PKK, YPG e YPJ sono stati fondamentali protagonisti di questo conflitto, diventati noti ai media quando, nell’estate 2014, l’Isis ha iniziato la sua avanzata in Iraq. Davanti alle difficoltà dei Peshmerga (forze militari del Kurdistan iracheno) e prima che il presidente Obama annunciasse l’intervento aereo della coalizione occidentale alleata, sono stati loro a combattere in prima linea per far arretrare il nemico.
Hanno poi soccorso migliaia di yezidi sfollati e bloccati sulle montagne aprendo loro un varco verso il Rojava. Lottano da allora in Siria, Iraq e Turchia, direttamente o con le proprie rappresentanze locali.
Ad oggi, grazie allo sforzo congiunto di questi gruppi con quelli filo-governativi e con le forze alleate, l’ISIS ha perso oltre il 75% dei territori che aveva conquistato e sta subendo pesanti sconfitte.

Cos’è il Kurdistan?

Il Kurdistan è una vasta regione del Medioriente compresa fra Turchia, Iraq, Siria ed Iran popolata da persone di etnia curda. Il Kurdistan, così spartito, ha origine dallo smembramento dell’Impero Ottomano dopo la Prima Guerra Mondiale. Il Trattato di Sévres del 1920 prevedeva la creazione di un Kurdistan autonomo, ma l’ostracismo della Repubblica turca portò al Trattato di Losanna che nel 1923 ne cancellò l’intento.
Così facendo, venticinque milioni di curdi furono dispersi nelle cinque nazioni trasformandosi in altrettante minoranze.
Gli anni successivi sono dunque indelebilmente segnati da questa originaria divisione. Ogni volta che i curdi hanno manifestato ambizioni indipendentistiche sono stati sanguinosamente repressi. La persecuzione contro i curdi e la mancata volontà di lasciare che creino uno Stato indipendente potrebbero avere una qualche correlazione con la vastità dei giacimenti petroliferi presenti in Kurdistan è inspiegabile.

Cos’è il Rojava?

Il Rojava è una regione autonoma nel nord della Siria, nata nel 2011 con l’inizio della guerra civile siriana, ma mai ufficialmente riconosciuta dal governo. Coincide con il Kurdistan siriano ed è divisa in tre cantoni: Efrin, Cizre e Kobane. È nel Rojava che vedono la luce le YPG e, a seguire, le brigate femminili YPJ.
Il “Contratto Sociale del Rojava” (una sorta di Costituzione) considera diritti inviolabili l’uguaglianza fra i sessi e la libertà di culto ed è basato sul protagonismo delle donne nella vita politica. Gli studenti dell’università devono studiare un testo sulla parità di genere chiamato Liberating Life. Fra i primi atti del governo del Rojava c’è stata la messa al bando di comportamenti quali matrimoni forzati o precoci, violenza domestica e delitti d’onore.
Come si diceva, stiamo parlando di una rivoluzione.

Vedi anche

Le combattenti curde oggi non affrontano solo la guerra all’Isis. Le loro motivazioni sono, paradossalmente, molto più forti, e il loro lascito sarà molto più grande. La loro lotta è una lotta contro la mentalità patriarcale della società, è una lotta contro gli jihadisti che considerano “halal” (lecito) ridurre in schiavitù sessuale le guerriere nemiche, è una lotta contro gli Stati (turco, iracheno, siriano) che le vorrebbero vittime mute e impotenti. È una lotta che parla a tutti noi.

Quindi, quando pensiamo a queste donne disposte a sacrificare la propria vita per la ferrea volontà di costruire una società più giusta nella quale poter vivere libere, sforziamoci di farlo con il dovuto rispetto.
Il loro sacrificio va ben oltre le fotografie patinate di giovani ragazze sorridenti in tuta mimetica.
Le loro vite romanzesche, sbandierate nel dettaglio, non devono essere il contrappeso all’immaginario collettivo che vede la donna orientale oppressa e bisognosa di emancipazione.
Queste donne hanno delle storie, degli ideali sociali e politici, si inseriscono in un discorso molto più ampio. Le implicazioni della loro presenza nel conflitto hanno echi potentissimi, la loro rilevanza storica non nasce in questa guerra e non è in questa guerra che finirà.
Questo articolo non ha la presunzione di essere esaustivo sulle vicende trattate, sicuramente semplifica e banalizza fenomeni estremamente complessi. Su una cosa però cerca di porre, magari maldestramente, l’accento:

Le combattenti curde non sono bei visini, sono una delle parti migliori del nostro mondo.

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Fonti:
CNN – ISIS: tutto quello che avete bisogno di sapere
ANSA – Territori persi in Iraq dall’Isis
LE MONDE – Origine, numeri, finanziamenti…lo Stato Islamico in cinque domande
TPI – Chi combatte in Siria
ALJAZEERA – La Turchia mira contro i combattenti curdi in Iraq e in Siria
INTERNATIONAL BUSINESS TIMES – Quali sono i gruppi curdi che combattono
BUSINESS INSIDER – Il PKK è la forza più efficace contro l’Isis
REPUBBLICA – Storia del Kurdistan
LE PARISIEN – Combattenti curdi uccisi durante i raid turchi
ISLAM CONTEMPORANEO – La questione curda
L’UNITÀ – Dove la terra è intrisa di petrolio
TPI – La storia del Rojava, società utopica
OSSERVATORIO AFGHANISTAN – La rivoluzione delle donne in Rojava
INDEPENDENT – Le donne curde fra democrazia e guerra
ALJAZEERA – La frenesia dei media per le donne che combattono l’Isis
Leggi i commenti (2)
  • le eroine sono giovani e belle quanto gli eroi sono giovani e belli, non è sessualizzazione. ma è giusto che si racconti la rivoluzione del rojava

  • Anche le foto che corredano l’articolo, peraltro molto bello, mostrano solo ragazze sorridenti. In fondo noi occidentali non siamo preparati a vedere donne nei sacchi verdi.
    Né insanguinate o sporche stanche e affrante o che “giustiziano” un prigioniero.
    Come detto sopra: gli eroi son tutti giovani e belli.
    E stiamo parlando di propaganda.

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