Stai leggendo
#leimeritaspazio: il premio Nobel Nadia Murad e la scelta di essere umani
Dark Light

#leimeritaspazio: il premio Nobel Nadia Murad e la scelta di essere umani

Biancamaria Furci

Quando viene presentata Nadia Murad, insignita del Nobel per la Pace 2018, si ricorre ad un repertorio fraseologico che mira a far immediatamente risaltare il suo essere stata ‘vittima’, a mettere in primo piano gli abusi che ha subìto. “La schiava sessuale dell’Isis” così come “Dalla violenza al Nobel” e “Fuggita dalle torture dei miliziani” o ancora “Bruciata con le sigarette e stuprata: chi è diventata” sono alcuni dei titoli ricorrenti negli articoli e nelle interviste che la riguardano.
Ma Nadia Murad Basee Taha non è solo una sopravvissuta, una persona a cui è stata inflitta tortura, una vittima di violenza, una studentessa ventunenne a cui i miliziani hanno sterminato la famiglia, una schiava sessuale dell’Isis venduta al mercato.
Lei è anche tante altre cose.
È un’attivista per i diritti umani.
È una yazida irachena.
È la diciasettesima donna e la prima persona irachena ad aver vinto il premio Nobel per la Pace.
È la prima ambasciatrice ONU per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani.
È una donna che merita spazio. Tutto lo spazio che possiamo darle. Tutto lo spazio che dobbiamo darle.

Vedere e leggere per comprendere

Dal 6 al 12 dicembre è stato proiettato in alcune sale italiane “Sulle sue spalle”, per la regia Alexandria Bombach, documentario di sconvolgente impatto e assoluta necessità sul messaggio che Nadia vuole trasmettere e sui risvolti che questa battaglia ha sulla sua vita. Nel trailer della pellicola è stato inserito un dialogo fortissimo riguardante le domande che i giornalisti le rivolgono più spesso e cosa lei pensi di ciò che le viene chiesto:

Giornalisti
– Quando pensi agli uomini che ti hanno violentato, cosa vuoi che succeda loro?
– Hai cercato di resistere?
– Potevi dirgli di no?
– Hanno ucciso anche tua madre.
– Cosa è successo alle donne? Cos’è successo a te?
Nadia
Queste non sono le domande da fare. Ciò che voglio che mi chiedano è: cosa bisogna fare affinché gli yazidi abbiano dei diritti. Cosa si può fare affinché una donna non sia vittima della guerra. Queste sono le cose che vorrei mi venissero chieste più spesso.

 

 

Nel 2017 è stata pubblicata l’autobiografia “L’ultima ragazza”, edita in Italia da Mondadori, scritta da Nadia in collaborazione con la giornalista Jenna Krajeski, che negli ultimi anni si è occupata incessantemente della persecuzione delle minoranze curde presenti in Turchia e in Iraq.
La sinossi di questo libro aiuta a riassumere il percorso e gli avvenimenti che hanno segnato la vita della protagonista:

Nell’agosto 2014 la tranquilla esistenza di Nadia Murad, ventunenne yazida del Sinjar, nell’Iraq settentrionale, viene improvvisamente sconvolta: con la ferocia che li contraddistingue, i militanti dello Stato Islamico irrompono nel suo villaggio, incendiano le case, radunano i maschi adulti uccidendone 600 a colpi di kalashnikov e rapiscono le donne, caricandole su autobus dai vetri oscurati. Per Nadia e centinaia di ragazze come lei, giovanissime e vergini, inizia un vero calvario. Separate dalle madri e dalle sorelle sposate, scontando l’unica colpa di appartenere a una minoranza che non professa la religione islamica, vengono private di ogni dignità di esseri umani: per i terroristi dell’ISIS saranno soltanto sabaya, schiave, merce da vendere o scambiare per soddisfare le voglie dei loro padroni.

L’abisso della prigionia, gli stupri selvaggi, le torture fisiche e psicologiche, le continue umiliazioni, insieme al dolore per la perdita di quasi tutti i parenti, vengono raccontati da Nadia – miracolosamente sfuggita agli artigli dei suoi aguzzini – con parole semplici e dirette, e proprio per questo di straordinaria efficacia. Le tremende sevizie le hanno lasciato cicatrici indelebili sul corpo e nell’anima, ma anziché ridurla al silenzio, cancellandone l’identità, l’hanno spinta a farsi portavoce della sua gente e di tutte le vittime dell’odio bestiale dell’ISIS.

La questione yazida e il genocidio

Alcuni dei passaggi fondamentali nei discorsi di Nadia Murad riguardano il suo essere un’irachena yazida. La sua appartenenza a questa comunità è il punto di partenza della sua storia e di tutte le storie di cui si fa portavoce, è il motivo che l’ha portata a essere vittima di atroci sofferenze prima e coraggiosa testimone poi. Nadia è divenuta il volto mondiale di un popolo perseguitato e dimenticato, questa identità fa profondamente parte di lei. Ma cosa vuol dire essere yazida?
Gli yazidi sono un’antica minoranza etnico-religiosa presente prevalentemente in Iraq, in Siria e in Turchia, di origine e lingua curda e seguace dello Yazidismo, formata da un numero imprecisato di membri compreso fra i 100mila e i 700mila. Gli yazidi sono stati perseguitati innumerevoli volte, la loro tradizione orale riporta più di settanta persecuzioni religiose, tanto che è difficoltoso tracciarne una storiografia. Sicuramente nel mondo islamico a partire almeno dal 1400, dall’Impero Ottomano (perché non soggetti allo stato di tutela come minoranza religiosa) ma anche dai capi tribali curdi e, in epoca più recente, dallo Stato nazionale iracheno sia in periodo monarchico che repubblicano. Saddam Hussein fece deportare moltissimi yazidi per far occupare i loro territori da credenti islamici, nella sua strategia di arabizzazione dell’Iraq. Il tentativo di genocidio più tristemente noto della comunità yazida è stato perpetrato dall’Isis a partire dal 2014. La notte del 3 agosto i miliziani del Daesh hanno assediato Sinjar (storica roccaforte della comunità yazida situata nel nord dell’Iraq, al confine con la Siria) per dare il via all’epurazione. Gli jihadisti hanno attuato il proprio piano genocida attraverso migliaia di esecuzioni, la distruzione dei luoghi di culto, la cattura di più di 6000 prigionieri, prevalentemente bambini e donne; i primi sottoposti a una forzata rieducazione estremista in campi di addestramento per diventare attentatori suicidi e le seconde (a partire dai 10 anni in su) rese schiave sessuali per i combattenti. Oltre 200mila yazidi sono stati costretti a fuggire per evitare il massacro, molti hanno cercato rifugio sul monte Sinjar (che dà il nome alla città) dove hanno trovato la morte per via delle condizioni estreme. Più di 50mila persone sono state messe in salvo grazie all’impegno congiunto di americani, Peshmerga, forze curde siriane dell’Unità di Protezione Popolare (YPG e YPJ – di cui avevamo parlato QUI) e combattenti yazidi. Un anno dopo queste forze hanno riconquistato l’area di Sinjar, strappandola al controllo dello Stato islamico, ma la città rasa al suolo non è ancora stata ricostruita ed è oggi un luogo-fantasma nel quale vengono scoperte continuamente nuove fosse comuni piene di cadaveri. A distanza di quattro anni la maggior parte delle persone appartenenti alla comunità vive ancora nei campi profughi, condannati a una diaspora incessante per sfuggire alle violenze che li ha condotti anche in Europa. Si stima che almeno 3500 persone di fede yazida siano ancora schiave nelle mani del manipolo di cellule superstiti dell’Isis. Ecco la storia della comunità di Nadia Murad.

L’attivismo e il Nobel

Dopo il rapimento e l’incubo dei mesi ridotta in stato di schiavitù, nel novembre del 2014 Nadia Murad riesce con indomito coraggio a scappare da Mosul, grazie alla disattenzione di uno dei carcerieri che dimentica la porta aperta. Con una fiducia nell’animo umano difficilmente conciliabile con le atrocità vissute bussa alla prima porta che incontra, nonostante la città sia sotto l’assedio dei terroristi, e riceve ospitalità da una famiglia della zona prima di proseguire la sua fuga attraverso il Kurdistan iracheno fino al campo profughi di Duhok, dove un’organizzazione umanitaria che si occupa di aiutare le vittime dello Stato islamico riesce a farla arrivare in Germania, paese in cui continua a vivere. Dal momento in cui ha inizio la sua liberazione Nadia non smette di raccontare la sua storia, rivivendo continuamente i traumi subìti per sensibilizzare l’opinione pubblica sui crimini dell’Isis e sulla tragedia della comunità yazida. Grazie al sostegno dell’organizzazione Yazda riesce nel 2015 a parlare davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, portando all’attenzione della stampa il dramma del genocidio del suo popolo. Intenta una causa contro i suoi aguzzini, rappresentata dall’avvocatessa e amica Amal Alamuddin Clooney, per chiedere che l’Isis e i colpevoli delle atrocità inflitte a lei e alla sua gente compaiano di fronte alla Corte penale internazionale dell’Aia e vengano giudicati e condannati. Diventa la prima ambasciatrice ONU per la dignità dei sopravvissuti al traffico di esseri umani e vince numerosi premi umanitari fra cui  il Sakharov 2016 e il riconoscimento di Donna dell’anno 2016. Tutta questa attenzione mediatica la rende bersaglio di continue minacce e intimidazioni, ma lei non smette nemmeno per un istante di portare avanti la sua battaglia e ottiene successi importantissimi: nel 2017 l’ONU adotta una risoluzione per indagare i crimini commessi dallo Stato Islamico in Iraq. Nel 2018 le viene conferita la più alta onorificenza in tema di diritti umani, il premio Nobel per la Pace. Devolve l’intero premio in denaro all’associazione che ha fondato, la Nadia’s initiative (in favore dei diritti delle vittime di violenza e del popolo yazida), immettendolo nel fondo d’azione per Sinjar. Nella motivazione del Nobel assegnatole si legge:

Vedi anche

Nadia Murad è essa stessa una vittima di crimini di guerra. Ha rifiutato di accettare le norme sociali che impongono alle donne di rimanere in silenzio e vergognarsi degli abusi cui sono state sottoposte. Ha mostrato uno straordinario coraggio nel raccontare le sue stesse sofferenze e nel parlare a nome delle altre vittime.

Nadia Murad non ha scelto di essere una vittima. E non ha scelto neanche di diventare un’eroina. Lo è diventata perché ha scelto (questa volta sì) di essere un faro di speranza, ha scelto di far udire la sua voce a chiunque fosse disposto ad ascoltarla, ha scelto di battersi e lottare perché a nessuno succeda mai più ciò che è accaduto a lei e alla sua comunità, ha scelto di offrire la sua vita e la sua memoria in nome di un bene superiore, ha scelto di caricare sulle sue giovani spalle il peso di un passato inimmaginabile per poter donare ad altri esseri umani un futuro migliore.
Per questa scelta, continuamente rivolta al più profondo senso di umanità che dovrebbe appartenerci, #leimeritaspazio.

 

La nostra campagna #leimeritaspazio si conclude così, dopo un anno passato a raccontarvi (e a farci raccontare) le vite di donne straordinarie, in grado di ispirarci e spronarci a essere persone migliori. Donne che meritano di essere conosciute e raccontate, storie di cui non ci stancheremo e non smetteremo mai di parlare. Non fatelo neanche voi. Presto sarà disponibile sullo shop di Bossy una piccola sorpresa, un bel modo per riassumere e racchiudere tutte queste testimonianze di meravigliosa umanità…continuate a seguirci!

Associazione Bossy ® 2020
Via Melchiorre Gioia 82, 20125 Milano - P.IVA 10090350967
Privacy Policy - Cookie - Privacy Policy Shop - Condizioni di vendita