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Le scuole svedesi dove la parola d’ordine è gender-neutral

Le scuole svedesi dove la parola d’ordine è gender-neutral

La neutralità di genere (in inglese gender neutrality) è quella corrente di pensiero che promuove l’eliminazione dei ruoli di genere dalla vita sociale, politica ed istituzionale degli individui. Spieghiamolo meglio, cosa significa questo concetto?
Nulla di trascendentale in realtà: l’idea che sta alla base del movimento gender-neutral è che non esistano, o meglio non dovrebbero esistere, ruoli, convenzioni o comportamenti adatti solo alle donne o solo agli uomini.
Insomma, per farla breve si batte per abolire definitivamente i cosiddetti stereotipi di genere.

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Cosa comporta concretamente tutto ciò?

Comporta in primo luogo la promozione di una cultura del rispetto e dell’accettazione totale di ogni persona. Comporta dare a ognuno la possibilità di sperimentare un range di attitudini, comportamenti, colori, emozioni, attività che sia a 360 gradi e non limitato solamente alla metà che è tradizionalmente considerata consona al suo genere. Comporta l’educare i cittadini di oggi e di domani all’idea che la loro libertà di espressione non deve essere limitata dalle convenzioni sociali, perché il modo di essere di ogni individuo non deve essere dettato da canoni imposti dall’esterno bensì solo dalla propria unicità. In sostanza la neutralità di genere si traduce in un atteggiamento di inclusione nei confronti di tutti.

Ma stiamo attenti a non fraintendere: gender-neutral non significa fare propaganda affinché ogni differenza tra uomini e donne sia cancellata dalla faccia della terra. Gender-neutral significa lasciare alle persone la libertà di esprimere il loro essere uomini e donne nel modo che ritengono più rappresentativo per sé – se si riconoscono in una di queste due definizioni. Allo stesso tempo però, proprio perché è una corrente di pensiero basata sull’inclusione e sul rispetto, significa lasciare spazio a chi non si identifica in nessuna delle due sopracitate categorie, di esprimere la propria identità di genere come meglio crede. Ogni persona ha infatti pari dignità indipendentemente dalle etichette.

Ecco quindi spiegato perché, nella concretezza della quotidianità, assumere un atteggiamento gender-neutral significa promuovere la creazione di bagni neutrali (o unisex che dir si voglia) e l’utilizzo di un linguaggio che non faccia distinzioni di genere, a partire per esempio dai pronomi con cui ci si riferisce alle altre persone.

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Qualche anno fa in Svezia sono nate alcune scuole dell’infanzia a matrice gender-neutral e da allora il fenomeno ha continuato ad ingrandirsi. L’apripista di questa nuova tendenza in campo educativo è stata Egalia, una piccola scuola aperta nel 2010 a Stoccolma, che è presto stata seguita da altri istituti sia nella capitale che nel resto del paese. La policy che sta alla base di questo modello di insegnamento consiste in alcuni fondamentali punti:

Non ci si riferisce ai bambini utilizzando i termini “boys” o “girls”, ma semplicemente chiamandoli per nome, oppure “amici” o ancora utilizzando il pronome neutro “hen”. “Hen” è un nuovo pronome, recentemente introdotto nella lingua svedese accanto a “hon” (lei) e “han” (lui) e non fa riferimento a nessun genere specifico. Ha iniziato ad essere usato in queste scuole ed in altri ambiti sociali ed istituzionali (il suo utilizzo è stato ufficialmente riconosciuto nel 2014), e sta iniziando a diffondersi sempre più anche nella vita quotidiana. “Hen” deriva dal finlandese “hän” , che è l’unico pronome personale singolare esistente nella lingua finnica. Il finlandese infatti è una lingua completamente gender-neutral: è possibile ascoltare qualcuno parlare anche per un’ora di una certa persona senza capire se il protagonista della narrazione sia un uomo o una donna – nel caso non venga specificato il nome o non si usino espressioni inequivocabili come “hän è incinta”.

I giocattoli sono disposti gli uni accanto agli altri senza distinzioni: bambole e set da cucina convivono pacificamente con trattori, costruzioni e dinosauri.

I libri sono scelti accuratamente affinché non restituiscano immagini stereotipate. Si legge ancora La bella e la bestia, ma qualche volta la maestra ed i bambini reinterpretano la storia e sarà la principessa a salvare il principe. Molti libri poi trattano tematiche quali la diversità sotto tanti punti di vista diversi (famiglie monoparentali, disabilità, adozione, genitori omosessuali ecc.).

I bambini sono liberi di vestirsi (e travestirsi) come vogliono.

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Ci sono sia insegnanti donne che uomini, cosa assai rara nelle scuole dell’infanzia.

Si evita di categorizzare i bambini nel modo più assoluto: non si usano espressioni come “Hen ha una grande immaginazione” “Hen è timid*” “Hen è molto vivace” perché queste etichette limitano il loro modo di essere. Spesso i bambini si adeguano all’immagine che gli adulti dipingono di loro e ciò implica, seppur involontariamente, che viene preclusa la loro possibilità di essere potenzialmente qualsiasi cosa, di esprimersi liberamente.

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Ognuno ha il diritto alla diversità di espressione, sempre. Anzi si valorizza la diversità.

Critiche

Sebbene di fronte a questa nuova realtà gli svedesi non si siano messi a gridare “Attenti al Gender!” (come accade da noi), non si può negare che questo trend abbia suscitato delle perplessità e numerosi dibattiti.
In primo luogo è bene quindi ripetere che questo modello educativo non mira a mettere in discussione l’identità biologica dei bambini: i maschi sanno di essere maschi e le femmine sanno di essere femmine. Lo scopo non è confonderli su questo punto, bensì evitare che si identifichino in quei costrutti sociali, in quegli schemi di comportamento che limitano la libertà di espressione delle persone. Viene semplicemente insegnato che le norme tradizionali, come la distinzione tra uomini e donne, omosessuali ed eterosessuali, normodotati e disabili, non vanno considerate come un minus ma come un plusvalore e non devono essere il pretesto per discriminare o per limitare la libertà di azione degli individui.

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In un video realizzato da una di queste scuole, la direttrice Lotta Rajalin spiega:
<<I bambini possono usare le espressioni che preferiscono, con cui hanno familiarità: non li correggeremo se si rivolgeranno ai compagni come “lei” o con il termine “bambina”. Siamo noi adulti a prestare attenzione al modo in cui ci esprimiamo: noi siamo stati cresciuti ed educati secondo una mentalità che associa ad alcuni termini delle idee stereotipate, alcune parole riflettono inconsciamente dei ruoli di genere. Per questo se vogliamo liberarci dei preconcetti, dobbiamo anche liberarci di questi vocaboli. Noi siamo per loro dei modelli di comportamento.>>

Un’altra insegnate poi spiega:
<<Non togliamo niente a nessuno, il nostro approccio non impedisce ad una bambina di essere meno “donna” o ad un bambino di essere meno “uomo” un giorno, se questo è ciò che vorranno. Il nostro approccio semplicemente aggiunge qualcosa: aggiunge la possibilità di considerare anche altre punti di vista rispetto a quelli che il sistema tradizionale concede ad un individuo conseguentemente alla sua identità di genere.[…]E’ il sistema tradizionale che toglie ai bambini qualcosa, perché li distingue nettamente in due direzioni separate a cui corrispondono giochi, valori, colori, emozioni, comportamenti diversi. Pensiamo che allargare lo spettro sia un arricchimento, e che sia la base per costruire una società più equa>>

Voi cosa ne pensate? Vi piace questo modello di insegnamento? Vi piacerebbe vedere realtà simili anche in Italia?

View Comments (3)
  • Io lo trovo discutibile. Per insegnare che un bambino può giocare con le bambole se vuole e una bambina può giocare con le macchinine se vuole c’è bisigno di abolire i pronomi maschili e femminili? C’è bisogno di abolire le parole “ragazzo e ragazza? Non non c’è bisogno, un bambino può giocare con la barbie (se vuole) ed essere maschio senza nessun problema col relativo pronome maschile, insegnare questo sì che sarebbe rivoluzionario, non abolie parole e pronomi. il pronome neutro è un appiattimento visto che le anatomie maschili e femminili sono tutto tranne che “identiche” o “neutrali” e i bambini lo capiranno crescendo.
    Inoltre si confonde l’identità di genere coi ruoli di genere che sono due cose diverse (l’identità di genere non può essere ridotta a un costrutto sociale). Oltretutto non vedo che danni possa fare dicendo che un bambino o una bambina è vivace. e si chiamare “bambino” una bambina e viceversa è sbagliato. se è bambina, femmina e si riconosce come tale va chiamata bambina, e la bambina può giocare con la barbie come coi soldatini, il bambino può giocare con la barbie come coi soldatini restando rispettivamente una bambina e un bambino, girl e boy.
    lottare contro le idee stereotipate associate al maschio e alla femmina non implica l’abbandono delle parole maschio e femmina, ragazzo e ragazza.
    (inoltre se una bambina gioca con la barbie non è vittima di stereotipi, firse vuole solo gocare con la barbie come un’altra vuole giocare con i soldatini ed entrambe vanno rispettate e così i bambini)

  • beninteso non credo affatto che i bambini e le bambine saranno confusi sulla loro identità di sessuale e sulla loro identitàdi genere a causa del pronome neutro ma non ne vedo l’utilità: il pronome femminile si può usare anche lasciando che una bambina giochi coi soldatini, e il pronome maschile si può usare anche col bambino che gioca con la barbie

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