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Marlene Kuntz: trent’anni di rock e indipendenza
Dark Light

Marlene Kuntz: trent’anni di rock e indipendenza

Valeria Lucia Passoni

Non credo sia necessario dilungarsi troppo nello spiegare chi siano i Marlene Kuntz e quale sia l’impatto che hanno avuto sul panorama del rock indipendente italiano e sulla generazione di musicisti che hanno ispirato. Il nome della band parla da sé, rimandando all’eleganza dei loro brani e alle sonorità noise che si accompagnano alla vena cantautorale a cui ci hanno abituati.

Anche ai giovanissimi e ai più musicalmente disinformati, probabilmente grazie ai duetti della band piemontese con la popolarissima e internazionale Skin (in La Canzone Che Scrivo Per Te e nella rivisitazione di Bella Ciao), non sarà passata inosservata questa band. Band che proprio in questi giorni festeggia i trent’anni di carriera, con un tour che in ogni data li vede esibirsi per metà concerto in elettrico e per l’altra metà in acustico.

Con Riccardo Tesio, co-fondatore della band, abbiamo fatto una lunga chiacchierata: sulla loro musica, sulla libertà artistica, sull’importanza della memoria e su come in questi anni sia cambiato il mercato musicale.

Quali sono gli artisti che sono stati per voi un punto di riferimento, gli artisti che vi hanno accompagnato nel vostro percorso, non solo professionalmente ma anche dal punto di vista umano?

Sicuramente i punti di riferimento principali, che accomunano un po’ tutti i Marlene e mettono d’accordo l’intera band, sono i Sonic Youth – abbiamo addirittura una canzone che si intitola Sonica che è un omaggio a questa band -, Nick Cave – che è stato, soprattutto per Cristiano ma anche per tutti noi, fonte d’ispirazione -, Neil Young, i Pixies e i Cure.

Siete impegnati in questo periodo con la celebrazione dei vostri trent’anni di carriera: se potessimo cristallizzare il concerto più bello, la canzone più simbolica e la difficoltà più difficile da superare, cosa diresti?

Domanda impegnativa, in trent’anni sono successe tante cose! Di concerti ne abbiamo fatti tantissimi e forse il concerto che così, senza pensarci troppo, mi ricordo di più è quello Jesolo al Beach Bum Festival. Quella sera suonavano i CSI, gruppo italiano che aveva aiutato tantissimo i Marlene, insieme a Gianni Maroccolo (che è stato il nostro produttore) e Giovanni Lindo Ferretti, che ha cantato la cover di Lieve, era un po’ il nostro gruppo apripista, e che ci ha permesso di realizzare il nostro sogno. Poi suonavano anche i Sonic Youth, una delle nostre band preferite di sempre. C’era tanta gente, è stato un bel festival e, per come me lo sono vissuto, con quell’atmosfera rilassata e di “presa bene” che si sentiva, ho di quella serata un bellissimo ricordo.

Di canzoni rappresentative dei Marlene me ne vengono in mente almeno tre, ma forse quella che lo è di più è Nuotando Nell’Aria, uno dei primi pezzi abbiamo scritto. Rimane tra i preferiti dal pubblico e racchiude bene il dualismo dei Marlene: a me piace pensare ai Marlene come un doppio; già dal nome, Marlene, una parola dolce, e Kuntz, una parola più dura. Si sente dolcezza e ruvidezza, due componenti che ci sono spesso nelle nostre canzoni e che Nuotando Nell’Aria racchiude bene entrambe.

Per quanto riguarda le difficoltà, così, di getto, credo che il momento più difficile sia stato prima che uscisse Ricoveri Virtuali e Sexy Solitudini, quando la rete in generale (e quindi internet) ha colpito più duramente il mercato discografico, e si è capito non ci sarebbe stata speranza. Questa cosa ha cambiato il modo in cui vedevamo l’attività del musicista: noi siamo nati musicalmente, a livello di ascolti, di passioni, dell’andare in sala prove a buttare giù idee, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, quando tutto ruotava attorno al disco. Se tu pubblicavi un album poi succedeva tutto: concerti, interviste, recensioni… Ma prima di tutto c’era il disco, l’oggetto che ti permetteva di fare il resto. Era un passaggio obbligato.
Il fatto che il disco perdesse di importanza è stato un cambiamento importante e non lo abbiamo vissuto bene, vedendo peraltro attorno a noi la trasformazione e i cambiamenti che ha comportato.

Questa rottura però è ancora in atto…

Sì, è stato un cambio epocale che ancora è in corso, potremmo fare un’intervista solo su come internet ha cambiato il mercato discografico.
Un aspetto negativo sicuramente è che internet è stato visto come il grande mezzo democratico. Nella musica, per esempio, la piccola realtà poteva farsi sentire come la grande pop star. Ma non è così, quello che vediamo è controllato da algoritmi sui quali non abbiamo controllo.

Avete realizzato la cover di Bella Ciao, un inno di libertà e resistenza, e il ricavato è stato devoluto all’associazione È Stato il Vento – Artisti per Riace. Come mai avete scelto proprio questa fondazione?

Le cifre che si ricavano dalle vendite di un disco sono basse, il nostro è un messaggio simbolico che aiuta sicuramente a far riflettere su tante questioni ed è quello che noi artisti possiamo imparare a fare.
Noi a Riace ci siamo andati per vedere dal vivo quello che Riace è; e ci sembra una grossa manovra mediatica il fatto di criminalizzare una realtà di accoglienza e integrazione che stava funzionando abbastanza, al punto di ricevere riconoscimenti internazionali, e che quindi stava diventando un fenomeno “pop” (nel senso di popolare), potendo così essere controproducente per chi aveva altre finalità politiche.
Quando si decide di criminalizzare un movimento è difficile venirne fuori, è un meccanismo che si ripropone periodicamente: penso al movimento no global, che poneva interrogativi sulle tematiche legate alla globalizzazione ed è stato criminalizzato, fatto morire lì; ma quei problemi dopo vent’anni non sono stati risolti, anzi. Solo che in proporzione se ne parla di meno, sono passati di moda.
L’esperimento di Riace non pensiamo sia la soluzione di tutti i problemi, l’immigrazione non è un tema semplice da affrontare, è complicato sotto vari punti di vita. Ma lì è stato fatto un tentativo di affrontarlo senza mettere la testa sotto la sabbia, in un modo utile per tutti. Trovavano lavoro, in un paese svuotato da tempo che è stato ripopolato anche dagli immigrati, circa una settantina di italiani, di calabresi, che contribuivano al settore sanitario, alla scuola, ai servizi di assistenza sociale, all’insegnamento della lingua. Pur con tutte le difficoltà del caso, a Riace si è creato un insieme di circostanze per le quali il beneficio veniva tratto da tutti, dagli immigrati e dai locali.
I problemi c’erano, chiaro, e ci sarà stata anche qualche ingenuità amministrativa, ma sembrano davvero molto evidenti la strumentalizzazione e l’accanimento che ci sono stati.

Prima parlavi di quello che l’artista può fare… Sembra che oggi si stia abbandonando quell’agire di buonsenso e quell’impegno, quel prendere una posizione che, anche se non politicizzata, va a influire sulle persone che l’ascoltano ed ha una visibilità. È così?

È una sensazione che ho anche io, non so bene spiegarmela, ma c’è una cosa sulla quale ho riflettuto qualche mese fa: noi siamo un po’ figli del ‘68, non in senso anagrafico, ma culturalmente. Io sono nato nel ‘66 e tutto un movimento che conosciamo bene, quello del’68, e quindi anche la rivoluzione sessuale, peace&love, il mettere il fiore al posto dei cannoni, Il Ragazzo della via Gluck e una serie di canzoni che si sono tradotte nella musica degli anni Settanta, di informazioni culturali che da lì sono state portate avanti per parecchi anni, le abbiamo date per scontate perché siamo nati in mezzo a quel fermento, perlomeno nell’ambito della cultura alternativa.
Le persone che sono nate dopo non hanno vissuto questa cosa. Per loro è storia, proprio roba vecchia. Mi fa strano parlare con qualcuno e nominando i Led Zeppelin sentirmi dire “Ah sì, li ho già sentiti nominare”. Mi fa strano ma è così; e come musicalmente hanno solo “sentito nominare” i Led Zeppelin, anche una serie di informazioni culturali che derivano dalle battaglie di quegli anni lì: la parità dei sessi, l’uguaglianza tra i popoli, cose che per noi sembravano acquisite e scontate, non lo sono, sono frutti di battaglie anche cruente e delle quali si è persa la memoria. Non le ribadiamo più perché ci sembrano scontate, ma in realtà non lo sono, bisogna ricordarle.

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Per quanto riguarda il concetto di libertà, com’è cambiato (anche sulla base della vostra esperienza di band) il senso di libertà e il margine di libertà di espressione, artistica, che avete?

Forse siamo un caso anomalo, ma noi ci siamo sentiti sempre molto liberi, probabilmente perché quando abbiamo iniziato eravamo sotto un’etichetta indipendente con la quale sia umanamente che artisticamente eravamo in sintonia – stiamo parlando del Consorzio Suonatori Indipendenti – e c’era la voglia di essere liberi tutti insieme. Facevamo la nostra musica, che per fortuna al pubblico è piaciuta, quindi man mano che siamo cresciuti chi ci seguiva ci ha lasciato fare. Anche quando siamo approdati a una major, la Virgin, perché la nostra etichetta indipendente non poteva più andare avanti, ecco, anche in quel momento ci è stata lasciata carta bianca.
Ci siamo sempre sentiti piuttosto liberi, liberi di far bene e di sbagliare.

Qual è un consiglio ti sentiresti di dare a un teenager che inizia a suonare e vorrebbe essere come voi? O quale sarebbe il consiglio che daresti al te teenager?

(n.d.r. ride) Innanzitutto gli direi che la musica fa bene allo spirito e se si sente ispirato di farla comunque, senza pensare troppo al successo e ai soldi, godendosi il piacere, la soddisfazione e lo sfogo che danno suonare, scrivere e interpretare. Gli direi di non rovinare questo processo anche se poi il successo non dovesse arrivare.
Riuscire a farne un lavoro non è facile, quindi le probabilità che succeda sono basse, ma suonare è sempre bello comunque.

Quando ti sei reso conto che la musica sarebbe stato il tuo lavoro?

Abbiamo fatto cinque anni di gavetta, abbiamo iniziato a suonare insieme come Marlene Kuntz nel 1989 e Catartica è uscito nel 1994; cinque anni di sala prove e concertini in birreria dove il cachet era un hot dog o un hamburger ce li siamo fatti tutti.
Dopo i primi concerti che sono seguiti alla pubblicazione di Il Vile, abbiamo visto che, nonostante il secondo album fosse complicato rispetto al primo, le persone venivano a vederci sempre più numerose, e lì ci siamo accorti che stava succedendo qualcosa. Diciamo che per renderci conto di quanto stava per accadere ci sono voluti altri due/tre anni dopo l’uscita di Catartica.

Non so se tu segua la scena musicale attuale, ma c’è qualcuno che ti ricorda i Marlene Kuntz o che comunque ti piace?

Qualcuno che mi ricordi i Marlene Kuntz direi di no, forse anche perché il nostro genere musicale, il rock noise, non va tanto di moda, e i nuovi gruppi tendono a fare o qualcosa più di moda o differente.
Sicuramente di gruppi bravi nuovi ce ne sono, penso per esempio ai Life In The Woods. Sono giovanissimi, hanno aperto il nostro concerto di Roma e apriranno quello di Milano: sono in tre, cantano in inglese e hanno qualcosa un po’ anni Settanta, quindi molto fuori moda, ma è per questo forse che mi piacciono tanto.

Ultima domanda: come scegliete le scalette dei vostri concerti?

Se escludiamo questo tour (che ha una scaletta particolare), in generale se è uscito da poco un disco nuovo, questo si prende metà scaletta, e per l’altra metà scegliamo i brani dal nostro repertorio, cercando di mettere almeno un pezzo da ogni album della nostra carriera, toccando tutto il percorso, selezionando almeno uno o due tra i dischi più vecchi e cercando di cambiarli. Tenendo però sempre tre o quattro pezzi che il nostro pubblico si aspetta e noi siamo contenti di suonare, come Nuotando Nell’Aria o Sonica.

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