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Essere donne e fare cinema: intervista a Le Bestevem
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Essere donne e fare cinema: intervista a Le Bestevem

Redazione

L’ambiente cinematografico è spesso considerato poco accessibile alle donne, che sono una minoranza rispetto alla controparte maschile e fanno più fatica a raggiungere posizioni di rilievo. Questa sensazione diffusa viene purtroppo confermata dalle ricerche svolte sul sessismo all’interno dell’industria cinematografica: sia lo studio promosso dall’attrice Gene Davis e coadiuvato dall’agenzia UN Women, sia le ricerche condotte dalla dottoressa Martha Lauzen per il “Center for the Study of Women in Television and Film” dell’Università di San Diego evidenziano una svalutazione delle figure femminili all’interno dell’ambito del film-making. Le statistiche ci rivelano che, su un campione di 250 film, solo il 7% è diretto da donne, solo il 13% è sceneggiato da donne, solo il 17% è montato o prodotto da donne. Fare cinema sembrerebbe quindi ancora un’attività ad appannaggio maschile.

Per fortuna, i buoni esempi per cercare di invertire questa tendenza non mancano, come ci testimoniano Le Bestevem, associazione culturale composta da sole donne che opera nel settore artistico e audiovisivo. Le socie fondatrici sono Eva (cantautrice e produttrice), Ester (architetta e scenografa) e Tania (produttrice e autrice), tre donne imprenditrici e creative che insieme si impegnano a ricercare nuovi modelli di ideazione, produzione e distribuzione, creando spazi e opportunità per tanti giovani. A cominciare da due grandi progetti: “The 48 Hour Film Project” e “La 72esima ora“.

Si è appena conclusa a Roma la tredicesima edizione del concorso internazionale di cui Le Bestevem sono referenti e organizzatrici per l’Italia: “The 48 Hour Film Project“, un contest cinematografico che prevede la realizzazione di un cortometraggio in sole quarantotto ore. La manifestazione coinvolge più di 140 città e Roma è l’unica tappa italiana. Dal 18 al 20 ottobre centinaia di film-makers i sono riversati nella Capitale per partecipare a questa sfida, dopo aver sorteggiato un genere e ricevuto alcune linee guida dalle organizzatrici (ogni anno infatti, oltre al genere, vengono assegnati un personaggio, un oggetto di scena e una frase da inserire all’interno del corto). Quest’ultima edizione ha visto un totale di 47 cortometraggi in gara, tutti presentati al pubblico nel corso di tre giornate di proiezioni appena terminate. La cerimonia di premiazione si terrà il 2 novembre, e il film vincitore avrà la possibilità di gareggiare contro cortometraggi provenienti da tutto il mondo al “Filmpalooza 2020”, concorrendo per il premio finale e per la possibilità di prender parte alla sezione Short Film Corner del Festival di Cannes 2020.

Abbiamo parlato con Le Bestevem dell’associazione, di cultura e arte, dei loro progetti e di cosa significhi “essere una donna e fare cinema” nel settore audiovisivo contemporaneo.

Ci raccontate come vi siete conosciute e quando e come è nata l’idea di Le Bestevem?

Ci siamo conosciute in momenti diversi e situazioni diverse, ma adesso che ci fate pensare il comune denominatore è stato Eva Basteiro-Bertolí. Le Bestevem poi sono nate in una cena tra donne proprio a casa sua. Gli interessi in comune hanno fatto sì che venisse alla luce l’idea di creare un gruppo di lavoro al femminile; anche perché abbiamo una visione del mondo e del lavoro molto simile. E poi ci divertiamo tantissimo insieme, ed è uno degli elementi più importanti.

Per quanto in forme diverse, provenite tutte dal mondo dell’arte. Cos’è per voi l’arte e cosa accomuna le vostre esperienze?

Amiamo creare, sotto ogni forma e colore: nel cinema (siamo chiaramente tutte amanti della settima arte) ma anche nella musica, nel design, nel mondo della grafica o della comunicazione.

Cos’è e quando è nato il progetto 48H?

È nato vent’anni fa negli Stati Uniti, come un concorso dove chi partecipa deve scrivere, girare e postprodurre un corto in (appunto) 48 ore. Le squadre iscritte sanno solo all’ultimo minuto gli elementi obbligatori da inserire nei corti ed estraggono il genere a sorteggio. In seguito il vincitore di ogni città partecipante (che oramai sono 140) si confronta con corti di tutto il mondo nella finale globale. Noi gestiamo la versione italiana che si tiene a Roma. Abbiamo appena terminato la proiezione dei film e la giuria quest’anno è pazzesca, con nomi come Luca Bigazzi (direttore della fotografia per The Young Pope, This Must be the place, Romanzo Criminale); Nicola Guaglianone (sceneggiatore di Lo chiamavano Jeeg Robot, Suburra, e David di Donatello per Indivisibili); Stefano Maria Ortolani (scenografo del film di Wes Anderson The Life Acquatic with Steve Zissou, e ora del nuovo The Pope). Sabato 2 novembre verranno premiati i vincitori!

A cosa si deve la scelta di un format simile, caratterizzato da tempi ridotti e regole ferree? Credete possa essere uno stimolo per tirare fuori la vera creatività?

Secondo noi, i limiti imposti e quell’adrenalina da sfida riescono a stimolare al massimo la creatività e ad aiutare a far emergere tante cose interessanti (forse contribuisce anche la mancanza di sonno!). Ma soprattutto questo è un ottimo allenamento per un mestiere che si fa quasi sempre sotto pressione, sia per cause economiche che di tempo.

Grazie a 48H e a La 72esima ora, date un’opportunità agli aspiranti film-maker: avete mai pensato che dare spazio ai più giovani potrebbe in qualche modo offuscare le vostre carriere?

Ci state dando delle vecchie? (n.d.r. ridono) Assolutamente no! Anzi, è successo più di una volta di collaborare in altri progetti insieme. Il nostro obiettivo è quello di creare sinergia per aiutarli ad avvicinarsi a questo mondo.

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Chi è stata per voi una figura di supporto, nella vostra crescita personale e professionale?

Veramente tutti e nessuno, alla fine quello che abbiamo fatto fin dall’inizio è stato supportarci tra di noi.

Nelle vostre esperienze individuali e da quando avete fondato Le Bestevem, avete mai subito discriminazioni di genere in ambito professionale? Vi è mai capitato di non essere prese sul serio sul lavoro in quanto donne?

Se dobbiamo rispondere per tutte e tre, diciamo che in generale non ci è mai capitato nulla di grave, a parte l’essere trattate con leggerezza perché donne o perché “piccole” di età. Invece facciamo rispondere a Ester Stigliano:
“Sono architetta e scenografa, nell’ambiente la percentuale di donne è molto bassa e spesso gli uomini sono in difficoltà a essere diretti da una donna. Per fortuna, dopo iniziali problematiche sono sempre riuscita a farmi rispettare per la mia professionalità, a parte un caso specifico. Un paio di anni fa stavo lavorando a un progetto molto importante, nato a seguito di una mia iniziativa. Dopo mesi di lavoro in collaborazione con un noto architetto scenografo, questi ha pensato bene di mettermi sotto scacco cercando di tenermi a bada proponendomi una relazione clandestina. Credo che il motivo del gesto fosse dovuto a una necessità di controllo su di me più che alla passione. Sicuramente lui avrà pensato che mi avrebbe fatto comodo avere una storia con una persona nota e affermata, e il mio rifiuto lo ha sorpreso e fatto arrabbiare moltissimo. Io non sono affatto il tipo di persona che dà adito a questo tipo di pensieri, per cui i suoi (goffissimi) tentativi di approccio mi hanno molto sorpresa. Non solo non ero minimamente interessata a lui come uomo, da nessun punto di vista, ma non sono assolutamente disposta ad accettare questo genere di compromessi per nessun motivo… Figuriamoci per fare carriera. Lui non l’ha presa affatto bene e ha deciso di vendicarsi tagliandomi fuori dal progetto e criticandomi apertamente. Purtroppo in questi casi non c’è modo di rivalersi e dimostrare come siano andate realmente le cose; soprattutto se si è donna e libera professionista, non esistono strumenti per tutelarsi e si tende a nascondere e mettere a tacere, persino la mia famiglia mi ha suggerito di lasciar correre. L’unica cosa positiva è che comunque lui non è riuscito a portare avanti il progetto da solo.”
Ogni caso comunque è diverso e va analizzato. In questo clima di terrorismo psicologico c’è molto allarmismo e molti uomini sono terrorizzati dall’idea di essere accusati di violenza per una parola male interpretata. Il fatto che non ci sia serenità non è sicuramente indice di disparità ma anche di lotta che si sta facendo per combatterla.

Negli ultimi anni, l’ambiente cinematografico è stato travolto da scandali di molestie e violenze sessuali, messe in atto principalmente da uomini di potere. A farne le spese però purtroppo sono state soprattutto le vittime, accusate di aver costruito una carriera su quelle molestie. Cosa ne pensate? Cosa rispondereste a queste accuse?

Puntare il dito su certe situazioni diffuse è un bene. È una realtà che purtroppo esiste da secoli. Per quanto riguarda le vittime, ogni caso va studiato separatamente, perché non sono un numero, né tantomeno si possono mettere tutte nello stesso ‘calderone’. Nel caso concreto del mondo del cinema, sono state accusate di aver accettato in primis situazioni fuori dalla regola e quindi di essersi messe in rischio di forma consenziente. Come facciamo a giudicare senza conoscere le loro storie? Non tutte sanno come funziona questa industria, non tutte hanno le armi o gli strumenti per difendersi in una situazione del genere. E poi, non tutte abbiamo lo stesso carattere: una situazione che può mettere fortemente a disagio una persona, per un’altra può essere un episodio sgradevole e basta, perché ha un vissuto diverso. (Non stiamo ovviamente parlando qui di violenze sessuali o reati perseguibili chiaramente dalla legge) L’abuso di potere, però, va sempre condannato. Senza nessun tipo di scusante. Dovremmo capire come fare per poter denunciare questi casi con più facilità. Poi ci dovrebbe far riflettere molto il fatto che l’Italia è uno dei pochi Paesi in qui le vittime sono state accusate e vilipendiate. Questo “effetto boomerang” parla chiaro di quello che la società italiana pensa: una società ancora fortemente maschilista, e tante volte da parte delle donne stesse.
Non essendo amanti degli estremismi, pensiamo anche che esagerare non sia un bene. Non può diventare una caccia alle streghe indiscriminata e alla cieca, perché si rischia di passare all’estremo opposto. Non possiamo terrorizzare le persone, convincendole che una frase poco fortunata o uno sguardo di troppo bastino per urlare alla molestia. Non diventiamo moralisti insomma, rinunciando al piacere di essere scandalizzate nella giusta misura (citando Pasolini).
La storia ci parla…l’Inquisizione era nata per insegnare, condurre e “lottare” contro l’eterodossia, per poi diventare uno strumento di morte e di fanatismo irrazionale.
Siamo più intelligenti di questo. Lottiamo per la parità, ma anche per il diritto ad essere diversi! Non vogliamo essere trattate come uomini, perché siamo donne.

Quali consigli vi sentite di dare alle giovani film-maker che vogliono entrare in un settore ancora così fortemente maschile come quello del cinema?

Di fregarsene, preparasi al massimo e andare avanti per la loro strada con confidenza nelle proprie capacità, perché la sicurezza in noi stesse paga sempre, anche se a volte può sembrare il contrario. C’è tanta strada da fare, ma per fortuna il cammino è stato spianato da grandi donne prima della nostra generazione. Non sprechiamo la loro fatica!

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