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Come dare valore al tempo: intervista a Oana
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Come dare valore al tempo: intervista a Oana

Valeria Lucia Passoni

Ha chiuso il 2020 con il singolo “Dentro o Fuori” e dato il benvenuto al 2021 con il nuovo brano “Stai con me!” e il suo EP di esordio. Classe 1992, un rispetto reverenziale per la musica, con i suoi studi classici e al conservatorio, Oana si candida a essere tra ə artistə emergenti più interessanti nel panorama pop indipendente.

Le abbiamo fatto qualche domanda per scoprire qualcosa in più su di lei e per approfondire la sua musica.

Oana, per presentarti: qual è il brano che ti fa ballare da sempre? E quello che cura i tuoi tormenti nei momenti di oscurità?

Sicuramente quando parte “The Salmon Dance” dei Chemical Brothers, volo via, ma anche “Giorgio by Moroder”, insomma non saprei scegliere. A curarmi le ferite invece “Peace Piece” di Bill Evans.

Dici che credi “nell’arte come strumento essenziale per la liberazione dalle forme ripetitive del quotidiano”: quali sono queste forme dalle quali è secondo te necessario purificarsi? Cosa salvi del “tutti i giorni” che tuttə viviamo?

Che bella domanda! Mark Renton in Trainspotting lo spiega bene: “Scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxi televisore del cazzo (…)” . Sono queste le forme del quotidiano, poco spazio per la poesia e per il romanticismo. Ribellarsi o conformarsi? La verità sta sempre in mezzo. Dare valore al tempo. Quindi io salvo il tempo speso per crescere, per stare bene, per allungarsi verso la migliore versione di sé. Due parole con uno sconosciuto possono aprirci orizzonti, un viaggio, attività fisica e cose così, insomma cose che al momento sono vietate… LOL

Scegliendo tre aggettivi, quali vorresti si usassero per definire la tua musica? Su Spotify cliccando sul profilo di unə artista o di una band c’è la possibilità di scegliere l’opzione “Artisti simili”: ci fai un paio di nomi, uno nel panorama internazionale e uno per quello italiano, di artistə cui ti senti “simile”?

Svincolata, confortante, emozionante. Più che simile, sicuramente ispirata, direi Venerus in Italia e James Blake a livello internazionale.

Nel tuo singolo uscito lo scorso dicembre, si parla di maschere e di miglioramento di sé e della visione di se stessi. Quali sono le maschere che hai imparato nel tempo a non indossare? E quali sono gli atteggiamenti intelligenti che crescendo hai iniziato ad adottare?

Temo di non aver ancora disimparato a usare maschere, davvero, nessuno disimpara mai: siamo condizionatə dall’educazione, dalle convenzioni sociali, eccetera. Saremmo come animali se ce ne liberassimo completamente. Diventano naturali, ci appartengono. Però appunto crescendo ho imparato che ci sono persone e situazioni nelle quali invece è possibile spogliarsene momentaneamente.

“Dentro e Fuori” ha anticipato “I Fiori del Male”, il tuo EP uscito il 9 febbraio, e il salto con la mente all’opera di Baudelaire è inevitabile: cosa rappresenta per te? Musicalmente e a livello di testi, cosa propone? Quali sono le influenze musicali, letterarie, extra artistiche per esempio esperienze personali, che incidono sulla tua musica?

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I “Fiori del Male” è il nome di uno dei brani del disco, per me il momento più importante. Sinceramente non ricordo come è nato, non ricordo quando l’ho steso: è stata credo una specie di allucinazione. Così tutto il disco (parlo dei testi). E no, non voglio confrontarmi con Baudelaire, sarei presuntuosa e fuori luogo. Voglio solo onorare alcuni sentimenti, ricordare che fanno parte di noi, che dobbiamo accettarli, ed è difficile in un momento storico che ci vuole perfettə e sorridenti, ah l’eterna ricerca della felicità, c’è sempre meno spazio per tutti gli altri sentimenti. Ci sentiamo in colpa per essere tristi, ci sentiamo diversə e quindi diventiamo sempre più tristi. Musicalmente invece non so come spiegarmi… Sono, come tuttə, il prodotto di tutte le cose che mi piacciono e le cose che mi piacciono sono davvero tante. Volete esempi? Dalla bossa nova alla musica popolare balcanica, dal jazz alla trap passando per Satie, Kanye West, Debussy e Moses Sumney (cerco un centro di gravità permanenteee).

Quali plus ti hanno lasciato i tuoi studi classici e al conservatorio?

Decisamente l’amore per il superfluo, l’attenzione ai dettagli. Sembra una supercazzola, ma il valore sta lì, nel superfluo, a differenziarci dalle bestie e dalle macchine.

Quali sono gli step che affronterai nei prossimi mesi? Qual è stato invece il momento più difficile di questo tuo percorso che ti ha portata a esordire col tuo primo singolo? E il momento più bello?

Il 15 gennaio è uscito il secondo brano: “Stai con me!”, altra piccola gemma che amo da morire, e abbiamo lavorato al video e al disco, uscito il 9 febbraio. Continuerò a scrivere musica, anche strumentale e spero come tuttə di suonare dal vivo. Il momento più difficile? I momenti più difficili… Direi ogni volta che perdo la fiducia, ogni volta che scrivo cose che poi mi fanno schifo, ogni volta che non riesco a scrivere e mi dico di non avere talento. I momenti più belli ovviamente quando finalmente scrivo cose belle, riuscire a scrivere qualcosa che poi riascolto con emozione è veramente una sensazione di gioia infinita, di estasi, almeno per me…

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