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Di amore, scrittura e diritti con il cantautore Roberto Casalino

Di amore, scrittura e diritti con il cantautore Roberto Casalino

Roberto Casalino è un cantautore che scrive canzoni per sé e per artisti molto amati quali Giusy Ferreri, Emma Marrone, Annalisa, Francesca Michielin, Alessandra Amoroso e Noemi.

Ha collaborato Tiziano Ferro, Elisa Toffoli e Antonello Venditti, oltre alle canzoni con artisti della scena rap italiana come Guè Pequeno e Fedez.

Ha partecipato come autore a nove edizioni del Festival di Sanremo, è stato nel cast degli Autori del talent “Amici di Maria De Filippi”, ha pubblicato quattro album e fondato Casakiller Srl, società editoriale che ha, tra i tanti obiettivi, quello di dar voce a nuovi autori e cantautori.

Nei suoi live in giro per l’Italia, ripropone insieme alla sua band alcuni brani tratti dai suoi album solista e soprattutto i suoi più grandi successi da autore, presentati con una personale interpretazione di colui che li ha “messi al mondo”.

In occasione del suo ultimo singolo, “Un Giorno Tre Autunni”, intimo ed introspettivo flusso di coscienza dedicato a una persona speciale che racconta la consapevolezza di stare bene anche nell’assenza e la mancanza dell’altro, quando il legame è talmente forte da riempire ogni spazio fisico e mentale, abbiamo fatto con Roberto una chiacchierata sull’amore, sulla musica e sui diritti civili.

Cosa significa per te scrivere?

Scrivere è un po’ una seduta di psicoterapia, quasi mai ragiono su quanto sto scrivendo, come quando sei in seduta e cominci a parlare.
Tante volte rileggo quello che scrivo, altre scrivo per rendermi conto che sto dicendo cose importanti; scrivendo, spesso anticipo i tempi di un avvenimento: cuore e pancia sanno cose che non siamo capaci di ammettere, scrivere significa trovare una soluzione a quei moniti. Non sono un veggente, solo, ascolto ciò che provo.
Presi dalla fretta di ogni giorno a volte non prestiamo attenzione a ciò che sentiamo e ci accade, alle nostre sensazioni: prima prendevo appunti su un taccuino ora sull’Iphone.

Nel tuo ultimo lavoro canti di amore ma anche di indipendenza…

…sì esatto, ho avuto diverse relazioni, mi sono innamorato diverse volte e col senno di poi erano amori sporcati da abitudini malsane, come la dipendenza emotiva o il far dipendere da altri la propria felicità.
Nel momento in cui le persone si uniscono e si mantengono indipendenti, rendendosi conto che possono farcela da soli ed al contempo con l’altra persona tutto è migliore, è una conquista.
Bisogna imparare a stare da soli, al fatto che quando ci si unisce a qualcuno si aggiunge, non si toglie: io ho capito col tempo questo concetto, mi ha aiutato la pandemia quando ho dovuto come tutti affrontare una situazione di distanzia dalla persona con cui stavo.
Non penso ci si unisca per salvare qualcun altro, se succede si finisce col cadere in basso: è necessario avere una stabilità per potersi dare il meglio l’un con l’altro.

…molto spesso questo concetto viene confuso con l’egoismo

Penso ci sia una grande forma di altruismo quando permetti all’altro di esprimersi, essere indipendente ed esprimere tutte le sue sfaccettature, senza imporre la propria visione di vita e di relazione, di coppia.
Poi è chiaro che bisogna incastrarsi e scendere a compromessi, ma se si parte dal concetto di libertà e indipendenza, il compromesso è un naturale venirsi incontro.

Musica e machismo: è un fenomeno che esiste ancora?

Bella domanda, non mi è stata mai fatta!
Non mi sono mai posto il problema di comportarmi da macho, sarei goffo e poco credibile, ma il macho che intendo io è quello che vende il fumo e a volte nell’ambiente musicale attraverso i social vediamo tanta gente che per un niente riesce a farsi passare come un dio sceso in terra.

Questa cosa è frutto di un’insicurezza di base e un po’ di arroganza ed appartiene più agli uomini che alle donne, socialmente viste spesso come quelle che devono volare basso. Io però così non riesco a comportarmi.
Spesso sono stato e mi sono rimproverato di minimizzare le cose che faccio, ma caratterialmente non riesco a pavoneggiarmi, ammiro a volte chi anche dietro le quinte riesce a essere sicuro di sé, nonostante io abbia imparato col tempo che quella sicurezza spesso non è vera e nasconde tante fragilità che però non voglio nascondere: non è un post o un video sui social che mi rendono più interessante o che fanno sì che la mia musica sia più appetibile.

Sono cresciuto in un periodo in cui non esisteva tutta questa esposizione a livello social; sì, c’erano Facebook e MySpace, ma non era così…

…non c’era la forza mediatica di oggi…

Esatto, una potenza che può creare dei mostri quanto diventare mezzo di divulgazione della propria arte. Spesso oggi si tende a nascondere le debolezze, la tristezza, ostentando felicità e condizioni da invidiare, situazioni e contesti in cui tutto va bene.
Nella mia vita sto cercando di dare il giusto peso e priorità a ciò che vivo: rispondiamo solo a noi stessi e mi sento responsabile di ciò che comunico sia con le canzoni che al di fuori della mia arte, quindi non c’è niente di male a esternare la tristezza o farsi vedere fragili. Non voglio nascondere i sentimenti negativi, non voglio fingere, e credo che la tristezza non vada allontanata ma vissuta, metabolizzata.
Al contempo non amo la spettacolarizzazione del dolore.

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Siamo solo noi a combattere queste dinamiche che i social propongono,  partendo dalla capacità di togliere il follow, quel famoso “abbiamo il telecomando, possiamo spegnere la tv”…

…esattamente

…ma è difficile non apparire, non esserci; al giorno d’oggi è una tara.

Ma puoi scegliere tu come apparire: tutto dipende sempre da come comunichi!

Oggi i diritti civili sono un argomento abbastanza “alla moda”. Nell’arte, nella musica, esiste davvero un impegno consapevole reale o siamo davanti a una facciata, a un dovere di parlarne per il famoso algoritmo?

C’è sicuramente una maggiore sensibilizzazione e il fatto che se ne parli è buono.
La questione dei diritti civili è stata nel tempo usata in programmi politici, un mezzo per raggiungere altri fini, ma penso sempre che a parlare alla fine dei conti siano i fatti.
Finché un artista o comunque una persona influente si occupa di diritti civili e lo fa conoscendo bene le cose, per me va bene, ma poi voglio vedere i fatti.

Oggi, esponendosi, una persona manda un messaggio forte a chi la ascolta, e mettendoci la faccia si può aiutare qualcun altro ad essere se stessi, chi è in condizioni non privilegiate e che vive situazioni di oppressione.
È importante che passi questo messaggio di utilità, tanto quello di sottolineare che è ingiusto giudicare la vita altrui senza dare agli altri la possibilità di godere dei medesimi diritti che si hanno.
Usare la propria posizione per guadagnare attenzione permette di formare un’opinione: chi ha l’algoritmo a proprio favore, fornendo le informazioni, al di là del proprio schieramento politico, consente agli altri di crescere.
Si è fatto tanto e si può fare ancora molto, senza nascondersi ma, come dicevo, esponendosi.

Un esempio è Tiziano Ferro, mio migliore amico dal 1993: con lui ho vissuto le difficoltà e le paure che ha provato quando ha comunicato all’esterno ciò che realmente è, gestendo tutto lui, padrone di della sua comunicazione, raccontandosi con un messaggio chiaro: Tiziano non ha perso fan ma li ha guadagnati per la sua autenticità.
Io stesso, quando mi sono aperto in famiglia, non ho più avuto paura di parlarne all’esterno: chi vuole esserci ci sarà e chi non vuole non ci sarà.

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