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Il colore viola: una storia di riscatto
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Il colore viola: una storia di riscatto

Redazione

Articolo di Alice Picco

Avete presente quando senza riserve e senza filtri dite “aaah, questo è un capolavoro”? Ecco, se non l’avete ancora visto/letto sappiate che è quello che succederà quando guarderete/leggerete Il colore viola.
Perché sì, anche se è abbastanza sconosciuto – nonostante abbia vinto il Premio Pulitzer per la Narrativa -, esiste un libro bellissimo che porta questo titolo da cui poi è stato tratto un film altrettanto bello e ve ne voglio parlare. Però – e poi non dite che non vi avevo avvertito – dovrò per forza di cose SPOILERARE il finale, quindi insomma fermatevi qui se non avete idea di quello di cui sto parlando, recuperatevi il libro o il film (o, meglio ancora, entrambi) e poi ricominciate a leggere.

Prima di iniziare a parlarvi della trama e dei motivi per cui è impossibile non amare questo capolavoro (credo che questa parola sarà presente in più o meno ogni riga dell’articolo), vorrei presentarvi a grandi linee l’autrice, perché è proprio dalla sua vita e dalla sua esperienza personale che viene tratta la maggior parte degli argomenti presenti nel romanzo.
Alice Walker nasce a Eatonton, in Georgia, nel 1944 e per tutta la sua infanzia e prima giovinezza si trova a dover affrontare la principale discriminazione dei tempi negli stati del Sud: la discriminazione razziale. I genitori, lavoratori a giornata nelle grandi tenute dei proprietari terrieri bianchi, devono sottostare alle Leggi Jim Crow, emanate nel 1876 ed abrogate solo nel 1965, le quali di fatto contribuiscono a creare e mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, istituendo uno status di “separate but equal” non solo per i neri americani, ma anche per i membri di altri gruppi razziali diversi dai bianchi. La madre della Walker si scontra continuamente con i proprietari terrieri per cui lavora, i quali danno per scontato che i figli di mezzadri neri andranno a lavorare nei campi il più presto possibile.
Nonostante questo, e grazie agli sforzi della madre, la Walker viene iscritta a scuola e inizia il suo percorso di istruzione, che continuerà, nonostante gli ovvi ostacoli, fino alla laurea al Sarah Lawrence College di New York nel 1965.
È proprio negli anni dell’università che l’autrice inizia ad interessarsi al movimento per i diritti civili e porta avanti il suo attivismo anche una volta ritornata al Sud, dove si inserisce nella campagna per i diritti e per i programmi per i bambini in Mississippi. La grande spinta verso l’attivismo le viene data dall’incontro, all’inizio degli anni ‘60, con Martin Luther King e da quel momento la lotta della Walker continua praticamente ininterrotta, anche durante gli anni di matrimonio con Mel Leventhal, avvocato ebreo di diritto civile, con il quale forma “la prima coppia di diversa discendenza legalmente sposata nel Mississippi”.

Nel 2005, alla vigilia della guerra in Iraq, la Walker viene arrestata insieme ad un’altra ventina di persone per aver attraversato una linea di polizia durante una protesta contro la guerra di fronte alla Casa Bianca. Nel 2008 l’autrice scrive una lettera aperta al Presidente degli Stati Uniti rivolgendosi a lui come “fratello Obama” e nel 2009 si reca a Gaza con altre 60 donne appartenenti al gruppo antimilitare Code Pink per portare aiuti e incontrare gli abitanti del luogo, con lo scopo di persuadere Egitto ed Israele ad aprire i loro confini a Gaza.
Ecco, questa è l’autrice del capolavoro (sì, di nuovo) in questione.

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Bene, ora possiamo passare al romanzo e conseguentemente al film.
Il colore viola, pubblicato nel 1982 ed edito in Italia nel 1984, narra le vicissitudini di Celie, interpretata da una magistrale Whoopi Goldberg, una donna afroamericana nel Sud degli Stati Uniti durante la prima meta del ‘900: la vicenda ha inizio nell’inverno del 1909 e si conclude nell’autunno del 1937. La storia viene raccontata attraverso le lettere che la protagonista scrive in un primo tempo a Dio, poi alla sorella Nettie, da cui era stata separata anni prima e che credeva sparita nel nulla.

I personaggi rappresentati sono molti e variegati, e presentandoli vorrei impastare la loro descrizione con il racconto della trama del libro, quindi – di nuovo – attenzione agli spoiler.
La protagonista è, appunto, Celie, che all’inizio del romanzo ha 14 anni e viene subito presentata come la donna che subisce: dopo essere stata ripetutamente violentata dal padre, dà alla luce due figli che ovviamente le vengono subito portati via. È Nettie, sua sorella minore, che cerca di farla reagire, dicendole continuamente che non deve abbattersi ma continuare a lottare, ma Celie, che ha imparato a tenere nascosti i propri sentimenti e le proprie capacità persino a se stessa, ribatte: “Io non sono capace di lottare. Sono capace solo di sopravvivere”.
Questo pensiero accompagnerà Celie per buona parte della sua vita, soprattutto quando, una volta passata dalle mani del padre a quelle di Mr. (che nel romanzo non viene nominato in altro modo ma nel film si chiama Albert), si convince che l’unico modo che ha per sopravvivere è subire e non ribellarsi mai, mentre diventa la moglie di un uomo che l’ha sposata solamente per avere una serva, qualcuno che tenga pulita la casa e badi ai figli avuti dal matrimonio precedente. Albert è un uomo sostanzialmente molto debole, che sfoga le proprie frustrazioni su chi non è in grado di tenergli testa. Tra queste persone c’è ovviamente Celie, ma anche Nettie, che solo per un breve periodo riesce a ricongiungersi con la sorella, da cui poi viene nuovamente separata in maniera piuttosto brutale (davvero, nel film questa scena è proprio straziante).
Tuttavia, la sorte di Nettie si rivela decisamente migliore rispetto a quella della sorella: ha la fortuna di essere accolta da persone caritatevoli (che in seguito si scopriranno essere i genitori adottivi dei figli che Celie ha avuto con il padre) che la coinvolgono in un’impresa molto ambiziosa: un viaggio in Africa con un programma di evangelizzazione ed istruzione per le tribù più arretrate. In una lettera inviata a Celie, Nettie racconta la propria quotidianità presso la tribù degli Olinka ed esprime alcune sue perplessità, che fanno parte sì della cultura tribale ma richiamano molto da vicino la situazione della sorella: “Gli Olinka non credono nell’istruzione per le bambine. Ho chiesto a una madre perché mai la pensasse a questo modo e lei mi ha risposto, Una ragazza non è niente; solo con suo marito può diventare qualcuno. E che cosa può diventare? le ho chiesto. Ma come, ha detto lei, la madre dei suoi figli. Ma io non sono la madre dei figli di nessuno, ho detto io, eppure sono qualcosa. Tu non sei molto, mi ha risposto. Sei la serva del missionario”. Di tutto questo, però, Celie non sa nulla: le lettere che Nettie le manda vengono sempre prontamente nascoste da Albert; solo nella parte finale del romanzo la protagonista le trova e viene finalmente a conoscenza del fatto che sua sorella non solo è viva, ma sta anche bene.

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I due personaggi che più attivamente aiutano Celie a non cedere ai soprusi del marito sono due donne: Shug Avery, amante del marito di Celie, e Sofia Butler, moglie di Harpo, figlio di Albert.
Shug, cantante e show girl di Memphis, è sfrontata ed insofferente alle opinioni degli altri, osa sfidare tutte le convenzioni, caratteristiche che Celie le invidia molto. È grazie a lei che Celie riesce a prendere con più ironia la triste sorte che la vita le ha riservato; è grazie a Shug che Celie non molla, benché in lei rimanga molto radicata la concezione di donna come oggetto e proprietà, almeno fino ad un certo punto.
Anche Sofia, pur appartenendo ad una classe sociale inferiore rispetto a Shug e nonostante le infinite vicissitudini che l’hanno portata prima in carcere, dove è stata sistematicamente malmenata, e poi a servizio in casa del sindaco, dove viene trattata al pari di una schiava, nonostante questo, appunto, è caratterizzata da un’incrollabile forza di volontà, che cerca di trasmettere a Celie con i suoi modi un po’ burberi ma efficaci.

Avvicinandoci alla conclusione del romanzo (e del film) possiamo notare un evidente cambiamento in Celie: finalmente, dopo una vita di soprusi e torture psicologiche, riesce ad affermarsi come essere umano, ancora prima che come donna. Durante un pranzo “in famiglia” Celie esterna tutta la sua rabbia, che nasconde un enorme dolore: annuncia ad Albert che partirà per Memphis insieme a Shug e che con loro andrà anche Sofia.

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C’è che tu sei un vigliacco, ecco cosa c’è. E così ti lascio, me ne vado, vado a conoscere il resto del mondo. […] Io ho due figli: sono stati allevati in Africa e sono venuti su un sacco meglio di quei poveri disgraziati che non ti sei nemmeno preso la briga di allevare. E voi ragazzi siete sempre stati perfidi con me. La mia vita in casa vostra è stata un inferno. E vostro padre è una merda.”

Ovviamente queste parole non vengono prese nel migliore dei modi da Albert, che anzi continua a sottolineare come Celie non potrà mai fare nulla di positivo nella sua vita perché è “nera, povera, brutta e donna”. Ma ormai la protagonista non si lascia più abbindolare dalle parole dell’uomo che l’ha maltrattata per tutta la vita, afferra le sue valigie e parte per Memphis, dove, dopo essersi rimessa in sesto, apre un’attività di sartoria in cui, ironia della sorte, cuce pantaloni non solo per uomini, ma anche per donne.

Il finale del romanzo è nel segno della speranza e della felicità: non solo Celie viene a conoscenza del fatto che Albert si è pentito di tutto ciò che ha fatto e conduce una vita miserabile proprio a causa della consapevolezza acquisita, ma soprattutto avviene il ricongiungimento con Nettie, che è finalmente tornata dall’Africa insieme ai figli di Celie.

Bene, ora che la trama è stata raccontata a grandi linee (sì, perché succedono un sacco di altre cose interessanti ma non volevo spoilerare proprio tutto tutto), vorrei concludere sottolineando i temi principali che emergono dalla lettura del libro/visione del film.
Beh, ovviamente ciò che salta all’occhio è la discriminazione razziale, tipica degli stati del Sud e che, come abbiamo visto, è parte integrante della vita di Alice Walker. Tuttavia, in questo caso la discriminazione non si limita al colore della pelle, dal momento che praticamente tutti i personaggi maschili, benché neri anch’essi, sono comunque rappresentati come molto forti e potenti. Vediamo, quindi, come sia molto forte anche e soprattutto la discriminazione di genere, che a sua volta porta con sé una buona dose di body shaming.
Tuttavia, quello che più colpisce all’interno della trama è la capacità della protagonista, aiutata in particolar modo da Shug e da Sofia, di elevarsi al di sopra di tutti gli stereotipi che le sono stati affibbiati e iniziare una nuova vita, una vita che non le è stata imposta ma che ha avuto la possibilità di scegliersi, dopo essersela immaginata per molti anni.

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