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Social e attivismo: luci e ombre di un nuovo fenomeno – Parte 2

Social e attivismo: luci e ombre di un nuovo fenomeno – Parte 2

Nella prima parte di questa analisi riguardo il rapporto tra social e attivismo. abbiamo cercato di mettere in luce la complessità dei movimenti per i diritti e l’eterogeneità dei messaggi e delle persone, in un’ottica di continua esigenza di rinnovamento. I movimenti, dicevamo, non sono altro che ciò che è messo in moto dalle energie delle persone che in essi credono. E ogni persona spinge a modo suo, secondo le sue possibilità, con i suoi tempi, in accordo con le sue attuali condizioni.

Pieghe e risvolti

Ecco che alcune persone, magari quelle che meno ci aspettavamo che lo fossero, possono risultare all’avanguardia rispetto ai tempi, precorrendoli o anticipandone i risvolti; altre, invece, che ci sembravano trainanti e illuminanti rispetto alle tematiche trattate, possono restare indietro, superate da eventi e riflessioni più complesse. Tutte le persone, e quindi ovviamente anche quelle che fanno attivismo, vivono un’esistenza che ne condiziona il pensiero, sono inserite in un contesto socio-economico che ne influenza le vedute, hanno dei limiti e delle opportunità, strutturali o contingenti, da cui dipendono le loro riflessioni e, non ultimo, il loro attivismo non esaurisce la loro identità.

Il passato: onta incancellabile o traccia evolutiva?

Perché ribadire tutto questo? Perché troppo spesso i social sono teatro dell’odio e della condanna e, sempre più frequentemente, vittime di ciò sono proprio le persone in cui crediamo e che stimiamo maggiormente: queste vengono considerate alla stregua di figure mitiche, dalla virtù immacolata, lontane dall’errore, in dovere di fugare ogni dubbio sulla loro posizione in merito alle questioni più disparate, impossibilitate a tentennare o vacillare o semplicemente restare in dubbio, insomma iper-responsabilizzate quanto a moralità ed etica e, più in generale, a tutto ciò che le rende umane.

Per evitare che questa dinamica si inneschi, dobbiamo, di volta in volta, mettere in conto che in passato anche queste persone (perché ci sono loro dietro ai profili Instagram e alle pagine che tanto amiamo e non dobbiamo dimenticarlo) potrebbero aver sbagliato, anche di grosso, e che nell’errore, potrebbero di nuovo incorrere. Non sono nate sotto la stella dell’attivismo, non hanno alcun superpotere che le rende, per costituzione, diverse da tutte le altre. Su di loro agiscono le stesse forze che su di noi, operano le stesse dinamiche, spingono le stesse pressioni. Sono più simili a noi di quanto crediamo. E no, non sono necessariamente sempre state come le stimiamo e conosciamo noi. Potremmo quindi incappare in un passato personale, politico e sociale discutibile, o magari in un contenuto, pubblicato su qualche antenato dei social più in voga del momento, contraddittorio rispetto alla posizione attuale, in un commento di gran lunga superato, magari anche offensivo, che stride fortemente con la realtà contemporanea.

Salvo casi estremi, ed è chiaro che qui non stiamo parlando di questi, il loro impegno, la loro credibilità, il loro lavoro non può però essere invalidato da una logica retroattiva di colpevolizzazione. Probabilmente, esattamente come noi all’epoca, non avevano la stessa consapevolezza che hanno ora. Probabilmente non avevano ancora cominciato un percorso di sensibilizzazione e formazione su alcuni temi o più semplicemente riflettevano nel mondo ciò che respiravano attorno a sé. Come abbiamo fatto (e spesso ancora facciamo) tuttǝ. ǝ nostrǝ attivistǝ preferiti avranno indossato magliette frutto della fast-fashion, non avranno preso le distanze da certi preconcetti, avranno fatto battute che oggi riconosciamo come offensive. Questo non le rende meno valide, semmai umane. Sfido chiunque a sostenere di non aver mai, in nessun caso o fase della propria vita, fatto o anche solo pensato affermazioni discriminanti o agito in maniera oppressiva. Siamo tuttǝ figliǝ della stessa cultura. Ciò che dobbiamo chiederci è quindi: senza alcun intento assolutorio o di giustificazione verso errori del passato che hanno offeso o discriminato, cosa conta di più, il percorso intrapreso verso un modo più inclusivo e rispettoso di agire e vivere e l’attuale ruolo di sensibilizzazione e formazione o un errore commesso prima di raggiungere alcune consapevolezze e riconoscere delle storture di sistema?

Un futuro imprevedibile

Dopo esserci postǝ questa domanda, però, dobbiamo anche prendere coscienza che può succedere ancora. Dobbiamo mettere in conto che, come è accaduto in passato, le persone che tanto stimiamo potrebbero sbagliare di nuovo o, più semplicemente, esaurire le forze, aver bisogno di una pausa, staccare dall’urgenza di lottare, non intervenire sempre con il massimo della tempestività. Il fatto che facciano attivismo ora non ci garantisce nulla rispetto al loro futuro, nemmeno quello più prossimo, non le impegna per sempre e non costituisce un’assicurazione a vita sul dovere assoluto di avere ed essere sempre dalla parte della ragione.

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Dobbiamo accettare l’idea che, in quanto esseri umani, potrebbero dire o fare qualcosa di problematico, se non contraddittorio, rispetto al loro intento, non restare al passo, non essere “sul pezzo” in ogni ambito. E questo comunque non sminuirebbe quanto di buono hanno svolto fino a quel momento se, grazie al loro impegno, alcune persone ne avessero tratto beneficio, aiuto, sostegno.

Allora va bene tutto?

No, non stiamo relativizzando tutte le azioni e rendendo giustificabile qualunque comportamento. Bisogna restare sempre vigili e documentarsi continuamente, accrescere ogni giorno la propria consapevolezza, acquisire di volta in volta ulteriori nuovi strumenti per la comprensione e l’interpretazione del mondo. E anche però non abbandonarsi agli idoli, nemmeno quando ci sembrano tali, nemmeno quando si pongono come tali (anzi, a maggior ragione in questi casi…) e considerare giusto e condivisibile i loro pensieri senza però renderli totalizzanti della persona. Proprio perché fallibile come noi, qualora si presenti il caso, occorre anche prendere le distanze, non solo dai contenuti, i messaggi, le posizioni ma anche le modalità, i toni e i mezzi dell’attivista di turno che incappa nell’errore. Chi fa attivismo dovrebbe essere consapevole anche del fatto che l’attivismo richiede una continua evoluzione e che questa può avvenire proprio a seguito di uno sbaglio, magari fatto notare dalla stessa comunità che rappresenta o da altre che ne sono state toccate. A questo proposito forse è bene ricordare che non tutte le persone che credono nella parità tra gli esseri umani sono allo stesso punto del loro cammino di consapevolezza sulla parità stessa. E che, anche se lo fossero, comunque non tutte avrebbero gli stessi strumenti e lo stesso potere con cui farsi ascoltare. Essere d’esempio, poter costituire un modello etico virtuoso è spesso un privilegio perché non tutte le soggettività vivono nelle stesse condizioni e hanno le stesse possibilità.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Akshar Dave 🪁, LinkedIn Sales Solutions, Jules D. su Unsplash

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