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Sospesi tra la digitalizzazione e il restare umani: intervista ai MasCara
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Sospesi tra la digitalizzazione e il restare umani: intervista ai MasCara

Valeria Lucia Passoni

Iperconnessi, iperinformati, iperesibizionisti. Istruiti a puntino. La digitalizzazione ha un luogo prepotente nelle nostre vite: le influenza, le agevola, le appesantisce. Il confine tra l’umano e il digitale è labilissimo e sopra lo stesso siamo quotidianamente, molto spesso inconsapevolmente, sospesi.

Al loro terzo disco, i MasCara, quartetto da Varese, dopo essere passati dalle linee pop del primo disco “Tutti Usciamo di Casa” alle oscurità del secondo, “Lupi”, per il terzo lavoro la cui uscita è prevista alla fine dell’estate, si sono concentrati sul rapporto tra uomo e tecnologia, su come questa accompagni la crescita delle nuove generazioni.

Con Lucantonio Fusaro dei Mascara abbiamo sviscerato il tema della digitalizzazione, come impatta sulla musica e sulle nostre vite.

Esistete da tredici anni come band: cosa di quanto eravate dieci e passa anni fa non siete più? Qual è invece la peculiarità che ancora oggi vi contraddistingue?

Credo che sia la stessa di quando siamo partiti: una cura maniacale per i dettagli che riguardano non solo la musica in sé, la scrittura delle canzoni, ma ogni centimetro dell’intero mondo in cui vogliamo si immerga chi ci ascolta. Durante le interviste o nelle recensioni che abbiamo ricevuto, si sono sempre accorti un po’ tutti che vi è un’intera narrazione per ogni disco. Non ho mai pensato realmente a dei “Concept Album” perché la parola mi ricorda il tono pesante con cui la musica progressive degli anni Settanta viene additata su questo aspetto formale nel presentare un disco. Il concetto che se la chiami Opera finisce che sei pretenzioso e che rompi le palle. Nel mio modo di vedere le cose c’è sempre la volontà di non farmi troppo incasellare, quindi con la band si è sempre seguito un filo rosso che leghi ogni aspetto e se tutto viene armoniosamente compatto, bene, se no si cestina. Ma non è la coerenza del tutto a farla da padrona, quanto la volontà che l’intera narrazione sia organica. Ne vedi i colori in copertina e capisci il tono che avrà quella musica, guardane l’estetica dei video e capisci cosa la canzone stia raccontando. Credo che in pochi altri lo facciano con così tanti “azzardi” come lo abbiamo fatto noi nel corso degli anni.

Quali sono i tre vostri brani che fotografano meglio di tutti la vostra evoluzione dalla nascita del gruppo fino ad oggi? Quali sono i tre brani altrui che sintetizzano le influenze e le contaminazioni dei vostri dischi?

Se prendo i singoli usciti dal primo disco ad oggi direi: “Tutti usciamo di casa”, “Dei per sempre”, “Carne & Pixel”. Se parliamo di influenze: Baustelle – “Baudelaire”, Tv on the radio – “Wolf Like Me”, Patrick Watson – “Love song for robots 3”.

Qualche mese fa è uscito “Carne & Pixel”, uno dei tre singoli che anticipa il nuovo disco, un titolo precursore del periodo che ci saremmo poco tempo dopo accinti a vivere, contraddistinto da un alto tasso di pixel di Whatsapp/Zoom/ecc. e da una bassissima percentuale di pelle. Il video che accompagna il brano è un viaggio in quello che per molti è diventato naturale: la pubblicazione 24/7 della pressoché totalità di ogni momento di coppia e personale sui social. Da cosa è nata l’idea, com’è stata sviluppata? Che obiettivo vi eravate prefissati?

Come dicevo, c’è sempre un filo che collega le cose, questa volta sono i dati e allo stesso tempo un tratto più autobiografico che ancora in questi singoli è celato, ma nel disco verrà fuori. Mi sono chiesto cosa fossi e dove andranno a finire tutti i ricordi digitali che queste piattaforme hanno accumulato. Una volta si avevano cassetti di fotografie, diari, lettere. La mia e la tua generazione è quella che più si trova a cavallo di questi due mondi fatto di carta e poi di pixel. Abbiamo vissuto il nascere della social culture e ci siamo “adultizzati” in questi spazi, che come “locali” ci hanno accolti e poi anche un po’ succhiato via energie e vite. Ora evadere è per paradosso tornare all’aria aperta. Ma agli albori di questi anni di sharing scappavamo nella direzione opposta.

Il video si ispira a tutti quei racconti di fantascienza a tema distopico in cui alla fine i protagonisti sono in crisi identitaria totale perché i loro ricordi sono un flusso di dati hostati su qualche server. E così ci è venuta l’idea di questo racconto che parlasse di recuperare la memoria. Quale miglior modo se non raccontarlo con una storia d’amore e soprattutto usando Instagram come fosse una raccolta di momenti intimi. A quel punto imbastire il mondo parallelo che dalla carne porta ai pixel è stato semplice. Quei momenti non erano altro che flussi di dati e stimoli da impiantare nel cervello di uno dei protagonisti. Come in un incubo o un sogno sci-fi musicato. Il disco è una meta riflessione su cosa sia stato diventare un uomo adulto sotto questo costante sbilanciamento digitale. Passando anche per l’amore, ovviamente, e le relazioni che sono nate anche grazie ai social e alla condivisione.

Ha ancora fascino chiacchierare con qualcuno senza sapere esattamente tutto quello che ha fatto i giorni precedenti, senza aver visto sui suoi canali la telecronaca della sua vita?

Sicuramente è una domanda che non so bene come prendere perché a ripensarci mi è capitato anche nel corso della scrittura di parlare con qualcuno di cui in realtà non conoscevo granché perché celava moltissimo della sua vita privata, limitandosi a frasi letterarie e foto di quadri. Si chiamava Ginevra ed era una ragazza di Roma che non sento più ma che ho incontrato e con cui spesso mi sono e ci siamo in qualche modo confidati. Ne avevo scritto una canzone che si chiama “Delhpi”, ma che non è entrata nella toto undici del disco. Per capirci, ti cito un pezzo del testo: “Ginevra tu vent’anni in calcoli ma così antica che ti si programma in Dos”. Quindi direi che per me sì, ha ancora fascino un certo occultamento dell’identità: l’importante è non finire in una puntata di Catfish.

Cosa ci sta dando e di cosa invece ci sta privando la digitalizzazione?

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Come ogni eccesso, rischia di deragliare. Un po’ alla “1984”, per intenderci, e diciamo che le fake news e il loro proliferare ancora ora mentre ti scrivo non promettono niente di buono. Se ci pensi, non avere memoria è pari al non essere mai vissuti, averla indietro distorta forse è persino peggio. Quindi quello che dobbiamo tenere a mente è “dove e cosa ne faremo di tutti questi dati”. La cosa che amo invece è la parte di evoluzione e integrazione della tecnologia e della digitalità. Il fatto che dal punto di vista medico potremo usufruire di cure migliori, di analisi più accurate, magari sconfiggiamo il cancro fra qualche tempo e questo sicuro sarà merito del buon uso che faremo dei dati e della tecnologia.

Se domani ci svegliassimo in un mondo nuovamente 56K, che mondo sarebbe? Come si vivrebbe?

Lo dico secco: di merda. O non la usi la tecnologia o se la usi ed è obsoleta ti fa uscire i nervi come nient’altro al mondo, meglio togliersela da davanti. Se vuoi fare una prova, basta prendere un vecchio portatile che va a rilento e provare a usare banalmente Word. Se ogni volta che scrivi ci mette un secondo a farti uscire ogni lettera, ti viene voglia di rifugiarti in un angolo del tavolo con la penna e il calamaio.

A marzo sarebbe dovuto uscire il vostro nuovo disco, rimandato poi a settembre: cosa dobbiamo aspettarci? Come mai avete deciso di posticipare l’uscita dell’album?

A dire il vero quello che ha decretato lo spostamento dell’uscita è un unico fattore: volendo far uscire per ogni singolo un videoclip con la stessa portata visiva di “Carne & Pixel”, ci vuole più tempo del previsto (“Motherboard” ha avuto un freno per il Coronavirus nella sua realizzazione che sarebbe stata successiva all’uscita su Spotify) e ne abbiamo un altro che a questo punto per forza doveva slittare e così ci siamo detti che valeva la pena fare le cose bene. Non ci interessa per una questione di quanta gente lo vede o meno.

Quanto conta oggi la tecnologia, oltre che nelle vostre vite, nella produzione musicale? Come la utilizzate?

Noi stiamo sfruttando la tecnologia a nostro favore perché è nel lessico di questo lavoro; quindi quello che potrà accadere live nel prossimo futuro ci preme, ma stava nel nostro intento usare e sfruttare lo spazio virtuale come un luogo che può dar frutti a lungo termine. Perché le cose che fai rimangono lì. Un concerto se lo fai e nessuno lo vede e lo filma, se ci pensi, è come se non fosse mai avvenuto per chi non sa chi sei e cosa fai. Mentre avere dei contenuti sui tuoi canali lascia una traccia che si presume possa essere recuperata in qualsiasi momento. E lo abbiamo scritto con questa idea di permanenza. In fondo, è un altro modo per ricordarci che siamo una band e che lo saremo oltre il tempo. E in questo caso il fatto che da qualche parte resti la testimonianza di quanto amavamo questa creatura è la cosa più bella che i dati e la rete ci stiano offrendo.

Si discute molto, di questi tempi, di come non si voglia tornare a quella normalità che vivevamo pre-Coronavirus, perché quella era il problema, il marcio. Nel settore musicale, superata l’emergenza sanitaria, quali situazioni sperate non si ripropongano più in quanto dannose per tutti e quali prospettive sperate si possano aprire? Insomma: cosa non vi piaceva prima e cosa sperate finalmente accada?

Sarò molto onesto, la musica ha vissuto e vive forse anche ora di un’enorme bolla in cui tutti possono fare tutto ed essere ovunque. Per quanto sia il massimo grado di libertà, è allo stesso tempo il punto più basso in termini di sfida. Il proliferare di codici sempre più semplici per farla e farsi notare grazie ai numeri è ovviamente la chimera più grande che spinge moltissimi ad esprimersi e allo stesso tempo a voler arrivare. Poi alla fine non suona nessuno perché i posti sono pochi e perché la richiesta, così come le uscite discografiche, sono fuori da ogni portata umana. Questo vale anche per la stabilità di chi ci prova a lavorare. Se ci lavori è un mercato, e se quel mercato si satura viene giù tutto. Il Coronavirus ha solo tirato via un ultimo, fragile tappeto da sotto i piedi di tutto il sistema che già viveva di stenti, compromessi e scelte sempre più dettate dai numeri che però non compaiono negli zeri a fine mese nei conti in banca degli operatori del settore.

Sarò franco. Rimarrà, un giorno, la bellezza di ciò che ha o aveva una poetica così valida da poter essere riguardata con maggior onestà e orgoglio anche alla fine dei giochi. Per tutta la montagna di cose che si sono fatte perché tanto era facile scrivere un brano, usare due suoni e spararlo su una piattaforma, non ci sarà che l’oblio. Un cumulo di dati ben ordinati in segmenti e contrazioni di codici assegnati, buoni per una tabella Excel.

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