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Voi ci andreste su Marte? Ecco quattro donne che non vedono l’ora di partire
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Voi ci andreste su Marte? Ecco quattro donne che non vedono l’ora di partire

Benedetta Geddo

Quando era alla scuola materna Jessica Meir si disegnò in piedi sulla luna. Alla fin fine, potrebbe aver sottovalutato la sua stessa ambizione; oggi, a trentotto anni, Meir potrebbe diventare il primo essere umano a toccare terra su una destinazione ancora più lontana: Marte. Un piccolo passo per la donna e un gigantesco balzo per il genere femminile.

Della missione vera e propria se ne parlerà come minimo tra quindici anni ― il tempo che ci vorrà per costruire e testare ogni pezzo dell’equipaggiamento. Ma è già lo sforzo di esplorazione spaziale più anticipato di sempre. I piani dei governi attorno al globo ― in Cina, Europa e Russia ― sono di mandare su Marte almeno dei rover, mentre negli Stati Uniti le compagnie private come la SpaceX si stanno affiliando con la NASA per una missione umana e anche per delle rotte commerciali e turistiche. E a differenza della corsa alla luna degli anni Sessanta, questa volta le donne hanno un ruolo fondamentale da giocare ― costruendo razzi, creando le tute spaziali, e pilotando i rover che stanno già mandando informazioni incredibili da Marte.

Per dirla in modo franco, un atterraggio umano non sarà facile. La strada più breve per il nostro vicino spaziale è di circa 55 milioni di chilometri. Il solo viaggio di andata impiegherà dai sei ai nove mesi; andata e ritorno, dai due ai tre anni. «Sarà la missione di esplorazione spaziale più lunga, più lontana e più ambiziosa della storia», dice la dottoressa Dava Newman, amministratore delegato della NASA. Una volta atterrati, gli astronauti dovranno affrontare enormi tempeste di sabbia, temperature che possono precipitare a -140 °C in inverno, e un’atmosfera piena di radiazioni cancerogene. E in caso di problemi con l’equipaggiamento? La NASA non sentirebbe un SOS per almeno dieci minuti. E non si può tornare indietro. «Non è come per la luna; quello è un viaggio di tre giorni», dice Jason Crusan, direttore dei sistemi di esplorazione avanzata all’agenzia spaziale. «Quando vai su Marte, ci vai e basta. Non si può abbandonare la missione.»

E nonostante tutto, il richiamo è irresistibile: i rover hanno rivelato una terra fatta di ondulate dune rosse e crateri. Sono emerse prove della presenza di acqua ― non solo ghiaccio, ma vera e propria acqua liquida ―, e l’acqua è spesso considerata segno della possibile presenza di forme di vita. «Marte può insegnarci moltissimo sul passato, presente e futuro del nostro pianeta», dice Meir. «È fenomenale.»

Un’altra cosa fenomenale? Per la prima volta l’ultima classe di astronauti della NASA è composta per metà da donne. Un gruppo senza paura, Meir e le sue colleghe Anne McClain, 36, Christina Hammock Koch, 37, e Nicole Aunapu Mann, 38, hanno già volato in missioni di combattimento in Iraq, affrontato il Polo Sud, e fatto immersioni sono il ghiaccio in Antartide. Lo scorso autunno hanno concesso l’esclusiva a Glamour per guardarle allenarsi al centro della NASA a Huston ― e per parlare della loro epica avventura.

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«Non riesco a ricordarmi un momento in cui non volevo essere un’astronauta
La NASA indice un concorso per una nuova classe di aspiranti astronauti ogni quattro o cinque anni, e la competizione è durissima. Dalla domanda all’accettazione, il processo di selezione dura un anno e mezzo e include test psicologici e medici molto intensivi. Quando queste donne sono state scelte per la classe del 2013, la NASA ha annunciato che avrebbero potuto anche essere selezionate per il primo viaggio su Marte.
Anne McClain: C’erano più di 6.100 altri concorrenti per la nostra classe di otto, e ero scesa a patti con la possibilità di non riuscirci. Mi ricordo ancora quando ho ricevuto la chiamata che mi annunciava di essere stata scelta. Non riuscivo a respirare, non riuscivo a parlare. Ho cominciato a piangere. Sono cresciuta a Spokane, Washington, e non riesco a ricordarmi un momento in cui non volevo essere un’astronauta. Ho imparato molto [durante la missione di quindici mesi] in Iraq, pilotando elicotteri d’assalto in prima linea. Sono entrata nell’Esercito seguendo un profondo senso del dovere, ma diventare un’astronauta è davvero il mio destino. Con così tanti conflitti nel mondo, l’esplorazione spaziale può essere un faro di speranza. A nessuno importa di razza o religione o nazionalità durante un viaggio spaziale. Siamo tutti parte del Team Umani.
Jessica Meir: Avevo una vista bellissima del cielo stellato dalla piccola cittadina del Maine dove sono cresciuta. Forse è per quello che sognavo di diventare un’astronauta fin da piccola. Sono sempre stata attirata dai posti lontani ― e dalle sfide estreme. Mentre facevo ricerche sui pinguini imperatori per il mio dottorato in biologia marina, ho vissuto e lavorato in Antartide, dove ho anche fatto immersione sotto diversi strati di ghiaccio.
Christina Hammock Koch: Le pareti della mia stanza a Jacksonville, North Carolina, erano coperte di poster degli shuttle spaziali, assieme a quelli dei New Kids on the Block. Ho sempre avuto in mente l’idea di lavorare per la NASA, ma non volevo arrivarci attraverso le solite strade, tipo imparare a pilotare o a fare immersioni. Volevo arrivarci perché avevo una passione bruciante per la scienza e l’ultima frontiera. Quando mi si presentò l’opportunità di passare un anno al Polo Sud, la colsi al volo. Lì ero responsabile di più di quasi quaranta litri di idrogeno liquido per raffreddare i telescopi. Il nostro motto era, «quando il Polo non è più abbastanza freddo, chiamateci.»
Nicole Aunapu Mann: Sono probabilmente una delle poche astronaute che non voleva già di esserlo da bambina. «Astronauta» suonava più come un sogno distante. Vengo da Penngrove, California, e ho capito che avrei potuto essere una buona candidata solo dopo aver pilotato caccia militari con i Marine in Iraq. Andare nello spazio sarà la cosa più incredibile del mondo.

«La prima volta a gravità zero non si scorda mai.»
Nei loro due anni di addestramento, gli aspiranti astronauti imparano tutto quello che è necessario per andare nello spazio: pilotare i jet supersonici T-38 che possono fare trentadue chilometri in un minuto per imparare a pilotare una navicella spaziale; gestire compiti a dodici metri di profondità in un’immensa piscina, il Neutral Buoyancy Lab, per abituarsi all’assenza di peso; e sopravvivere quella che viene chiamata la cometa del vomito.
Koch: La parte più entusiasmante per me è stato il T-38. Sono un ingegnere, sono abituata ad andare nel mio ufficio e pensare al modo migliore per risolvere un problema. Ma in un jet supersonico non c’è tempo da perdere!
Meir: Per me uno dei addestramenti più soddisfacenti è stato quello per la camminata spaziale. Quando ci si mette addosso la tuta, si arriva a pesare più o meno 180 chili. Due assistenti ti aiutano ad indossarla, e poi un braccio meccanico ti abbassa dentro la piscina. La sessione intera di addestramento, della durata di sei ore, è incredibilmente impegnativa dal punto di vista fisico. Le braccia hanno degli angoli strani perché sono gonfiate; i guanti sono massicci e pressurizzati. Ogni movimento, anche semplicemente chiudere le dita a pugno, richiede tantissimo sforzo. Impari abbastanza presto che fare le cose di fretta non porta da nessuna parte (e come si dice alla NASA, nella tuta «andare piano è andare veloce.»). A un certo punto ho visto uno dei miei compagni nella sua tuta, e ho pensato, Oh Dio, è davvero un astronauta. E poi ci sono arrivata: dopo trent’anni, anch’io sono un’astronauta.
Mann: La cometa del vomito mi ha completamente devastata.
Meir: È un grosso aeroplano svuotato. Quando il pilota è alla sommità della parabola e cade in picchiata verso il suolo, si rimane senza peso per circa 25 secondi. La cosa si ripete per trenta o quaranta volte. Un bel po’ di persone non riescono a reggerlo, ecco il perché del nome. La prima volta a gravità zero non si scorda mai. Io l’ho adorata.
McClain: Cerchiamo di prepararci [per tutto]. Immagina che ti venga male a un dente ― ci sarà qualcuno nell’equipaggio con conoscenze dentistiche? Quando si arriverà su Marte [dopo nove mesi], quando riuscirai a stare in piedi? Ma non ho dubbi, la NASA troverà delle soluzioni. Avrò paura avvicinandomi alla rampa di lancio? Di sicuro. Ma se non si affrontano le proprie paure, l’unica cosa che riusciremo a vedere sarà sempre la nostra comfort zone.

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«Un viaggio su Marte ha tutti gli elementi giusti per innamorarsi.»
Per i prossimi quindici anni gli astronauti affineranno le loro competenze sia sulla Terra che nello spazio ― probabilmente anche pilotando le capsule destinate alle missioni su Marte fino a un asteroide vicino alla luna, per testarle. Una volta cominciata, la missione vera e propria andrà più o meno così: i quattro membri dell’equipaggio selezionati (da questa classe o da altre) passeranno due o tre settimane nella capsula di lancio, poi attraccheranno a una nave più grande ― ossia «casa» ― per i restanti mesi di viaggio. Una volta su Marte, vivranno per almeno un anno in una struttura che sarà già stata costruita da dei robot, prima di tornare sulla Terra. Un tempo abbastanza lungo da passare tutti insieme, chiusi ermeticamente per proteggersi dall’ambiente esterno. Litigheranno? Si innamoreranno? In una serie di studi finanziati dalla NASA, conosciuti come HI-SEAS, sei uomini e donne hanno passato un anno in una biocapsula di quasi quattrocento metri quadrati sulle pendici di un vulcano hawaiano per provare a rispondere a queste domande.
Dottoressa Martha Lenio, 35, volontaria HI-SEAS che spera di diventare astronauta per il Canada: Abbiamo avuto delle litigate, su a chi toccasse passare l’aspirapolvere, ma niente che non siamo riusciti a risolvere. In generale quello di cui ero più preoccupata ― di annoiarmi del cibo, per esempio, dal momento che è tutto liofilizzato ― non si è rivelato un problema. Facevamo a gara a chi riusciva ad essere più creativo nelle serate pizza o taco. Dopo otto mesi, alcuni dei miei compagni non vedevano l’ora di uscire, ma io sarei stata pronta a restare anche di più!
Sheyna Gifford, 37, chirurga a St. Louis attualmente residente nella capsula HI-SEAS per un anno: I ricercatori «sulla Terra» (ci piace considerarci «astronauti alternativi» in uno «spazio alternativo») ci stanno consigliando diversi modi per gestire l’isolamento. Abbiamo giochi in realtà virtuale che anche i nostri cari possono giocare a casa, così da lasciarci messaggi e regali a vicenda. Un altro ricercatore userà la realtà virtuale per «portarci in spiaggia». Potrebbe essere utile!

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«La vita di mio figlio cambierà completamente quando sarò via.»
Per una missione di Marte agli astronauti sarà permesso di portarsi dietro solo due scatole da scarpe contenenti i loro affetti personali. Ma la cosa più difficile da lasciarsi alle spalle è la famiglia. Tre delle astronaute sono sposate, due sono madri.
Koch: Mio marito mi mancherà sicuramente. Quando ero al Polo Sud, avevo impacchettato scatole di oggetti personali da portarmi dietro e ne aprivo una ogni qualche mese, così da avere qualcosa di bello a cui puntare. Per Marte chiederei alla mia famiglia e ai miei amici di farmi delle piccole sorprese da aprire in date precise. Un biglietto scritto a mano per cui hai aspettato quindici mesi è la cosa più bella che si possa immaginare.
McClain: [Se dovessi partire per una missione a lungo termine oggi], vorrei un modo per videochattare con il mio bambino di tre anni e con il mio compagno. Lasciarli è l’unico lato negativo del viaggio spaziale; sono tutto, per me. Poterei anche la scimmia di peluche di mio figlio. Gli piacerebbe tantissimo vederla fluttuare in assenza di gravità.
Meir: Mi servirebbe della musica ― i Red Hot Chili Peppers. Chiederei anche playlist dai miei amici, e cercherei di avere accessi al New York Times.
Mann: Se verrò scelta per la missione, spiegherò per bene a mio figlio cosa andrò a fare. Ha quasi quattro anni, adesso, ma per allora sarà un adolescente, o addirittura ventenne. La sua vita cambierà completamente quando sarò via. Ed è un grande sacrificio.

Le cose sono di sicuro cambiate, dagli anni '60. E per fortuna.
Le cose sono di sicuro cambiate, dagli anni ’60. E per fortuna.

«Dallo spazio non si vedono confini.»
Se verranno scelte per la spedizione, queste donne e gli altri astronauti faranno immensi sacrifici. Ma parteciperanno a quella che potrebbe essere la più grande impresa di esplorazione della storia dell’umanità ― un’esperienza che fino a qualche anno fa era difficile da anche solo immaginare.
Richard Garriott de Cayeux, 54, astronauta privato che è arrivato fino alla stazione spaziale internazionale: Mentre stai fluttuando in questa lattina rumorosa e che sa vagamente di vecchio, hai quest’esperienza che gli astronauti chiamano l’effetto panoramica: dallo spazio si vede come si forma il tempo, come si muove, si vedono le placche tettoniche della Terra e i deserti e gli oceani. E all’improvviso ti rendi conto che questo posto che avevi sempre considerato infinito è piccolo e fragile. È impossibile non sentire il bisogno di proteggere il nostro ambiente e il nostro pianeta.
Dottoressa Tracy Caldwell Dyson, 46, astronauta che ha passato sulla ISS quasi sei mesi: Ogni notte passavo novanta  minuti a guardare fuori mentre orbitavamo la Terra. Si viaggia a circa trenta chilometri orari, quindi hai solo un secondo per realizzare quello che stai guardando prima di ritrovarti a guardare qualcos’altro. L’esperienza più intensa? La mia prima passeggiata spaziale per riparare un tubo di raffreddamento che si era rotto. Ho compreso in quel momento quanto immenso e pericoloso fosse fare un passo nel vuoto dello spazio [senza niente a proteggermi oltre la tuta spaziale]. Sono entusiasta per le donne che verranno dopo di me. Non vedo l’ora di seguire le loro avventure e quello che faranno.
McClain: Se andremo su Marte, rappresenteremo la nostra intera specie in un posto in cui non siamo mai stati prima. Nella mia opinione è l’impresa più alta che un essere umano possa compiere.
Meir: Di cosa sono davvero capaci le persone? L’idea dell’esplorazione è sempre stata presente in tutte le esperienze umane. Cercare di capire quale sia il nostro posto nell’universo è sempre stato il mio motore.
McClain: Oltretutto, dallo spazio non si vedono confini. Tutto quello che si vede è questo pianeta solitario. E lì ci siamo tutti, così arrabbiati l’uno con l’altro. Vorrei che le persone potessero fare un passo indietro e vedere quanto davvero piccola sia la Terra, e quanto dipendenti siamo uno sull’altro.
Mann: Il solo pensarci mi fa venire la pelle d’oca.

Fonte: Glamour.com

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