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Nuova musica, nuovi generi, stesse emozioni: intervista a Aggie

Nuova musica, nuovi generi, stesse emozioni: intervista a Aggie

Agnese, classe 1996, si fa chiamare Aggie ed è un’artista e producer originaria di un paesino di provincia a metà tra Milano e Varese. Influenzata da un ampio spettro di generi musicali, Aggie è polistrumentista e ha studiato Audio Engineering presso la SAE di Milano.

Il suo primo pezzo inedito lo ha scritto a 22 anni, quando si è resa conto che interpretare cover cominciava a starle stretto. Il suo ultimo brano, invece, si chiama “Gironi” ed è caratterizzato da un rap urlato e dal forte impatto, costruito su un beat del producer Light d’Orange, registrato nei primi mesi del 2021, a casa, urlando nell’armadio.

Con “Gironi” Aggie scava nei ricordi adolescenziali, facendo riaffiorare i momenti in cui ha sofferto di depressione e durante i quali ha spento i pensieri che la attanagliavano con una bottiglia di vodka che teneva nascosta in una calza nell’armadio.

Le abbiamo fatto qualche domanda sul mondo dell’audio engineering, sulla sua musica e quella che ascolta la sua generazione.

Agnese, per presentarti: ci dici la tua canzone preferita, quella che avresti voluto scrivere e quella che hai ascoltato di più nell’ultimo anno?

Canzoni preferite ne ho troppe, ma ultimamente è “Giorni da solo” di Frah Quintale. Quella che avrei voluto scrivere è “Fulmini / Il fu Venerus” di Venerus, mentre quella che ho ascoltato di più nell’ultimo anno è “Notti in bianco” di Blanco.

La trap negli ultimi anni è stata marchiata come il genere per eccellenza deə giovani con contestuale riluttanza dei più agés, poi i Maneskin quest’anno sono esplosi, e il mercato correlato alle tendenze giovanili sembra essersi stravolto. Ci spieghi in maniera semplice ed empatica cos’è la trap e perché non è solo “un affare da giovani”? Qualche nome di esponenti a tuo parere validi?

Il fatto che la trap abbia ceduto una parte di popolarità a favore dei Maneskin a mio parere rappresenta semplicemente la fame di rappresentazione di cultura rock che sta tornando di moda tra le persone adolescenti. Ma con “moda” non intendo dipingerla negativamente: secondo me la cultura musicale -come la moda – torna ciclicamente, e i Maneskin sono rappresentanti perfetti della “vecchia” cultura rock declinata con i valori dei millennials e gen z. La trap è solo un veicolo dei tanti, che porta a galla problemi, credenze e desideri di una generazione; i “grandi” non la capiscono perché non ci si ritrovano e non è necessario che lo facciano. Come ai nostri genitori piaceva il rock che i loro genitori non capivano. È tutto ciclico, solo che si declina sempre in modo diverso.

ə venticinquenni che musica ascoltano? Quali sono i riferimenti artistico-culturali (letteratura, cinema…) della tua generazione?

Non pretendo di rispondere per tuttə ovviamente. Vedo tantə a 25 anni cercare nuovi esponenti di generi che hanno ascoltato per tutta la vita e che forse stanno un po’ morendo (ad esempio quelli che amano il pop punk con Machine Gun Kelly), come ne vedo tantə, me compresa, lasciare un attimo indietro i generi con cui sono cresciutə a favore di cose nuove che meglio lə rappresentano. È un percorso unico per ciascunə. Per quanto riguarda i riferimenti culturali, penso che adesso le persone della mia generazione si stiano accorgendo dell’impatto degli anni 2000 più di tutto: su cinema, serie TV e sull’impatto musicale degli artisti dei tardi anni Novanta – inizio Duemila.

Ci racconti come hai iniziato a muovere i primi passi nell’ambito musicale da protagonista? Di cosa parlano i tuoi testi? A chi ti rivolgi quando scrivi?

Per tanti anni ho guardato quellə che facevano musica elevandolə come semidei, convinta che ci volesse un “dono” per fare musica. Quando ho provato a mettermi sullo stesso piano di tutte queste persone, mi sono messa in gioco e ho capito che mi bastava provare e potevo fare anche io qualcosa che mi rappresentasse e parlasse unicamente di me. I miei testi parlano di quello che provo – come accade un po’ per tuttə del resto. Sono un modo di rappresentare i sentimenti e le esperienze e cristallizzarle per far avvenire la “catarsi”, la mia parte preferita. Le emozioni si esternano e scrivere ti permette di liberartene, o almeno di vederle al di fuori di te, di vedere che forma prendono. Questo è un processo magico!

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Ci parli di “Gironi” e del suo sapore “dantesco”?

Scrivere “Gironi” è stato impetuoso, si sente una parte di me molto intima. Escono i pensieri di me di tanti anni fa, in lotta con me stessa e con le difficoltà tipiche di una persona adolescente che cerca di capire qualcosa di sé e di dove può essere nel mondo. Quella fase della vita in cui inizi a capire tantissime cose di te, vuoi essere ma non hai idea di come fare, e provando chiaramente sbagli. Sentirsi intrappolatə come in un girone dantesco, pienə di cose da raccontare ma senza apparenti vie d’uscita.

Come ti sei avvicinata al mondo dell’audio? Quali sono gli aspetti più interessanti a tuo parere della professione? Perché lavorare nell’ambito non è un affare solo da uomini?

Devo confessarti che il mondo dell’audio col tempo mi ha lasciata un po’ delusa; sarà come viene vissuto in Italia, saranno gli ambienti e le persone che ho incontrato che mi hanno fatto capire che è molto dura fare questo di mestiere. Molto dura per tuttə, sia chiaro, uomini e donne. Anche se la disparità tra uomini e donne che lavorano in questo ambito ha decisamente influito su come mi sono comportata, e su episodi che mi sono successi. È dura per tuttə, se ci vuoi campare. Ma creare musica e mettere le mani sui progetti è una cosa sempre affascinante e che non stanca di emozionarmi, perciò ho deciso di tenere questa passione come tale e non come lavoro a tempo pieno. Viverla come sfogo e non come qualcosa in cui devo per forza fare bene me la fa vivere molto meglio e mi toglie un gran peso.

Un consiglio a chi si sente soffocatə dalla provincia e vorrebbe scappare ma non può o forse semplicemente non lo vuole davvero?

La provincia a mio parere può segnarti molto, e insegnarti tante cose, ma devi poter crescere apertə a orizzonti diversi e non stagnare in quella dimensione. Voler sperimentare realtà diverse è normalissimo, è normale volersene andare, soprattutto se hai una personalità molto agitata: la provincia può farti sentire molto frustratə e impedirti di realizzarti come vorresti. Andarsene può essere la soluzione solo se sei apertə alla possibilità di cambiare tu stessə assieme all’ambiente; se è così, di sicuro può farti bene.

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