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Amleta: il sipario aperto sul cambiamento
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Amleta: il sipario aperto sul cambiamento

Biancamaria Furci

Se ve lo steste chiedendo, il teatro non è affatto morto. Dato per tale in alcuni contesti, certamente ferito dopo l’anno appena passato, in difficoltà per quanto riguarda il bisogno sempre maggiore di aprirsi a tematiche contemporanee e superare un determinato status quo ancora fortemente intriso di ingiustizie e discriminazioni… Eppure, più combattivo che mai. Questo avviene grazie al coraggio di chi decide di raccontare storie nuove, di mettere a disposizione i propri strumenti per fornire una chiave di lettura nuova nella rilettura del passato, di concedere uno spazio non limitato al perimetro di un palco che ha un indirizzo ben preciso: l’inclusività. Il domani, per il teatro e il mondo dello spettacolo tutto, assume le sembianze di uno spazio sempre più aperto a ogni diversa narrazione, risultato della sinergia di voci differenti che si moltiplicano a dismisura. E forse è questa la sua più grande risorsa, lo slancio vitale che ne impedisce il tracollo: saper accogliere, farsi racconto collettivo e corale, interpretare la realtà e al contempo plasmarla.

Lo sanno bene Francesca Turrini e Letizia Bravi, fra le fondatrici dell’associazione di promozione sociale Amleta. Le abbiamo raggiunte per discutere insieme di tutto questo. Pensavamo di trovare zone d’ombra lontane dai riflettori, abbiamo scoperto molto di più: un sipario aperto sul cambiamento.

Conosciamoci subito meglio e lasciamo che siano le vostre voci a parlare di voi – anche se il lavoro che portate avanti vi presenta già egregiamente. Come è nato il progetto Amleta? Da quali realtà provenite? Insomma, chi sono le Amlete?

Francesca: Chi sono le Amlete è una domanda che richiede una risposta articolata. Sicuramente quello che ci accomuna è il nostro mestiere: siamo attrici. Non credo che questo basti a definirci, anche se fin da subito abbiamo deciso di cercare un minimo comun denominatore. Avevamo bisogno di fermarci, sederci e cominciare a parlare. Di mettere insieme tutte le tessere del puzzle che per anni, in solitaria, avevamo raccolto senza trovare mai loro una collocazione: la nostra professione si porta dietro una miriade di stereotipi che poco hanno a che fare con la sorellanza! Ma anche abusi di potere, micro e macro aggressioni, violenze, svalutazioni.

Da poco Amleta si è costituita in associazione di promozione sociale. Le socie fondatrici sono 28. Abbiamo età, esperienze e background differenti. Non tutte arrivano da percorsi femministi. Questo ci porta a confrontarci spesso su molte questioni, anche “vivacemente”. Quello che cerchiamo però di fare è procedere un passo alla volta, con il tempo che ci vuole fisiologicamente e decostruendo la “dittatura della maggioranza”. Quando abbiamo dovuto stabilire se aprire o meno agli uomini abbiamo lasciato che fossero le persone sopravvissute a decidere. Questo perché affrontare i temi del transfemminismo intersezionale ad una platea mista non corrisponde a farlo ad una platea non mista e perché all’interno di un gruppo in cui si toccano temi che hanno a che fare con la “tossicità del maschio” sentivamo la necessità di ascoltare le voci più timide, quelle che faticano a prendere parola. In quella fragilità risiede invece la forza di Amleta.

Qual era la vostra intenzione primaria quando avete avviato il progetto e creato l’associazione? E quali sono invece i vostri obiettivi di oggi e per il domani? Ci sono state situazioni che hanno cambiato la vostra visione e i vostri desideri e intenti?

Letizia: Amleta è nata originariamente come Tavolo di Genere all’interno del collettivo AttriciAttoriUniti di cui condividiamo la lotta per il riconoscimento della nostra categoria e dei nostri diritti come lavoratori e lavoratrici dello spettacolo. Tuttavia ci siamo accorte che, nel nostro caso, episodi di ingiustizia, violenza, precarietà che si univa alla precarietà erano molto più numerosi e ci siamo rese conto che questo avveniva per il semplice fatto di essere donne. Da qui, la scelta di riunirci e infine costituirci come Associazione di promozione sociale. Non siamo un sindacato, non siamo un partito, non siamo un movimento. Siamo qui per rivelare cosa accade dietro le quinte. Come quando si spegne un riflettore.

Amleta è nata esattamente per raccontare che cosa avviene in quel buio. Tutte le ingiustizie e le violenze insabbiate e taciute.
Amleta è nata perché il mondo della cultura è un mondo che si ritiene al riparo da dinamiche di ingiustizia e tuttavia, come le nostre vite, le nostre carriere e i dati raccolti testimoniano non è così.
Amleta è nata per raccogliere dati e così evidenziare, monitorare le differenze di trattamento tra donne e uomini nel mondo dello spettacolo.
Amleta è nata per chiedere di liberare spazi in cui le donne possano esprimere i loro talenti, esercitare la loro creatività, la loro intelligenza, e avere anche la possibilità di sbagliare, così com’è stato concesso agli uomini per millenni.
Amleta è nata per chiedere di utilizzare i fondi pubblici in maniera corretta. Corretta non è inteso solo in relazione alle percentuali occupazionali ma anche di offerta culturale.

Amleta vuole vedere anche il mondo lasciato fuori dalle narrazioni fatte finora. Amleta ritiene che le donne del mondo dello spettacolo abbiano il diritto di vivere la loro maternità serenamente, non solo potendo usufruire di sostegni al reddito adeguati – che mancano – ma anche risparmiandosi tutti quegli ostacoli e comportamenti che danno l’impressione alla donna di dover espiare una colpa nel momento in cui decide di diventare madre. L’impegno contro la violenza è al primo posto nell’agenda di Amleta. Ed è per questo che da qualche mese collaboriamo con lo studio legale dell’associazione Differenza Donna. Riteniamo che Cultura e Violenza non possano stare insieme.

Amleta è nata infine tutte le volte che sopra un molestatore o un abusante è stata messa la vernice glitterata dell’artista genio. Amleta è nata tutte le volte che le persone, i colleghi, non hanno preso posizione rispetto agli abusi dei molestatori, avallando così la menzogna di una correlazione tra violenza e creatività. Amleta è nata tutte le volte che si è scelto di produrre, premiare, scritturare un aggressore. Tutte le volte che alle vittime che hanno denunciato o segnalato non è stato dato ascolto o è stato fatto credere che l’abuso fosse un momento normale legato alla nostra professione. I nostri obiettivi principali al momento sono sostenere le vittime: a novembre abbiamo depositato una denuncia per alcune attrici che hanno visto il loro materiale video di un nudo artistico per uno spettacolo pubblicato su siti porno e stiamo cercando fondi per depositarne un’altra che riguarda attrici di cinema. Stiamo inoltre portando avanti uno studio sulla condizione precaria delle lavoratrici dello spettacolo che scelgono di diventare madri, creando un network internazionale con colleghe degli altri Paesi europei – e non solo – e mettendo a punto un Test sull’inclusività delle drammaturgie.

Il nostro intento è creare una rete sempre più forte di supporto per tutte le donne dello spettacolo. Il desiderio più grande: che un giorno, in una società finalmente giusta ed egualitaria per tuttə, dove non esisteranno più discriminazioni e violenze, non ci sia più bisogno di Amleta. Vorrà dire che avremo raggiunto il nostro obiettivo. La strada da fare è così tanta che sappiamo che stiamo lavorando – oltre che per noi – soprattutto per le generazioni future.

Il teatro, ma potremmo dire il settore culturale intero, viene troppo spesso tacciato di essere un’istituzione anacronistica slegata dal contesto sociale, che non riesce a interagire concretamente con le complessità del mondo odierno. Questo però è falso, come voi sapete e dimostrate benissimo. Il teatro è vita, è movimento, è messa in discussione. Perché, secondo voi, si ha questa sensazione? Quali sono le problematiche reali che impediscono al teatro di mostrarsi come parte attiva in gioco nell’analisi e rappresentazione del presente? Cosa si potrebbe fare per mutare questa percezione?

Letizia: Sì e sì, il teatro è vita e messa in discussione e proprio per questo spaventa le masse. Tuttavia dobbiamo chiederci: gli spettacoli che vediamo rappresentati (o vedevamo… ahinoi) affrontano realmente il problema della complessità? La risposta è “dipende”. Troppo spesso, da spettatrice, ho visto Teatri fare scelte poco coraggiose e in linea con una certa narrazione di uno “status quo”. Se nelle metropoli come Milano e Roma, data l’ampia scelta di teatri e cartelloni (un tempo, ovviamente, scrivere questo adesso è un colpo al cuore) è possibile scegliere tra la vastità delle proposte, nei teatri di provincia si rincorre, purtroppo, “il grande nome”, “il grande autore”, “il grande classico”. Si ragiona principalmente secondo una logica da botteghino.

Ovviamente sto generalizzando, ci sono teatri più o meno virtuosi, ma io credo che la crisi del pubblico sia un segnale da non sottovalutare, anzi: non è il pubblico “che non ci capisce, che non ci vuole più bene, che ormai è ignorante”. Piuttosto: stiamo veramente cercando un dialogo e una relazione con tutte queste persone? Forse il pubblico è stufo di vedere i pochi personaggi neri raccontati come spacciatori o sex worker, forse il pubblico è stufo di vedere una donna che recita sui tacchi, forse il pubblico è stufo dei grandi classici del patriarcato e di rivedere l’Orestea di Eschilo (citando uno a caso) senza una rilettura e un’analisi offerta dal nostro sguardo contemporaneo. Forse il pubblico desidera un Teatro che parli nuovamente a lui e non un Teatro che si parli solamente addosso.

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Quali sono le principali sfide nell’essere donna (o far parte di una minoranza, visto che date spazio anche a questo aspetto) in un contesto come quello teatrale e, più in generale, nel mondo dello spettacolo? Quali storie volete raccontare, a quali urgenze sentite il bisogno di dare spazio?

Francesca: Amleta non vuole raccontare storie in prima persona. Non siamo un collettivo artistico. Ognuna di noi porta Amleta nel proprio lavoro ma non portiamo il lavoro dentro Amleta. Noi stiamo cercando di affilare gli strumenti che permettano a noi e alle nostre colleghe di leggere, dando al genere diritto di cittadinanza, le drammaturgie e le sceneggiature con cui abbiamo a che fare. Amleta crea gli anticorpi necessari a riconoscere un abuso di potere, una molestia e una violenza. E sta dalle parte di chi subisce l’aggressione: sempre! Gli strumenti che affiliamo rendono possibile vedere da che parte pende la bilancia, mettendo in discussione anzitutto il proprio privilegio. Noi desideriamo che le narrazioni siano sempre di più in prima persona da parte delle persone razzializzate, delle persone con disabilità, delle persone con corpi grassi e in generale non conformi. Vogliamo vedere tutte le narrazioni. Incoraggiamo (speriamo) con il nostro lavoro l’emersione di nuovə individuə consapevolə.

Come è nata l’idea della mappatura delle presenze femminili nei teatri? Come avete portato avanti questa titanica impresa e cosa è emerso dalle vostre ricerche? Cosa avete potuto dedurre, dati alla mano?

Letizia: Prima dicevamo che Amleta è nata per evidenziare, con dati alla mano, le disparità di genere nel mondo dello spettacolo. È nata cioè dal bisogno di sostituire le sensazioni che avevamo con numeri, cifre, percentuali; dati inconfutabili e incontrovertibili. Abbiamo deciso così di guardare quanto spazio venisse lasciato alle donne sui principali palcoscenici italiani: quelli che ricevono maggiori finanziamenti, raccolgono più pubblico, attirano maggiore attenzione. Abbiamo raccolto dati mai presi in esame fino ad ora. In Spagna, è stato il Ministero della Cultura stesso ad avviare una analisi di questo tipo. In Italia, lo abbiamo fatto noi per tutta l’estate 2020, autotassandoci. Abbiamo esaminato le stagioni dell’ultimo Triennio 2017/2020 di tutti i Teatri Nazionali e tutti i Teatri di Rilevante Interesse Culturale (Tric). Abbiamo mappato la presenza di attrici, registe, drammaturghe, direttrici. La nostra Mappatura rivela che la percentuale occupazionale femminile nei principali Teatri italiani si attesta al 32%. Le percentuali calano ulteriormente se si prendono in esame le sale principali di questi teatri. Le attrici sono presenti al 35%, le registe al 17% le drammaturghe al 14%. Per quanto riguarda invece i dati relativi solamente ai Teatri Nazionali, è infine molto facile ricordarsi il numero di donne a capo di uno di essi: zero.

Questa domanda è utopistica, me ne rendo conto. Ma, in fondo, il teatro permette anche questo, possiamo praticare l’arte in disuso della speranza. Quindi vi chiedo: cosa vi augurate per il futuro? Per la vostra associazione, per il mondo del teatro e per quello della cultura? Quale domani femminista, intersezionale, inclusivo ed equo vorreste vedere – in scena e non solo?

Francesca: Per il futuro ci auguriamo un dibattito pubblico all’interno del nostro comparto sulle questioni di genere e sulla diversity, un impegno da parte delle istituzione a rivedere i criteri e a creare strumenti di passaggio verso l’equità. Vogliamo tutele, vogliamo vedere donne nei ruoli apicali. Vogliamo vederle sbagliare senza che l’opinione pubblica si scagli contro di loro. Vogliamo quello che adesso hanno gli uomini, ma meglio! Come ci ha detto Giuliana Musso in un incontro recente “Siamo emotive? E allora fateci comandare!”. Per quanto riguarda Amleta abbiamo molte idee. Continueremo ad impegnarci nel contrasto alla violenza, primo punto in agenda insieme alle narrazioni. Se possiamo qui e adesso verbalizzare l’utopia allora… Vorremmo creare un premio, abbiamo in mente un format, stiamo lavorando a una sceneggiatura per un corto e a un podcast. Prendi 28 attrici, mettile insieme e vedrai che le idee non mancheranno! Ma abbiamo delle regole: prenderci il tempo necessario, non rincorrere il risultato e non farci mangiare dal presenzialismo.

Per fare tutto c’è bisogno di denaro (spese legali, consulenze di espertə, lettura dei dati raccolti etc…), quindi in questo momento la nostra mission è quella di trovare il sostegno economico necessario. Se tu che leggi vuoi tesserarti e donare trovi tutte le info nei nostri canali social (IG: @amlet_a FB: @amlet_a) o puoi chiedere maggiori dettagli a tesseramento.amleta@gmail.com. Se invece sei un’attrice e hai subito una molestia o una violenza questa è la mail a cui fare riferimento osservatoria.amleta@gmail.com

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