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Appropriazione culturale: quando ammirazione diventa appropriazione?
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Appropriazione culturale: quando ammirazione diventa appropriazione?

Redazione
Articolo di Stefanie Sonan di Afroitalian Souls

Su Internet ci si offende spesso.
A volte si esagera e si vede il male dove non c’è. A volte il male è proprio sotto il nostro naso, ma ci si ostina a ignorarlo.
Il mondo dello spettacolo è sempre nel mirino dei militanti della rete. Le accuse più pesanti? Appropriazione culturale. Ma di che cosa si tratta e, soprattutto, perché non si smette di parlarne?

Che cos’è l’appropriazione culturale?

Non esiste una definizione completa e universale, poiché si tratta di un concetto molto complesso e in continua evoluzione. L’Oxford Dictionary ha dato una spiegazione semplice ma precisa:

“L’adozione non riconosciuta o inappropriata dei costumi, delle pratiche, delle idee, ecc. di un popolo o di una società da parte di membri di un altro popolo o società tipicamente più dominante”

Ci sono un paio di espressioni in questa definizione a cui fare attenzione.

Adozione non riconosciuta: significa impossessarsi di un oggetto o di un’idea senza il permesso del legittimo proprietario. A nessuno piace vedere qualcun altro prendersi il merito di una cosa su cui abbiamo pieno diritto, giusto?

Società più dominante: c’è un motivo per il quale le minoranze sono le prime ad accusare gli Occidentali di appropriazione culturale, ma su questo aspetto ritorneremo più avanti.

Prima di addentrarci nel fitto della questione, è importante stabilirne il contesto. Innanzitutto, il concetto di appropriazione culturale è strettamente anglosassone, ancor meglio, americano. Motivo per il quale, può sembrare difficile a noi italiani coglierne tutte le sfumature. Ma siccome tutto ciò che nasce negli Stati Uniti, arriva come un riflesso anche in Europa, è meglio smorzare fin da subito – o almeno provarci – ogni dubbio.

Quando si può parlare di appropriazione culturale?

La linea tra innocente apprezzamento e palese appropriazione è sottile, e spesso, non molto definita.
Per la copertina di agosto 2019, Harper’s Bazaar China ha scelto la pop star Rihanna come protagonista. Mentre dalla nazione asiatica sembra non essersi alzata alcuna critica, dall’altra parte di Twitter sono arrivate accuse e lamentele: “Quando Kendall Jenner era sulla copertina di una rivista con un ‘afro’ la gente urlava ‘appropriazione culturale’, ma quando Rihanna si veste così nessuno dice niente, è arte, è glamour”, recita un tweet.

Ecco, qui si intravede un abbozzo di linea di demarcazione: il trucco, la pettinatura, gli abiti tradizionali che indossa Riri sono frutto della genialità del team cinese di Harper’s Bazaar. Non c’è traccia di mancanza di rispetto verso la loro cultura perché, a dire della rivista, loro hanno scelto Rihanna per mostrare cosa succede “quando un’icona dello stile occidentale incontra l’estetica orientale”.

Al contrario, non si sta più apprezzando una cultura quando si prendono alcuni suoi elementi e li si getta in un altro contesto – per svago e per seguire un trend – spogliandoli del loro valore storico o talvolta religioso.

Per questo chi indossa un copricapo nativo americano (kostoweh) per Halloween o al festival Coachella non è ben visto sui social. Ed ecco perché Gucci ha dovuto ritirare dal commercio il suo ultimo accessorio, dopo aver fatto indossare dei turbanti indiani Sikh a modelle bianche. Il fatto è che non si può ridurre la cultura di un popolo a dei semplici accessori perché ci va. Sì, i turbanti, i copricapi sono degli ornamenti, ma perdono tutto il loro valore se indossati da chiunque senza la minima considerazione del loro significato originale.

I nativi americani sono stati oppressi per secoli, i loro costumi ridicolizzati dai media occidentali e ridotti a banali stereotipi. Venivano definiti dei selvaggi, con le loro piume e i loro colori. Ci sono ragazzi sikh che ancora oggi vengono bullizzati, ragazze hijabi che a scuola vengono derise. Tutto questo perché la loro fede è più evidente di altre.

Ma poi arriva Gucci, con le sue modelle bianchissime, ed ecco che il turbante sikh non è più oggetto di scherno. Arriva Coachella, puntualissimo ogni aprile in California, e le piume dei nativi diventano trendy, perché se le è messe in testa qualche influencer bionda.

Questo è il problema dell’appropriazione culturale: la persona bianca, nella sua ingenua onnipotenza, decide se una cultura minoritaria è degna o meno della sua approvazione. In più, non solo si prende ingiustamente il merito di aver “riscoperto” il fascino di un’altra cultura, ma trae spesso beneficio economico alle spalle della minoranza che inizialmente aveva oppresso.

Esiste l’appropriazione culturale al contrario?

Quando si parla di appropriazione culturale, si cerca sempre di rigirare la frittata contro la parte offesa, con frasi come “anche le minoranze hanno adottato usanze occidentali!”

Vero.
Ma anche no.

All’inizio, nell’analizzare la definizione, ci siamo soffermati sull’espressione “società più dominante”, la quale implica che esiste una (o più) società che esercita un potere su altre. Qui, attenzione, la parola chiave è “potere”.

Secondo il sito Everyday Feminism, a differenza dello scambio culturale, in cui esiste un reciproco interscambio, l’appropriazione culturale si riferisce a una “particolare dinamica di potere in cui i membri di una cultura dominante prendono elementi da una cultura di persone che sono stati sistematicamente oppresse da quel gruppo dominante”.

Per questa ragione non ha senso dire, per esempio, che le donne nere si sono appropriate della cultura occidentale perché indossano delle parrucche. Per secoli, la società ha oppresso le donne nere, le ha derise e discriminate, facendo loro credere che i capelli afro fossero brutti e poco professionali. Però quando Kim Kardashian sfoggia sui social le sue nuove treccine, improvvisamente non sono più “ghetto” e dozzinali. D’un tratto, diventano “boxer braids”, “bo derek”, “treccine alla Kim Kardashian” e nessuno ricorda che quelle pettinature appartengono da secoli alle diverse culture africane o che gli schiavi americani le usavano per tracciare vie di fuga dalle piantagioni.

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Tornando all’esempio delle parrucche: le donne di colore non hanno adottato elementi di un’altra cultura per divertimento o per scelta, ma per sopravvivere alle discriminazioni.

“Ma allora non si può più fare o dire niente!”

Non abbattiamoci. Non ancora, perlomeno.

L’obiettivo delle minoranze non è di gridare al razzismo ogni due per tre o di tenere gelosamente le proprie culture lontano dallo sguardo dell’uomo bianco.

Il bello di una società multiculturale è proprio questo: apprendere gli usi e le tradizioni di un altro popolo per poi, perché no, integrarle alle proprie usanze. Inoltre, ce lo insegna anche la storia: non esiste una cultura che sia rimasta pura e incontaminata. Per secoli, i popoli si sono mutualmente influenzati nella musica, nell’arte, nella cucina. Certo, spesso ciò è avvenuto tramite guerre e invasioni, ma il messaggio vale comunque.

Dunque, quali sono le basi per non finire nel calderone dell’appropriazione culturale?

Per prima cosa, istruirsi. Quell’accessorio dall’aria “esotica” ti piace e vorresti indossarlo a una festa? Cerca quali sono le sue origini e quale sia il suo significato culturale.
Seconda cosa, non cadere nella trappola del “non ci vedo niente di male”. Molto spesso, il problema sta proprio lì.
Per finire, ricordarsi che si tratta di un tema complesso e stare a pensare a tutte le possibili regole ci farebbe solo venire mal di testa.

La chiave per riassumere tutto è il rispetto: solo così si creano veri scambi e solo così si evita di finire nel mirino dei militanti del web.

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