Femminismo

Verso l’intersezionalità: la terza ondata del femminismo

La terza fase del femminismo abbraccia il decennio che va dagli anni Novanta ai primi anni Duemila e si sviluppa come naturale propaggine della seconda ondata. Le teoriche di questo periodo si interrogano soprattutto su come rendere la pratica del femminismo più versatile e più inclusiva. La definizione di “Third Wave” (Terza ondata) viene data da Rebecca Walker che pone l’accento sulla necessità di smantellare le strutture di potere che dividono e classificano le donne di tutto il mondo.

Il femminismo intersezionale

Un vero e proprio spartiacque nelle coscienze collettive si ha nel 1991, quando l’avvocata e docente statunitense Anita Faye Hill muove pubblicamente l’accusa di molestie sessuali al giudice federale Clarence Thomas. Questo caso ha grande risonanza mediatica e contribuisce alla mobilitazione di molte donne, favorendo anche l’approvazione di una legge ad hoc negli USA sulle molestie sessuali. Tale rinnovata consapevolezza pervade la terza ondata, che si caratterizza da subito per una forte eterogeneità. Il punto in comune del movimento è la volontà di superare alcuni limiti del femminismo anni Settanta, a partire dal carattere eccessivamente occidentale, bianco e borghese. L’obiettivo delle terza ondata è dunque quello di ampliare gli orizzonti e iniziare a lottare per i diritti delle minoranze etniche, della comunità LGBT+, delle persone con disabilità. Proprio per questo motivo si parla di femminismo intersezionale: un’espressione coniata dall’attivista Kimberlé Crenshaw, che mette in evidenza la sovrapposizione delle diverse identità sociali: l’idea di base è che tutte le varie forme di categorizzazione sociale e le loro relative discriminazioni siano intersecate tra loro. In tal senso, Crenshaw utilizza la metafora del traffico di un incrocio che va e viene in diverse direzioni: “Se un incidente accade in corrispondenza di un incrocio, può essere stato causato dalle macchine che viaggiavano in una qualsiasi delle direzioni e, qualche volta, da tutte. Allo stesso modo, se una donna nera si fa male a un incrocio, il suo infortunio potrebbe derivare dalla discriminazione sessuale o dalla discriminazione razziale […]”.

Tutte le ragazze avanti!

La terza ondata femminista attecchisce con particolare veemenza nel panorama musicale: negli anni Novanta a Washington nasce infatti il movimento delle Riot Grrrl, che influenza in maniera fondamentale il dibattito femminista dei tempi. Lo stesso termine “Grrrl” emula un “ringhio” di protesta: la necessità di farsi avanti tutte insieme e di rendersi protagoniste, in un panorama musicale punk-rock che ancora tende a relegare le donne al ruolo di “groupies”. Le ragazze del punk femminista usano la musica per veicolare messaggi di emancipazione femminile, dando ampio spazio nei propri testi a tematiche quali l’abuso sessuale, i disturbi alimentari, l’aborto e la violenza domestica, e si battono per il recupero della sessualità libera e contro gli stereotipi dominanti nelle relazioni eterosessuali.

Nel 1992 Kathleen Hanna, cantante della band punk femminista Bikini Kill, scrive il “Manifesto delle Riot Grrrl”, che si propone di abbattere gli standard preconfezionati e di costruire un’alleanza tra donne, celebrando tutte le naturali diversità. Proprio le Bikini Kill avevano una particolare abitudine, rimasta nella storia della musica e del femminismo: all’inizio dei propri concerti, la cantante urlava “Tutte le ragazze avanti!”, per far sì che le fan si avvicinassero sotto al palco e andassero a occupare lo spazio “avanti”, appunto, quella prima fila da cui nella vita quotidiana le donne erano solitamente escluse.

I testi di riferimento della terza ondata di femminismo

Tra le autrici fondamentali della terza ondata di femminismo, vi è Naomi Wolf, autrice del celebre “Il mito della bellezza” (1991). La tesi principale di Wolf riguarda l’importanza che la bellezza femminile riveste nella società odierna e la sua dipendenza dal potere maschile. Nelle democratiche civiltà occidentali, infatti, la donna è oppressa dall’obbligo della bellezza, che è però funzionale solo al rafforzamento dell’ego degli uomini. Intrappolate in un’idea della bellezza standardizzata, le donne sono schiave di trattamenti, chirurgia, disturbi alimentari e immagini disturbanti della pornografia. “Il mito della bellezza” è ancora attualissimo: il bombardamento mediatico di immagini di perfezione costringe ancora le donne a una pressione psicologica costante.

Anche in “Misconceptions” (2001), Naomi Wolf scardina concetti chiave della civiltà occidentale: in questo saggio, infatti, l’autrice mette in discussione l’idea della maternità come oasi felice. In “Vagina. Una storia culturale” (2013) invece Wolf parte da un personale problema fisico per tracciare un excursus degli aspetti sociali, culturali e scientifici del desiderio femminile.

Altra autrice fondamentale della terza ondata è Judith Butler, studiosa di femminismo e teoria queer. Butler ha un’incidenza importante nel movimento femminista per via dei suoi scritti sul genere, “Gender Trouble” (1990) e “Bodies that matter” (1993). “Gender Trouble” parte da un esame delle teorie di seconda ondata e delle maggiori teorie psicoanalitiche per sovvertire l’esclusività della dominante pratica eterosessuale. Il presupposto fondamentale è che il genere abbia creato un costrutto di normatività per quel che riguarda le categorie sessuali. Tale normatività è interiorizzata e in un certo senso non messa più in discussione: proprio per questo, secondo Butler, le femministe precedenti hanno commesso un errore: non hanno mai criticato apertamente la dualità sessuale. Butler insiste sull’importanza di scardinare la sessualità dalle relazioni di potere, esclusivamente eterosessiste, per rimettere in discussione l’identità. Dunque, un primo passaggio di Butler consiste nella considerazione della sessualità come prodotto storico: l’eterosessualità, dice l’autrice, è un costrutto che ci viene presentato come naturale. Questa logica impedisce alla sessualità di costruirsi in maniere che deviano da ciò che è considerato normale.
In “Bodies that Matter”, poi, Butler si concentra sulla materialità del corpo per illustrare come esso sia simbolo di logiche di potere ben precise.

In questo senso, importante è anche il contributo della filosofa italiana Teresa de Lauretis, autrice del saggio “Tecnologie del genere” (1987). Anche de Lauretis pone l’accento sul genere come costrutto sociale, enfatizzando la rilevanza di contesti e delle situazioni che conducono a tale rappresentazione artificiale. La filosofa propone dunque un percorso di riflessione e autocoscienza per svincolarsi dalle logiche imposte dalla società.

Tra le opere più iconiche del decennio c’è anche un testo di stampo più ironico: “I monologhi della Vagina” (1996) di Eve Ensler. Ensler mette in scena un numero di monologhi letti da donne diverse, che raccontano di intimità e desiderio, ma anche di violenze, stupri e molestie. Il libro e lo spettacolo teatrale hanno avuto un successo di pubblico clamoroso e hanno prodotto una valanga di testimonianze e l’istituzione del V-Day, una giornata simbolo per parlare di violenza domestica, abusi, mutilazioni genitali. In Italia, oltre alla già citata Teresa de Lauretis, annoveriamo Rosi Braidotti e Adriana Cavarero. Braidotti è teorica del cosiddetto nomadismo femminista, che delinea un soggetto in divenire e attento alle differenze. L’autrice si è concentrata molto anche su studi del postumano, una filosofia per la quale la natura biologica dell’uomo non costituisce il limite delle sue possibilità. Cavarero è invece interessata a dimostrare che il linguaggio filosofico sia in realtà sessuato ed esclusivo delle donne, le quali non posseggono lingua propria.

Nel frattempo, nel nostro Paese vengono compiuti passi in avanti anche a livello di legislazione: nel 1996, la violenza sessuale diventa reato contro la persona e non più contro la morale pubblica. Questo fondamentale traguardo è preceduto da un periodo di battaglie femministe in difesa delle vittime di stupro e contro una mentalità patriarcale e sessista dominante e sotto gli occhi di tutti. Nel 1979, ad esempio, la Rai aveva mandato in onda “Processo per stupro”, una ripresa dal tribunale di Latina in cui l’avvocatessa Tina Lagostena Bassi difendeva una diciottenne abusata: a finire sul banco degli imputati fu inevitabilmente la ragazza. A essere messa in discussione infatti è stata la sua moralità, perché la violenza su “donne di buoni costumi” era considerata impossibile.

 

 

Femminismo nero e postcolonialismo

Abbiamo già visto come il femminismo di terza ondata si proponga di superare lo steccato del movimento precedente. Questo si concretizza sia nella spinta verso le tematiche LGBT+ sia con il “black feminism”. Il femminismo nero sviluppa la sua linea di riflessione già nei primi anni Ottanta e raggiunge il suo culmine con un testo di bell hooks, ovvero “Postmodern Blackness” (1991). bell hooks cresce nell’America della segregazione razziale e dopo un dottorato presso l’Università della California comincia la sua carriera come insegnante, scrittrice e attivista. La studiosa parte dal presupposto che “razzismo e sessismo sono sistemi interconnessi di dominio che si rafforzano e si sostengono a vicenda”. Proprio in virtù di questa compenetrazione, le donne nere devono affrontare una lotta che è doppiamente faticosa. All’interno del suo saggio, l’autrice sostiene la necessità di superare il concetto di “blackness” come blocco compatto, ovvero come identità restrittiva e univoca: bisogna invece riconoscere e valorizzare le molteplici identità nere per perseguire veramente un processo di decolonizzazione. Un altro aspetto interessante è la coloritura pedagogica degli scritti di bell hooks: l’educazione e l’istruzione sono mezzi potenti per la costruzione di comunità inclusive, che superino le divisioni etniche e di genere.

Altra teorica del femminismo transnazionale e postcolonialista è Chandra Talpade Mohanty, indiana trapiantata negli Stati Uniti. Mohanty è autrice del saggio “Sotto gli occhi dell’occidente. Saperi femministi e discorsi coloniali” (1988), in cui accusa il mondo occidentale di aver costruito un’immagine propria delle donne del “Terzo mondo”, spesso rappresentate come povere, ignoranti e sottomesse. Tale fotografia non tiene assolutamente conto delle precise collocazioni geografiche e sociali delle donne, non scava in profondità nell’analisi delle loro esigenze. La voce deve invece essere restituita alle dirette interessate, le quali possono così svincolarsi da tale relazione di potere per riappropriarsi di una forte identità.

La carrellata di autrici e momenti che abbiamo citato dimostra di per sé la vivacità e l’eclettismo di questa terza ondata femminista. Le componenti più evidenti del movimento sono l’intersezionalità tra etnia e genere e la libertà sessuale femminile priva di ogni stigmatizzazione, con una speciale attenzione al mondo lesbico. Questa fluidità rappresenta l’humus essenziale per la nascita e lo sviluppo della quarta ondata, che ci vede tutte protagoniste nell’abbattimento di barriere e stereotipi.

Commenti (2)
  1. Avatar ned ha detto:

    l’identità di genere non è riduciile a costrutto sociale e neanche l’eteosessualità è riducibile a un costrutto sociale ma sono innate nelle persone, siamo uomini e donne etero, omo o bisex dalla nascita

  2. Avatar ned ha detto:

    l’identità di genere (cis o trans) non è riducibile a costrutto sociale e neanche l’eterosessualità è riducibile a un costrutto sociale ma sono innate nelle persone, siamo uomini e donne etero, omo o bisex dalla nascita

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