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Ci chiamano diversi, siamo diversi. Intervista a Vincenzo Monaco

Ci chiamano diversi, siamo diversi. Intervista a Vincenzo Monaco

Articolo di Angelo Serio

Nel 2012 veniva prodotto “Ci chiamano diversi”, un documentario sulle vite di quelle persone lgbt “troppo spesso ferite da parole ingiuste e dal pregiudizio, ma tutte straordinariamente capaci di generare un finale inaspettato, più bello e positivo rispetto a quella promessa di chi aveva sentenziato per loro una condanna all’infelicità”. A scrivere il virgolettato sulla pagina Facebook del documentario è stato il regista Vincenzo Monaco, ma “chiamami Enzo”, dice.

Enzo è un ennese di 30 anni. È italiano con una storia europea: dopo aver concluso i suoi studi universitari in cooperazione internazionale, prima a Palermo e poi a Torino, decide di intraprendere la strada del documentario, sua grande passione insieme al rugby. Frequenta un corso di filmmaking presso l’ ActingOut School di Torino. Realizza quindi “Ci chiamano diversi”. Oggi si trova nuovamente ad Enna e lavora al suo prossimo documentario “Pasquasia”.

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Vincenzo Monaco (Ph.: Mirko Isaia)

A. Ciao Enzo! Sei il regista del documentario “Ci chiamano diversi”: parlaci di quest’esperienza. Di cosa tratta il documentario? Com’è nata l’idea? Chi è stato coinvolto? Che finanziamenti hai ricevuto?

V. “Ci chiamano diversi” è il mio primo vero documentario. L’idea nasce dopo il Torino Pride 2012. In quel periodo stavo a Torino per completare i miei studi ed il giorno del Pride sono venuti a casa mia degli amici, conosciuti grazie ai miei coinquilini, che dovevano truccarsi da drag queen per il corteo. A quel punto ho chiesto loro se potessi riprenderli con la videocamera e fare qualche domanda. Una volta che avevo questo materiale, ho deciso di tirarne fuori un reportage e pubblicarlo sulla piattaforma Reporter di Repubblica.it. Dopo qualche giorno il video reportage “Francesco e Maurizio” è stato pubblicato nella colonna di destra della Home di Repubblica.it. Dalle visualizzazioni ho capito che l’argomento interessava ed io non lo conoscevo bene, quindi bisognava approfondire la ricerca. Ed è quello che ho fatto. Finiti gli studi universitari ho fatto un corso di filmmaking e dopo mi sono lanciato in questa avventura: un ragazzo etero racconta la comunità LGBTQI italiana. Per prima cosa ho girato una sorta di video promo del progetto ed ho realizzato un crowdfunding per finanziare il tutto. Sono riuscito a raccogliere 3.000 euro, che mi sono tornati utilissimi per ammortizzare i costi di produzione (spostamenti, dvd per i donatori, ecc.), ma in realtà non sarei andato molto lontano senza il sostegno economico dei miei genitori. In contemporanea alla raccolta fondi è partito il mio studio di ricerca sul tema ed il coinvolgimento delle realtà LGBTQI, perlopiù associazioni che si battono quotidianamente nel nostro paese per il riconoscimento degli stessi diritti.

A. La prima cosa su cui mi sono soffermato quando ho visto il documentario è stata il titolo. Sono stato lì a pensarci qualche minuto. Ci chiamano diversi ma, in effetti, siamo diversi. Non credi che sia giusto coltivare il principio della giusta differenza e che questo principio dell’uguaglianza abbia un po’ penalizzato la comunità LGBT?

V. Diversi si, diversi no. Mi viene in mente la conversazione, tramite mail, che ho avuto con Christian Ballarin del Circolo Maurice di Torino prima di incontrarlo. Lo invitavo a realizzare l’intervista per il documentario e lui mi ha posto la stessa osservazione scrivendomi “Ma noi siamo diversi”. Inizialmente non capivo cosa volesse comunicarmi. Io gli risposi che c’era una connotazione negativa e positiva della diversità e che volevo raccontare la comunità LGBTQI per quella che era. Andando avanti con le interviste ho capito cosa volesse dirmi Christian, l’ho capito grazie alle parole di Delia Vaccarello: “La lotta per i diritti non è: noi siamo uguali agli altri e dobbiamo avere gli stessi diritti degli altri. No! Noi dobbiamo avere gli stessi diritti perché noi siamo come siamo”. È proprio questa la giusta chiave di lettura. La diversità fa paura a chi vuole omologare ed etichettare tutto e tutti, invece bisognerebbe educare i bambini e le bambine al rispetto delle diversità. In altri Paesi si è culturalmente più avanti, in Italia si sono inventati la teoria del gender.

A. Immagino che conoscere determinate realtà sia stata una esperienza umana interessante: toccare con mano ti cambia e ti coinvolge, serve a spezzare certezze e falsi miti. Come ti sei sentito nel constatare che una parte della società considera innaturali determinate forme di amore?

V. Certo che lo è stata, è stata una bellissima esperienza. Ho conosciuto tantissime persone, con trascorsi felici e meno felici, che mi hanno aiutato a capire quanto assurdo sia continuare a credere alla favoletta della “famiglia tradizionale”. Se delle persone si amano e progettano assieme la loro vita, rispettando quella delle persone con cui entrano in contatto, tanto basta. In realtà le persone che conoscono da vicino le famiglie omogenitoriali, i vicini di casa per esempio, si rendono subito conto che i pregiudizi sono un qualcosa che limita la conoscenza e la felicità altrui. C’è da dire che altre persone, non saprei quantificarle, continuano ad avere dei forti pregiudizi e considerano i propri vicini come una sorta di eccezione, mentre il resto della comunità LGBTQI è visto come un fenomeno deviante. Bisognerebbe capire il perché di questo immaginario collettivo distorto. Io credo che le responsabilità siano da ripartire tra: Chiesa, Politica dei palazzi e Mass Media. In breve, la chiesa (come istituzione gerarchica) fa una politica della discriminazione, la politica dei palazzi ha paura di perdere elettori e finanziamenti, mentre i mass media parlano e raccontano la comunità LGBTQI ponendo dei dubbi che in altri paesi, dopo studi e ricerche che vanno avanti da oltre 30 anni, sono già stati dimostrati come falsi. Così, accendi la TV e ti ritrovi a parlare di diritti LGBTQI, in un talk show qualunque, un politico di destra, uno di centro sinistra ed un prete. Sembra l’inizio di una barzelletta, vero?

A. Quali erano gli scopi del documentario, oltre a documentare una situazione esistente de facto? Pensi di averli raggiunti? Che richiamo ha avuto il documentario all’interno della comunità lgbt? E fuori dalla comunità, ha ricevuto critiche negative dovute, secondo te, all’omofobia?

V. Io volevo raccontare la comunità LGBTQI ed diritti negati ad essa. Non saprei dirti se sono riuscito o meno a raccontare in maniera completa il tutto. Quello che so è che il destinatario del mio racconto non è la comunità LGBTQI ma la restante parte della popolazione. La comunità LGBTQI credo abbia apprezzato il mio lavoro, mentre il resto non so. L’omofobia è un dato di fatto nel nostro paese e non credo che scompaia una volta che sia stato raggiunto il pieno riconoscimento dei diritti, così come non è scomparso il razzismo dopo il riconoscimento universale dei diritti per le persone nere. Quello che serve per combattere l’omofobia è la cultura, l’educazione alla diversità e la lotta alle discriminazioni.

A. Trovi che la tua sia un opera di attivismo? Ti consideri un attivista lgbt? Se sì/no perché?

V. Quando ho cominciato a parlare dell’intenzione di realizzare un documentario che raccontasse la situazione dei diritti della comunità LGBTQI, alcuni mi hanno detto “E perché? Sei gay? Ci sono tanti altri argomenti”.

Il fatto che io non fossi gay ma che volessi raccontare la comunità LGBTQI non aveva senso per loro, quindi ho capito quanto potesse essere utile un documentario del genere. Quel che non si capisce è che il riconoscimento ugualitario dei diritti LGBTQI è una cosa che tocca ed arricchisce tutti, etero compresi. Ed il perché è semplice, oggi sono i miei amici gay, domani potrebbe essere mio figlio o mia figlia gay, mio nipote, insomma riguarda la collettività. Non credo di essere un attivista LGBTQI, gli attivisti fanno molto di più di quello che ho fatto io. Io ho realizzato un documentario, forse un piccolo strumento utile per l’attivismo ma nulla di più. Io mi considero un documentarista.

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A. Qual è lo stato dell’arte del documentarismo lgbt in Italia: esistono molti documentari sul genere?

V. Sicuramente ci sono parecchi documentari, anche molto belli, ma le persone che riescono a vedere questi lavori sono solo una piccola parte. Il documentario è un genere filmico di Serie C in Italia, quindi è molto complesso riuscire a raggiungere il grande pubblico (Tv e Cinema).

A. Cosa serve per fare un documentario (risorse economiche, umane, cognitive)? Che consiglio ti senti di dare a chi vuole approcciarsi al documentarismo?

V. Forse alcuni credono che per fare un documentario basti avere una videocamera e porre qualche domanda, ma non è così. Ci sono tante fasi prima di arrivare all’intervista. Bisogna innanzitutto scegliere il soggetto, studiarlo, mettersi in contatto con esso, conoscerlo, delineare un ritmo filmico e poi procedere con le riprese. Una volta che si sono portate a casa le riprese, comincia il montaggio. Insomma serve del tempo per realizzare un documentario, quindi servono delle risorse economiche per poterlo fare bene. Ad oggi non ho ben capito cosa bisogna fare per accedere a delle risorse economiche, quindi continuo solo con la passione ed il sostegno economico dei miei genitori. Ma non potrò andare avanti così per molto. Quindi, a chi vuole approcciarsi al documentarismo dico: fatelo. Sperimentate e metteteci tutta la passione di questo mondo. Se poi trovate la giusta formula per riuscire a vivere di solo documentario, fatemi una chiamata e spiegatemi come avete fatto.

A. “Ci chiamano diversi”, quattro anni dopo. Lo rifaresti? Cosa cambieresti e cosa è cambiato?

V. Si, lo rifarei. Non mi sembra che sia cambiato tantissimo in Italia rispetto a quattro anni fa, comunque se avessi dovuto girarlo oggi avrei inserito “le sentinelle in piedi”, sono troppo divertenti. Non capisco perché non si limitano a fare delle attività di lettura all’aperto, tipo circolo di lettori. Cosa vogliono dimostrare? Di avere la cultura dalla loro parte? Per me restano delle persone che fomentano discriminazione ed omofobia.

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