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Comunità LGBTQIA+ e percezione sociale: speranze e necessità per il futuro

Comunità LGBTQIA+ e percezione sociale: speranze e necessità per il futuro

A che punto è la percezione sociale delle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ nelle nostre società?

Questo è la domanda a cui cerca di rispondere l’associazione GLAAD con l’indagine Accelerating Acceptance, condotta ogni anno a partire dal 2015 su un campione di persone residenti negli Stati Uniti.

I dati emersi dal report del 2021 evidenziano sia i progressi che sono stati fatti rispetto agli anni precedenti sia le sfide che ancora devono essere affrontate per arrivare a una piena “accettazione” delle persone queer. Secondo lo studio, negli USA rispetto al 2020 sempre più persone etero e cisgender hanno compreso che la comunità LGBTQIA+ non è un gruppo omogeneo, ma un insieme di persone con caratteristiche differenti. Il 43% delle persone non queer intervistate si dichiara consapevole del fatto che non esistano soltanto due generi, mentre l’81% crede che le persone non-binary e transgender acquisiranno una maggiore visibilità e familiarità nella loro vita.

Tuttavia, nonostante stia aumentando la consapevolezza riguardo alle tematiche legate alla comunità LGBTQIA+, circa la metà delle persone non queer intervistate trova le conversazioni su questi temi complicate e poco chiare.

Il dato più preoccupante emerso dalla ricerca riguarda l’aumento, rispetto al 2020, di persone LGBTQIA+ che hanno subito discriminazioni, 6 persone su 10 tra quelle intervistate infatti hanno dichiarato di essere state discriminate per il proprio orientamento sessuale o per l’identità di genere. A tal proposito, GLAAD sottolinea che lo scorso anno in diversi stati degli USA c’è stato un pericoloso aumento di proposte di legge contro la comunità LGBTQIA+, specialmente ai danni delle persone transgender.

In questo quadro sociale e politico, è evidente quanto sia necessaria l’approvazione negli Stati Uniti dell’Equality Act, cioè un provvedimento che garantirebbe protezione alle persone della comunità LGBTQIA+ di tutti gli Stati in ambiti della vita dove sono ancora troppo vulnerabili, come lavoro, richieste di prestiti, istruzione e alloggi pubblici. Il disegno di legge, che amplia il Civil Rights Act del 1964 includendo l’orientamento sessuale e l’identità di genere tra le categorie protette dalla discriminazione a livello federale, attualmente è stato approvato dalla Camera dei Rappresentanti ma non dal Senato.

Com’è invece la situazione in Europa per le persone LGBTQIA+?

Uno studio realizzato dall’ILGA, mostra dei cambiamenti positivi in alcuni stati. La Danimarca sta colmando i vuoti presenti nella sua legislazione in materia di leggi anti-discriminatorie attraverso due misure: l’equal treatment law, una legge che comprende salute, istruzione, lavoro, beni e servizi; e il codice penale, includendo l’orientamento sessuale, l’identità di genere, l’espressione di genere e le caratteristiche sessuali tra i fattori aggravanti nei casi di crimini d’odio.

Cresce il numero di Paesi che spingono verso l’uguaglianza, fornendo riconoscimento e protezione alle persone LGBTQIA+. L’Islanda ha riconosciuto a livello legislativo la genitorialità delle persone transgender, mentre la Germania ha proibito la mutilazione dei genitali delle persone intersex. In Francia, il governo ha reso illegali le terapie di conversione basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Cambiamenti legislativi a favore della comunità LGBTQIA+ sono in atto anche in Grecia, Lettonia, Lituania, Serbia, Slovacchia e Slovenia, contrastando la narrativa secondo cui ci sia un grande divario tra est e ovest dell’Europa in materia di diritti per le persone queer.

Purtroppo, ci sono anche notizie negative.

Il Regno Unito è sceso dalla decima alla quattordicesima posizione della Rainbow Map, la classifica di Paesi europei e dell’Asia Centrale stilata dall’ILGA in base ai provvedimenti legislativi attuati per tutelare i diritti delle persone LGBTQIA+. L’ente per le pari opportunità britannico non sta effettivamente tutelando le persone per quanto riguarda l’orientamento sessuale e l’identità di genere. Tra i media e i politici si è diffuso un sentimento transfobico, inoltre il governo non sta facendo nulla di concreto per attuare le riforme sul riconoscimento del genere e sull’eliminazione delle terapie di conversione che aveva promesso.

In Romania le autorità ostacolano la libertà di assemblea bannando gli eventi legati al Pride. L’Ungheria è finita in fondo alla Rainbow Map dopo che il parlamento ha approvato degli emendamenti che discriminano le persone LGBTQIA+, come per esempio il divieto della rappresentazione e della promozione di un’identità di genere diversa dal sesso assegnato alla nascita, del cambio di sesso e dell’omosessualità per chi ha meno di 18 anni.

Dallo studio dell’ILGA emergono delle gravi mancanze in termini di tutela contro discriminazione e violenza in circa metà dei Paesi studiati. Allo stato attuale, su 49 Stati 20 non prevedono alcuna tutela per i crimini d’odio basati sull’orientamento sessuale, mentre 28 paesi non prevedono tutela per violenze basate sull’identità di genere.

In generale, in tutti i Paesi sono state riscontrate due tendenze parallele ma contrastanti. Da un lato, nel 2021 si è registrata l’ampia diffusione di una retorica contro la comunità LGBTQIA+ da parte di politici e altre figure apicali, spesso adottata anche dai media. La conseguenza è stata un’ondata di violenza e crimi d’odio in ogni paese. Dall’altro, gran parte dell’opinione pubblica si discosta da queste posizioni omolesbobitransfobiche. Per esempio, in Ungheria tre quarti della popolazione è contro questa retorica, infatti il 59% del popolo è a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso.

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Com’è la situazione in Italia?

Il nostro Paese si posiziona trentatreesimo sui 49 Paesi presi in considerazione dalla Rainbow Map. La sconfitta più grave in ambito di leggi e diritti per le persone LGBQIA+ in Italia è stato l’affossamento, nell’ottobre 2021, del DDL Zan. Si tratta di un provvedimento che amplia la legge Mancino del 1993, che già punisce i reati e i discorsi d’odio fondati su etnia, religione e nazionalità. Nello specifico, il DDL Zan aggiunge alle categorie di persone tutelate dalla legge quelle discriminate in base a orientamento sessuale, genere, identità di genere e disabilità. L’aspetto più buio della vicenda sono stati i festeggiamenti e le acclamazioni scoppiati tra i politici in Senato nel momento in cui la legge non è passata.

Molte persone sono scese nelle piazze italiane per opporsi all’affossamento della legge, confermando il trend positivo emerso dallo studio dell’ILGA, cioè un’incongruenza tra le scelte politiche della classe dirigente e ciò che invece vuole la popolazione. Tuttavia, continuano ad aumentare i crimini d’odio ai danni delle persone queer. L’organizzazione Arcigay ha registrato 126 episodi di odio omolesbobitransfobico riportati dai media nello scorso anno, di cui 37 riguardano giovani under 20.

Sicuramente leggi che promuovono i diritti delle persone che fanno parte di categorie oppresse e discriminate permettono di prevenire e arginare i crimini d’odio, ma la legislatura da sola non basta.

Bisogna spingere sempre di più verso la promozione di iniziative culturali e sociali che educhino le persone all’accettazione e all’inclusività. Un esempio è l’inserimento dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, anche questo argomento molto dibattuto in Italia, che vede moltə poiliticə contrari.

La rieducazione è un passaggio imprescindibile per contrastare odio e discriminazione, favorendo la costruzione di società in cui nessuna persona sia più discriminata e odiata per un suo tratto identitario.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di:  Markus KrisetyaNikolas GannonAiden CraverSharon PittawaySteven WeeksJack Lucas Smith su Unsplash

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