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Saremo sempre palazzi in costruzione

Saremo sempre palazzi in costruzione

Un palazzo in costruzione, uno scempio, un pugno negli occhi: queste le parole che si dedica Abby, la protagonista di Work in progress, serie tv ideata dalla stessa Abby McEnany e da Tim Mason, con la collaborazione di Lilly Wachowski (sceneggiatrice e regista, insieme alla sorella Lana, di Matrix e Sense8).
Ho subito pensato ad Abby come a una luna di pomeriggio. Italo Calvino scriveva:

“La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse.
È un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare; chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza?”

Non è semplice parlare di una serie come questa, che riesce a toccare senza banalizzare molte tematiche, abbracciandole con la delicatezza e l’ambiguità che le caratterizzano, scavandole nel profondo ma senza renderle le uniche caratteristiche per cui conosciamo Abby. Abby non è solo la sua depressione, non è solo il suo disturbo ossessivo compulsivo, ma è anche una persona estremamente autoironica e una migliore amica eccezionale che riesce a tirare fuori il meglio daə altrə, persino mentre lei sprofonda.
Abbiamo a che fare con una persona sulla soglia dei quarantacinque anni, che si descrive come “grassa, lesbica e queer” e che, sin da subito, mi ha ricordato un “sacco di pulci” che mi sta molto a cuore e di cui custodisco le confessioni come se fossero state rivelate a me personalmente: Fleabag. La correlazione principale tra le due, oltre alla tendenza di entrambe di smorzare la tensione con l’ironia e al rapporto enigmatico con le rispettive sorelle, deriva dal pensiero di non meritare di essere definite femministe. Una perché fortemente dipendente dallo sguardo maschile; l’altra perché si sente una damigella in pericolo in attesa di un principe azzurro. La loro presunta inadeguatezza, che pare non riescano a togliersi di dosso in nessun contesto, rivela con estrema sincerità quanto il femminismo sia una strada intricata e non lineare, che non ha una meta e che, soprattutto, non ha un solo modo di essere percorsa.

Per noi, la storia comincia con una seduta di terapia, anzi, con la seduta di terapia: mentre sta raccontando che la sua responsabile Susan le ha regalato delle mandorle, gesto che Abby accoglie come un attacco estremamente personale che esorta il suo dimagrimento (sicuramente è così, ma avremo tempo per conoscere anche Susan e comprendere di come sia ignara delle conseguenze di ciò che fa e dice), la Dottoressa Franklin è colta da un malore e muore. Non abbiamo neanche il tempo di realizzare l’accaduto che che ci troviamo a elaborare le parole appena pronunciate da Abby: ha disposto quelle centottanta mandorle sopra un mobile e ha deciso che saranno il suo ultimatum. Ne butterà nel cestino una al giorno e, se in prossimità dell’ultima, la sua vita non sarà cambiata in meglio, porrà fine alla sua esistenza, suicidandosi in uno dei mille modi su cui fantastica ogni giorno.

Una delle idee più brillanti e coraggiose della serie è quella di inserire Julia Sweeney (che appare nei panni di sé stessa), attrice nota per aver interpretato Pat nel Saturday Night Live, personaggio dall’estetica androgina utilizzato per deridere e disumanizzare chi non si riconosce nel binarismo di genere. Joey Soloway, regista e sceneggiatrice di “Transparent”, durante i TCA Awards 2017, ha proprio risposto “Pat” quando le è stato chiesto quale fosse la prima volta in cui ha visto se stessa rappresentata in un modo che l’ha ferita, definendolo con il senno di poi “orribile pezzo di propaganda anti-trans”.
Abby la incontra per caso in un pub, e in lei riaffiorano tutti gli insulti e gli atti di bullismo che ha subito per la sua presunta somiglianza: nel corso della serie – nella quale Abby viene anche guardata male non appena si avvicina a un bagno pubblico femminile e si costringe a ricreare una voce stridula per rassicurare le donne presenti che lei possa stare lì – ci saranno diverse occasioni per spiegarle il dolore che ha rappresentato per moltissime persone della comunità.

Il monotono equilibrio della sua vita previsto durante il countdown verso la centottantesima mandorla viene interrotto dall’incontro con Chris, un ragazzo dolcissimo e molto più giovane di lei, che la coglie impreparata su diversi aspetti. I due iniziano a frequentarsi, conoscono a vicenda i propri amici, e contano i minuti che li separano dal vedersi. Chris, che è un ragazzo transgender, ha solo una pretesa nei suoi confronti: Abby non dovrà mai chiedergli il suo dead name.
Vi avverto, alla fine della prima stagione, arriveremo a un punto in cui penseremo di non poterla più guardare con gli stessi occhi di prima: [inizio spoiler] in preda a un momento di estrema rabbia, mentre lei e Chris si stanno lasciando, Abby urla il dead name, che aveva scoperto tempo prima perché scritto su una confezione di pillole. Il nome è censurato, in quanto viene pixellato ovunque e bippato nel momento in cui viene pronunciato, una scelta estremamente coerente con il messaggio della serie. [fine spoiler] Tuttavia, grazie alla seconda stagione – nella quale si approfondiscono le origini della depressione della protagonista che, sin da bambina, sembra dover giustificare a tutti la sua presenza, ogni volta ricominciando da capo a causa dei continui trasferimenti dovuti al lavoro del padre – e alle parole della nuova terapista Joy, otterremo un prezioso consiglio: il mondo non è binario, e non solo nel genere, ma anche nelle nostre esperienze, e non possiamo applicare un giudizio manicheo dei nostri sbagli, soprattutto a quelli più dolorosi.

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Nel marasma, tra tubi che si rompono e distruggono i diari di una vita, promozioni a ruoli non definiti, situazioni familiari complesse e lo scoppio di una pandemia globale, un punto fermo nella vita di Abby è Campbell, sua migliore amica e supporto costante, alla quale confida i suoi più grandi timori e con la quale balla sulle note di Rebel Girl. Risulta molto particolare la scelta di un procedimento inverso a quello che vediamo solitamente nei prodotti audiovisivi: nella prima stagione, si sa poco di Abby, della sua famiglia e delle sue amicizie, poiché ci avviciniamo a lei sulla base di come si relaziona con Chris e di come vive un rapporto d’amore. È nella seconda stagione che viene dato spazio a tutto ciò che la circonda da più tempo, questo perché non ci deve passare per la testa che Chris possa rivelarsi il salvatore delle sue insicurezze. Sebbene sia una nota inaspettata ed estremamente positiva nella sua vita, Abby non si dimentica delle sue mandorle e del suo piano, perché la depressione non passa all’improvviso. Inoltre, attraverso un dialogo delicatissimo tra lei e il padre, si scopre che lui, da Abby sempre considerato immune a qualsiasi emozione e intollerante nei confronti dei suoi traumi, ne ha sempre sofferto, e quelle lunghe passeggiate notturne che lei pensava fossero dovute alla sua insonnia, derivavano dal suo desiderio di scomparire e dalla sua ossessione di smettere di esistere.
Abby ci confida che non è riuscita ad ammazzarsi perché, tra una cosa e l’altra, a impedire il suo suicidio è stata la vita. Siamo palazzi in costruzione, è vero: possiamo rimanere inattivə per anni, abbellirci solo per la facciata, rimanere incompiutə. Ma, che lo vogliamo o meno, siamo visibili, occupiamo uno spazio. E quello spazio è unicamente nostro, e siamo prontə a rivendicarlo ogni giorno.

 

Credits
Work in Progress (TV-serie 2019-2021) | MovieZine

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