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Diventare madre al di là degli stereotipi [Progetto Sorellanza]
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Diventare madre al di là degli stereotipi [Progetto Sorellanza]

Redazione
Articolo di Lisanna Gessi

La prima volta che ho tenuto tra le braccia una neonata urlante ho capito. Era il 2014, ero una studentessa di psicologia all’Università di Milano e stavo lavorando come baby-sitter. La bimba che avevo in braccio piangeva disperata e io non sapevo davvero cosa fare. Ricordo che guardai fuori dalla finestra e, davanti alla torre dell’Unicredit di Milano, pensai per la prima volta che – a dispetto dell’opinione comune – non mi sembrava così assurdo che una donna, divenuta “madre” agli occhi del mondo, potesse avere l’impulso di fare qualcosa contro se stessa o contro il proprio figlio.

Sono passati gli anni, ho incontrato molte mamme coi loro bambini, sono entrata sempre più nel loro mondo e nell’intimità delle case e mai ho dimenticato quella sensazione. Anzi. In ogni incontro, quella sensazione di impotenza e solitudine ha trovato nuove sfumature e retroscena nelle storie delle donne che, giorno dopo giorno, divenivano madri, un passo per volta. È attraverso queste esperienze che ho capito quanto sia folle lo stereotipo sociale per cui una madre nasca automaticamente nel momento in cui nasce un figlio.

Oppure lo stereotipo secondo cui la maternità sia un momento di sola gioia, pienezza e di armonia col tutto. E non perché queste emozioni non siano presenti, ma semplicemente perché in quanto stereotipi non permettono di cogliere e di includere la complessità, l’ambiguità e la contraddizione che le donne molto spesso sentono dentro di sé. Il guardare alle madri a partire da questi stereotipi non lascia spazio all’ascolto, all’accoglienza dei vissuti, e dunque neanche alla possibilità di rielaborarli e trasformarli; anzi, apre le porte alla solitudine, al senso di perpetua inadeguatezza e alla paura di esprimersi.

Come fa notare lo psicologo Charles Tart «Fintanto che un presupposto è implicito e opera al di fuori della consapevolezza cosciente non ha alcuna probabilità di essere contestato e influenza quindi potentemente l’individuo». È invece proprio nell’atto di portare alla luce l’ambiguità intrinseca alla complessità all’esperienza della maternità, che tale ambiguità può essere dissolta e può rivelare il suo significato più profondo. Questa ambiguità è infatti come una sorta di ‘lettera’ dalla vita che chiede di essere decifrata e, andando a fondo nella sua lettura, la madre ha l’opportunità di ritrovare aspetti della propria intimità e della propria essenza, e con questo trovare il proprio naturale modo di essere madre.

Ogni donna che diviene madre ha il diritto (e il dovere) di ritagliarsi uno spazio intimo per interrogarsi su quale sia la sua direzione, su dove andare e perché, su come esprimersi in questo nuovo ruolo. Questo è contemporaneamente un diritto e un dovere: perché è qualcosa che è necessario che venga sempre più riconosciuto e reso parte della nostra “cultura” e“normalità”, e perché l’essere madre include per definizione una responsabilità verso la vita di un altro essere.

Oggi una donna non può aspettare che sia il mondo esterno a “darle” questo diritto, ma è chiamata a riconoscere questa possibilità per se stessa e – come parte di questo cammino – a coinvolgere le persone attorno a lei. Ritagliarsi questo spazio permette alla donna di crescere mentre cresce il figlio: di conseguenza una donna che si prende cura di sé è una madre che si prende cura del proprio bambino.

Lo spazio di cui stiamo parlando è uno “spazio di riflessione”: una porta in cui le diverse parti o aspetti della propria identità possano affacciarsi e comunicare tra loro. Si tratta di armonizzare aspetti come l’essere donna, madre, compagna, lavoratrice, amica o  qualunque altra cosa al fine di concedere a ognuno la giusta espressione e manifestazione. Entrare in questo spazio richiede l’abitare in nuove domande, capaci di trasformare i propri punti di vista e la propria visione del mondo, domande che mettano in crisi per poter successivamente creare nuovi equilibri. Domande facili da capire, ma non semplici a cui rispondere, come:

1. Come dev’essere per te una buona madre? Che cosa non può mancare? Che cosa invece non può essere tollerato?
2. Cosa vorresti che tuo figlio rispondesse alla domanda “quali valori ti ha trasmesso tua madre”?

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Il materno è il canto che accompagna il dono del mondo”, ha scritto Delassus, autore francese del libro “Il senso della maternità”. Il materno è dunque un canto che accompagna, che ha bisogno di tempo, di spazio, di una sua grammatica. È un processo vivente: un appello a cui costantemente e con fiducia e coraggio continuare a rispondere. Ritornando all’esperienza iniziale con la bambina che piangeva: con gli occhi di oggi, posso dire di aver compreso che il diritto principale di cui occuparsi è il “Diritto all’Infanzia”. Ho realizzato che il miglior modo per tutelarlo, è sostenere le madri, e studiare la maternità è lo strumento affinché si possa tutelare il bambino.

Il mio progetto è di contribuire a creare una cultura della maternità che abbia la forza di uscire da una serie di stereotipi fissi, stereotipi che lasciano le donne completamente sole dinnanzi a un evento che è “straordinario” – che esce fuori dall’ordinario. Supportare le madri e sostenere la maternità affinché possa recuperare il valore originario: essere un’espressione della vita prima che uno strumento della società.

Di questi e altri aspetti della maternità parlo nel mio sito. Chiunque desideri approfondire o confrontarsi su queste tematiche, può scrivermi dalla sezione “Contattami”.

Da queste riflessioni è nato anche il progetto “Wonder Mamas” nella libreria “Nani Pittori” di Firenze che ho aperto con due amiche: Elena e Jennifer. Si tratta di un ambiente dedicato alle mamme, in particolar modo a quelle che si sono appena affacciate da quella porta, e che hanno voglia di uno spazio di condivisione e confronto per contrastare l’isolamento e costruire la propria maternità.

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