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Donne e STEM: rivendichiamo il diritto a essere mediocri
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Donne e STEM: rivendichiamo il diritto a essere mediocri

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“Le donne nelle STEM non valgono meno degli uomini. Guardate Samantha Cristoforetti, parliamo di più di queste realtà, alle ragazze serve rappresentazione, guardate: parliamo con questa donna con tre lauree e un dottorato in questa prestigiosa Università Europea.”

Si parla spesso dell’importanza della rappresentazione delle minoranze in contesti a loro preclusi al fine di renderli davvero accessibili – anche mentalmente, a livello di proiezione personale in determinati ambiti. Ma nella frase qua sopra qualcuno avrà forse notato un’esagerazione potenzialmente problematica. Per chi invece ancora non la vedesse mi spiegherò meglio.

Parlerò di STEM e di presenza femminile perché è il contesto che conosco meglio e su cui bisogna a mio avviso fare un’analisi ben precisa. STEM sta per Science, Technology, Engineering and Mathemathics ed è doveroso, se si parla di presenza delle donne, analizzare cosa si intenda per STEM.

Il termine STEM infatti include molti differenti corsi di laurea che non tendiamo a identificare come tali e molti di questi sono ad ampia presenza femminile. Troviamo una percentuale dell’81% nel gruppo Letterario, filosofico, artistico e storico (poiché i corsi di laurea in “Conservazione dei beni culturali” sono classificati come STEM), ma vorrei concentrarmi sul gruppo più socialmente percepito, lo scitech: è quello con le percentuali di presenza femminile più problematiche, che vanno dal 41% del Gruppo Statistico al 20% del Gruppo di Ingegneria Elettronica e dell’Informazione, il gruppo peggiore. Personalmente io appartengo al Gruppo Ingegneria Industriale che si attesta al 21%.

Lo dico pubblicamente: sono una donna nelle STEM e sono mediocre nelle performance. Il mio percorso universitario è stato costellato da numeri, non ho mai avuto un libretto, tutto su di me era riassunto nel numero di matricola dal quale unə insegnante traeva una sola informazione: da quanto tempo sei iscrittə. Nessunə docente universitariə (o della scuola secondaria) ha l’obbligo di conseguire alcuna formazione pedagogica, di conseguenza in questo mondo fatto di numeri le capacità della persona diventano numeri a loro volta. Tempi ristretti ai minimi termini, risultati numerici nel minor tempo possibile come unica fonte di giudizio e voti sempre irrimediabilmente sulla soglia della bocciatura. Esami orali con 50, 100 poi 140 dimostrazioni matematiche a memoria da sapere qui e ora – e se non ci riesci, puoi anche rinunciare.

Il tasso di abbandono durante il primo anno è intorno al 50% e i professori (scusatemi il maschile) te lo dicono il primo giorno. Ma questo cosa c’entra con l’iscrizione femminile? Non voglio cimentarmi nella risposta a questo quesito, vorrei concentrarmi solo su un aspetto specifico che genera questo fenomeno.

Le donne vengono condizionate ad avere un’autostima peggiore dei colleghi maschi, il che le spinge a temere gli insuccessi e a colpevolizzarsi di più per questi. Inoltre, sanno bene di trovarsi in un contesto ancora molto sessista i cui bias sono spesso indimostrabili se non addirittura inconsapevoli. Un contesto che abitua al perenne fallimento non facilita la vita di chi di per sé ha problemi con le performance e soprattutto con l’autostima. Qui si aggiunge un dato molto specifico che viene ripetuto da molti anni: le donne sono in numero minore ma hanno prestazioni accademiche migliori. Hanno voti più alti e finiscono gli studi più velocemente rispetto alla media.

Il commento che si sente spesso a seguito di questo dato è che le donne sono più brave e più intelligenti dei colleghi. Oltre a trattarsi di maschilismo benevolo (che Giulia Blasi tratta benissimo in “Manuale per ragazze rivoluzionarie”), questa affermazione è molto poco scientifica (il che farebbe sorridere, pensando al contesto). Non ci sono studi che accertino che le donne siano più intelligenti o portate negli studi ma ce ne sono molti che accertano che le donne non applicano per ruoli o professioni in cui non sentono di essere perfettamente preparate a differenza dei colleghi maschi che si accontentano del 60% delle richieste iniziali. Questo ci dice che le professioni STEM lasciano indietro una quota ben precisa di rappresentanza femminile: le studentesse medie, se non scarse. Una studentessa “scarsa” deve poter avere la stessa rappresentanza e speranza di un collega “scarso”, perché magari saranno solo due ingegnerə con poca memoria (sì, è possibile, non facciamoci prendere dal panico) o neurodiversə o con una differente storia alle spalle.

Un’altra cosa che le ragazze sanno bene, in particolare per ingegneria, è che le performance medie o scarse precludono la possibilità di esperienze all’estero (dove potrebbero trovare lavoro più facilmente) e in Italia la maggior parte dei ruoli in aziende high tech medio-grandi guardano preferenzialmente due dati: quanti anni hai studiato e che voto hai preso (nel caso qualcunə addettə ai lavori mi stesse leggendo: per fare questo basta un software, non serve pagare lo stipendio di un hr). Ne consegue che molto spesso a chi ha performance scarse resta la piccola-media impresa, a conduzione familiare, con i calendari pornografici in produzione e una sola donna dipendente che si occupa di segreteria o se va bene amministrazione (che, volendo guardare attentamente, sarebbe STEM) e in produzione non hanno nemmeno il bagno per le donne. Voi affrontereste tutto questo se non foste certe di essere tra l’élite che andrà in quelle realtà di eccellenza e parità data solo a costo di performance impeccabili e una cospicua dose di fortuna?

Ho parlato solo di STEM per chiedere una cosa ben precisa a chiunque volesse fare della giustizia sociale e dare rappresentanza a qualsiasi minoranza per cui l’accesso a un determinato ambiente sembra essere precluso: date spazio alle vere persone assenti nella rappresentazione, quelle con performance mediocri. Rappresentiamo le moltitudini di donne in ruoli normali con carriere diverse in cui ci sono stati inciampi, difficoltà. Qui ero stanca, non avevo voglia e volevo solo ballare, lì ho passato un anno a piangere, ma sono qui adesso e la mia storia vale.

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Viviamo in una società performativa che non ammette differenze, iniqua nel riconoscere il merito davanti a differenze sociali ben precise e circostanze del tutto casuali. Il sistema scolastico è quasi interamente popolato da insegnanti che spesso non insegnano, ripetono e giudicano perché senza senza formazione pedagogica di base (e solo adesso si comincia a parlare di neurodiversità e bisogni differenti). Per non parlare di accessibilità delle differenze di classe, del minority stress e dei bias, volontari e non, di un sistema abilista, razzista, sessista e omofobo.

E qui si arriva al nocciolo del problema: l’ambiente femminista. Cosa si chiede alle femministe? Innanzitutto, di essere social, eccellenti comunicatrici e organizzatrici, stacanoviste inguaribili. E poi si chiedono un milione di altre cose:

Non essere “poser”
Fai belle foto
Sii forbita
Efficiente
Sempre aggiornata, sempre presente
Non restare indietro, non prenderti pause
Sii fortunata, riconoscilo, ma conversa solo con chi lo è quanto te.

Ed eccoci al punto di svolta. Il mondo vuole femministe perfette, donne eterosessuali, bianche, abili, cisgender; le vuole colte, coltissime, assolutamente belle. Efficienti, proattive selfmade. Quello che vorrei chiedere a tuttə coloro che lottano per un mondo equo è di dare spazio a tuttə. Credo sia importante raccontare storie mediocri, dare visibilità ai profili carini, alle persone poco qualificate ma con una storia importante da raccontare – e se non avranno le parole, in una rete femminista di mutuo aiuto, sarà bello cercare di prestargliele.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: ThisisEngineering RAEngScience in HD su Unsplash
Leggi i commenti (1)
  • alle femministe non è affatto richiesto di essere belle. semmai io contrario.

    io sono un mediocre quindi spazio pure a quelli/e come me, ok ma i talento quando c’è va riconosciuto perchè uno/a non vale uno/a

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