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#FRIDAYSFORFUTURE: chi è Greta Thunberg e perché venerdì dovremmo tutti scioperare
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#FRIDAYSFORFUTURE: chi è Greta Thunberg e perché venerdì dovremmo tutti scioperare

Giulia Lanfredi

Se dovessi dare un volto allo slogan “The future is female”, darei senza dubbio quello di Greta Thunberg. Sono certa che chi frequenta i social network si sia imbattuto almeno una volta nella foto di questa ragazzina svedese di 16 anni, con in mano un cartello che recita “Skolstrejk för klimatet“.

Per chi non parla svedese, la scritta significa “Sciopero scolastico per il clima”. Greta infatti è diventata famosa per aver iniziato nell’agosto 2018 a scioperare nel senso letterale del termine, saltando la scuola in segno di protesta contro l’indifferenza della classe politica nei confronti dell’emergenza ambientale. Ogni giorno dal 20 agosto fino al 9 settembre – quando si sono tenute le elezioni in Svezia – ha tenuto un sit-in davanti al parlamento svedese, in compagnia del suo ormai iconico cartello. Quello che era iniziato come un gesto solitario è nel corso dei mesi diventato un vero e proprio movimento che ha portato tantissimi suoi coetanei, prima in Europa e poi pian piano anche nel resto del mondo, a unirsi alla sua protesta pacifica. Dopo le elezioni infatti Greta non ha smesso di scioperare, ma ha creato un appuntamento settimanale fisso ogni venerdì. Così è nata l’iniziativa “Fridays For Future”, ovvero i “venerdì per il futuro”, in cui studenti di tutto il mondo prendono parte allo sciopero e scendono in piazza a manifestare contro i cambiamenti climatici.

“You say you love your children above all else, and yet you are stealing their future in front of their very eyes” – Greta Thunberg

Cosa chiede Greta?

Stando all’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), abbiamo ancora 12 anni a disposizione per contenere l’aumento della temperatura terrestre entro +1.5°C. Per fare ciò però è necessario dimezzare le emissioni globali di CO2 entro il 2030 e azzerarle entro il 2050. Quelli che potrebbero sembrare numeri irrisori a chi non ha dimestichezza con il problema del surriscaldamento globale, sono in realtà degli obiettivi molto difficili da raggiungere allo stato attuale delle cose. Le emissioni di gas serra infatti continuano ad aumentare anno dopo anno e, nonostante l’impegno promesso dai governi di tutto il mondo in occasione della firma dell’accordo di Parigi (2015), sono ben poche le misure concrete al momento in atto che ci permetterebbero di rimanere al di sotto della soglia limite del +1.5°C. Lo scorso dicembre, in occasione della United Nations Climate Change Conference tenutasi in Polonia (conosciuta come COP24), Greta ha parlato così ai politici e alle istituzioni presenti: “Voi parlate solamente di un’eterna crescita economica ‘sostenibile’ perché avete troppa paura di risultare impopolari. Parlate solo di andare avanti secondo gli stessi principi errati che ci hanno ridotti in questo caos, anche quando l’unica cosa ragionevole da fare sarebbe tirare il freno a mano. Non siete abbastanza maturi per dire le cose come stanno. Lasciate anche questo onere a noi ragazzi. Ma a me non importa di essere impopolare. A me importa la giustizia climatica e la vita su questo pianeta. La nostra civiltà viene sacrificata affinché un numero esiguo di persone continui ad arricchirsi a dismisura. La nostra biosfera viene sacrificata affinché le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Il lusso di pochi si paga con la sofferenza di molti”.

La protesta di Greta ha dato una vera e propria scossa alla lotta ambientalista. Il suo messaggio infatti è che, di fronte a questa impresa enorme, non basta l’azione individuale di poche persone. Serve invece esigere dai nostri politici delle misure drastiche e sistemiche e, se “non sono abbastanza maturi” da rendersi conto dell’urgenza di tali provvedimenti, tocca a coloro che si troveranno a pagare le conseguenze di un mancato intervento – ovvero i più giovani – esercitare tutta la pressione possibile affinché la classe politica si attivi al più presto. La mobilitazione di studenti su scala globale che il suo appello è stato in grado di destare ha il carattere dell’eccezione e dimostra come la rabbia e la preoccupazione di chi vede le generazioni precedenti continuare a distruggere il nostro pianeta stiano facendo la differenza. Ed è proprio alle generazioni precedenti, che detengono il potere economico e politico, che Greta si rivolge. A gennaio è stata infatti ospite del World Economic Forum a Davos, in Svizzera, dove ha pronunciato le seguenti parole di fronte ai capi di Stato di tutto il mondo:

“Gli adulti continuano a dire: ‘Lo dobbiamo ai giovani, dobbiamo dare loro speranza’. Ma io non voglio la vostra speranza. Non voglio che siate speranzosi. Voglio che andiate nel panico. Voglio che sentiate la stessa paura che provo io ogni giorno. E poi voglio che agiate di conseguenza. Voglio che agiate come agireste per affrontare una crisi. Voglio che agiate come se la nostra casa stesse andando a fuoco. Perché sta andando a fuoco.”

Ovviamente le risposte della classe politica non sono tardate ad arrivare. La cosa sorprendente è come molte delle critiche non entrino nemmeno nel merito del messaggio di Greta, ma si limitino a condannare la sua protesta in quanto sta incoraggiando ragazzi e ragazze in tutto il mondo a saltare giorni di scuola. Questo tipo di reazione dimostra ancora una volta quanto la classe dirigente non abbia colto la gravità della situazione del nostro pianeta, rendendo la mobilitazione dei più giovani ancora più necessaria. In questo senso la risposta della sedicenne svedese si è dimostrata ancora una volta molto più matura dei commenti dei suoi detrattori. In risposta alle critiche di Theresa May infatti ha dichiarato: “Il Primo Ministro britannico dice che i ragazzi che scioperano stanno ‘sprecando ore di scuola’. Potrebbe anche darsi il caso che sia così, ma i nostri leader politici hanno sprecato 30 anni di inazione. Il che è decisamente peggio.”

Il concetto di “Climate Justice”

Il principio cardine che guida la protesta di Greta è quello di “Climate Justice” ovvero “giustizia climatica”. Questo concetto consiste sostanzialmente in un approccio etico e intersezionale alla lotta ambientalista. Ciò che sta accadendo al nostro pianeta non riguarda solamente la comunità scientifica in senso stretto e i fenomeni naturali, ma è un processo causato in primo luogo da dinamiche economiche, politiche e sociali. Per questo motivo la tutela dell’ambiente non può e non deve essere separata dallo studio delle ineguaglianze e dei rapporti di potere tra nazioni e tra individui. Questo è uno dei motivi per cui un sito come Bossy cerca di occuparsi quanto più possibile, e nei limiti delle nostre competenze, di tematiche ambientali.

I cambiamenti climatici non sono responsabilità di tutti allo stesso modo. Al mondo ci sono Paesi che storicamente si sono appropriati (e continuano ad appropriarsi) di più risorse, a partire dall’epoca coloniale sino ai giorni nostri ed è loro responsabilità oggi mettere più impegno nel trovare una soluzione al consumo eccessivo di risorse e investire in energie “pulite” e in modelli di consumo più sostenibili sotto ogni aspetto della nostra vita, con politiche che riguardino l’agricoltura, i trasporti, la produzione industriale e molto altro. Si tratta infatti di un investimento che comporta dei costi inizialmente inaccessibili per i “Paesi in via di sviluppo” ma che risulta essenziale anche per evitare un fenomeno già in atto: Paesi con un alto tasso di povertà che ripercorrono le stesse strade delle potenze mondiali perché più economiche, ma purtroppo più inquinanti. Per raggiungere dei risultati a livello globale, perciò è necessario che chi ha più risorse ricerchi e metta a disposizione di tutti gli strumenti per migliorare le condizioni di vita dei cittadini, facendo in modo che la somma totale dell’azione umana sul nostro ecosistema sia sostenibile sia per noi che per le generazioni future.

Vivere in un sistema di risorse finito – in quanto la Terra non è in continua espansione – significa dover fare i conti con il fatto che non possiamo tutti continuare a produrre sempre di più, consumare sempre di più e creare sempre più rifiuti. L’approccio di giustizia sociale non si concentra solamente sulla somma totale, ma anche su come il totale è ripartito in frazioni. Non tutti hanno accesso alle stesse risorse e non tutti hanno lo stesso impatto ambientale. Ma soprattutto, coloro che sono meno responsabili dei danni ambientali sono coloro che ne pagano il prezzo più alto. Questo è vero sia in termini inter-nazionali, con i Paesi più poveri che si trovano ad affrontare i cambiamenti climatici più ardui (i quali causano tra le altre cose anche importanti flussi migratori), sia in termini intra-nazionali. La capacità di rispondere agli effetti del surriscaldamento globale infatti sono mediate da fattori quali genere, classe sociale, etnia e reddito. I gruppi più vulnerabili sono quindi le donne, le minoranze etniche, le persone meno abbienti e le persone di colore. Per tutti questi motivi la lotta femminista e quella ambientalista sono più collegate di quanto si potrebbe pensare a primo impatto. Greta riassume in modo molto chiaro tutte queste dinamiche nel – consigliatissimo – TEDTalk che ha registrato a Stoccolma lo scorso Novembre:

Lo sciopero globale del 15 marzo

Da qualche mese a questa parte anche in tantissime città italiane ci sono gruppi di studenti che ogni venerdì si riuniscono per scioperare e partecipare ai #FridaysForFuture. Venerdì 15 marzo però c’è in programma una manifestazione globale ancora più grande, chiamata “Global Strike For Future”. Maggiori informazioni sono disponibili nell’evento Facebook e sul sito (e profili social) di Fridays For Future Italy. L’invito a chiunque stia leggendo questo articolo è quindi quello di partecipare come può all’iniziativa. Non solo ai ragazzi, ma anche agli adulti. Perché come ci ricorda Greta:

“Abbiamo bisogno di speranza, ovviamente. Ma ancor più che di sperare, abbiamo bisogno di agire. Quando iniziamo ad agire, la speranza è dappertutto”

 

Gli appuntamenti in alcune delle principali città italiane:

Ancona – 9.30 Monumento del Passetto, a seguire corteo fino a Piazza Roma

Bari – 9.30 Piazza Diaz, a seguire corteo verso Piazza della Libertà

Bologna – 9.00 Piazza Maggiore

Cagliari – 9.30 Piazza Garibaldi, a seguire corteo fino alla zona pedonale del porto

Firenze – 9.00 Piazza Santa Croce

Vedi anche

Genova – 9.30 Piazza De Ferrari

L’Aquila – 13.00 Piazza San Bernardino

Milano – 9.30 Cairoli, a seguire corteo fino a Piazza della Scala (dove si terrà il sit-in principale verso le ore 11)

Napoli – 9.00 Piazza Garibaldi

Palermo – 9.00 Piazza Verdi, a seguire corteo verso il Palazzo dei Normanni

Perugia – 8.30 Giardini di Santa Giuliana

Roma – 11.00 Piazza Madonna di Loreto

Torino – 9.30 Piazza Arbarello, a seguire corteo fino a Piazza Castello dove si terrà l’evento principale con il climatologo Luca Mercalli e altri ospiti

Trento – 9.00 Via Verdi

Trieste – 14.30 Piazza dell’Unità

Venezia – 9.00 Stazione Venezia Santa Lucia

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