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“Froci e puttane”: il cambiamento passa dal linguaggio. Intervista a Dario Accolla.

Froci e puttane”: il cambiamento passa dal linguaggio. Intervista a Dario Accolla.

Articolo di Angelo Serio

Le unioni civili, il matrimonio egualitario, le adozioni per le coppie omosessuali rappresentano sicuramente dei traguardi sociali e politici, dei passi verso l’uguaglianza: ciò significa che pur essendo elementi necessari, non sono condizioni sufficienti per un reale cambiamento.

Rappresentano, ed è per questo che ci si batte con particolare forza, ciò che permette, essendo visibili e concreti, di individuare un gap: fanno in modo di raggiungere uno status e un’istituzionalizzazione. Ma oltre alla vetrina, c’è qualcosa di più occulto, di meno palese: è ciò che si nasconde dietro la semantica, la linguistica, le parole, i toni. Le pause.

Cose di cui nemmeno ci si accorge, ma che celano giudizi di valore. E talvolta non li celano nemmeno, escono fuori con la codardia del livore e dell’astio di chi insulta, di chi vuole sottomettere, svalutare, deridere. Tante volte costui/costei ci riesce, altre volte no: chi ha gli anticorpi resiste, chi non li possiede soccombe.

È una partita importante.

Ti vuoi sposare? Lotti per il matrimonio. Vuoi adottare? Lotti per le adozioni. Non è così semplice, è dura, chiaramente, ma gli obiettivi sono limpidissimi: matrimonio e adozioni.

Ma come si combatte contro la “cultura”? Quali sono i fili che si devono toccare, dove bisogna mettere mano?

Perché è proprio questa la cartina tornasole del cambiamento. Se non si opera su quella, amici miei, potrete anche sposarvi e adottare, ma sempre froci rimarrete. O potrete anche avere lo stipendio uguale a vostro marito, visto che fate lo stesso lavoro, ma puttane restate.

Parliamo di questo con Dario Accolla, uno fra i più noti attivisti LGBT del panorama italiano. Ha un blog suo, Elfobruno, collabora con il mensile Pride e con Il Fatto Quotidiano. Ha da dario-accollapoco contribuito a fondare Gaypost.it. Ma soprattutto è insegnante e scrittore: ha un dottorato in Filologia moderna, ha approfondito la Linguistica e i Gender Studies. Il suo ultimo libro è “Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile”.

Angelo. Partiamo dall’inizio: che cosa sono bullismo e omofobia? Come questi due concetti sono legati al linguaggio giovanile?

Dario. L’omofobia è un “dispositivo culturale” di difesa per cui si identifica il diverso – l’omosessuale, nel caso specifico – come nemico rispetto al “normale”, ovvero l’eterosessuale. Si crea così, nella società, una distinzione tra norma e ciò che sfugge ad essa. Il suo motore, in altri termini, è la paura di apparire diversi e quindi non accettati (e non accettabili, di conseguenza). Il bambino impara da subito che l’omosessualità è qualcosa di svantaggioso, senza sapere tuttavia in cosa consiste il fenomeno. Il bullismo è un meccanismo di persecuzione, invece. C’è una vittima, un gruppetto di persecutori e un “teatro” in cui le violenze, verbali, psicologiche e fisiche, si consumano con una ritualità precisa. Non è il semplice dispetto di un compagno contro un altro, è un sistema di angherie messe in atto contro una persona vista come fuori canone. Bullismo e omofobia, quindi, si incontrano su questa stigmatizzazione di ciò che sfugge a una norma condivisa.

A. Possiamo affermare che si compia, già ai tempi della socializzazione scolastica, una “costruzione linguistica del diverso”?

D. Come ho già detto, si impara prima di conoscere le persone omosessuali che esser tali è uno svantaggio. Più in generale, che far parte di una minoranza è qualcosa di poco desiderabile. Siccome assorbiamo queste informazioni dal modo che hanno gli adulti di narrare la realtà (per come l’hanno assorbita, a loro volta), entriamo in un vero e proprio “brodo verbale” in cui veniamo coltivati e, di conseguenza, addestrati per vedere come potenzialmente pericolose le diversità. Gay e lesbiche non sono le uniche categorie, d’altronde. Pensiamo a come ci viene raccontata l’emigrazione o la comunità rom. Per tutte queste categorie il primo atto di discriminazione è di tipo linguistico e risiede in quella narrazione.

A. Anche tra amici (eterosessuali o omosessuali), magari in forma scherzosa, ci si chiama “frocio” o “ricchione”. Cosa c’è sotto lo scherzo, in forma più latente?

D. Il linguaggio è veicolo di stereotipi e pregiudizi. Pensiamo ai proverbi o ai modi di dire sul mondo femminile: “chi dice donna, dice danno”, “donna al volante, pericolo costante”, “auguri e figli maschi”. Magari possiamo scherzarci sopra, ma sono indicativi di una cultura misogina. Lo stesso si può dire della terminologia utilizzata sui gay. Dietro c’è un pregiudizio. Poi, va detto, altra cosa è l’uso di certe parole per rivendicarle e desemantizzare un contenuto negativo: si pensi al termine queer, un tempo spregiativo. L’uso linguistico, poi, è sempre relativo al contesto e alla volontà comunicativa. Le parole possono far male o accarezzare, perdere connotazioni negative e assumere significati nuovi. Ma è un processo culturale non semplice, che va accompagnato da una cultura di educazione alle diversità.

A. Esistono forme di violenza fisica e forme di violenza più velate, ma non per questo meno dure: il linguaggio omofobico è uno di quelli. Della prima conosciamo gli effetti, ma quali sono, nello specifico, gli effetti della seconda?

D. Nel mio libro raccolgo una serie di descrizioni, pareri e insulti sul mondo LGBT. Mi ha stupito vedere come, per molti intervistati, le tre cose coincidono. Gay, “persone che si atteggiano in un certo modo” ricchioni, culattoni, ecc, rientrano in un’unica fenomenologia. Essere gay sembra essere un insulto. Perché l’essere gay viene raccontato come fenomeno di cui avere paura o vergogna. Come ci si sentirebbe a vivere in un mondo che ti percepisce, ti narra e ti tratta come un mostro da evitare? Nei contesti giovanili ciò può portare a isolamento, scarso rendimento scolastico, disordini alimentari, forme di autolesionismo (anche fisico) fino al suicidio. Mi domando e chiedo spesso a chi mi ascolta, nelle scuole: è questo che vogliamo per i nostri allievi e le nostre allieve? Anche perché una cosa che non si sa è che non devi essere gay o lesbica per essere vittima di bullismo omofobico o di omofobia più ad ampio raggio: basta credere che chi abbiamo davanti sia “dell’altra sponda”, per ricalcare un modo di dire, e possono cominciare i guai. Ed è già successo, con esiti tragici.

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A. Pensi che esista anche una forma di discriminazione linguistica per le donne? Pensi si possa parlare di maschilismo linguistico?

D. Assolutamente sì. Basti vedere usi banali come l’articolo di fronte il cognome, ad esempio. O l’uso generalizzato del maschile. Faccio sempre un esempio. Pensiamo alla frase “la mamma ha sistemato l’armadio”. E subito dopo, sostituiamo “la mamma” con “il papà”. La frase cambia completamente significato. Ciò è indicativo della cultura sessista nella quale siamo ancora immersi.

A. Che effetti ha l’omofobia (e il maschilismo linguistico) sul modo di vedere e relazionarsi all’omosessualità (e alle donne)?

D. Omofobia e maschilismo sono le due facce della stessa medaglia. È un discorso ampio e complesso, ma per semplificare molto: il problema dell’essere gay è il richiamo a una sessualità che femminilizza l’uomo. Essere come una donna, in altri termini, è considerato poco onorevole. E a ben vedere, quando si insulta un uomo per la sua omosessualità, vera o presunta, lo si chiama al femminile. Abbattimento di stereotipi di genere e cultura al rispetto delle differenze sono strategici, nella creazione di una realtà più inclusiva e meno violenta.

A. Cosa si fa di concreto, oggi, nelle scuole per arginare il fenomeno del bullismo legato all’omofobia? Cosa pensi sia necessario fare a livello “macro”?

D. Dopo gli ultimi anni, dopo la mancata approvazione della legge contro l’omofobia e dopo il “pericolo del gender” a scuola, l’azione di insegnanti e dirigenti è molto difficile. I genitori vicini a certe aree politiche di natura omofobica sono agguerritissimi. Si bloccano i progetti di educazione sessuale, di lotta al bullismo, di educazione alle differenze. Tutto viene bollato come tentativo di pervertire le nuove generazioni. Molti presidi, per paura di avere qualche guaio, lasciano correre. Io credo che sia la peggiore forma di collateralismo alle violenze che si consumano tra corridoi e banchi. Per fortuna c’è l’azione di singoli/e docenti che è meritoria. Dovrebbe intervenire il governo con politiche mirate. Dubito, tuttavia, che il nostro esecutivo sia all’altezza di questo compito. Basta vedere chi siede al Viminale.

A. Come ti comporti tu, in quanto insegnante? Che consigli ti senti di dare ai tuoi colleghi?

D. Mi comporto come i miei colleghi eterosessuali: non entro in aula a dichiarare il mio orientamento sessuale e non lo nascondo nemmeno. Nelle mie classi sanno di me. È venuto in modo spontaneo, dopo un episodio in cui un allievo si lamentava che veniva insultato con la parola “gay”. Mi è sembrato giusto ricordare loro che così rischiavano di offendere anche me. Adesso c’è qualche mia alunna che aspetta l’approvazione delle unioni civili perché vuole vedermi “sposato”. Credo sia una bella cosa. Ai miei colleghi dico solo di essere se stessi e di avere coraggio, valutando eventuali rischi di un coming out in contesti poco amichevoli. Va benissimo un atto di militanza e uno scatto d’orgoglio. Meno bene il martirio. In ogni caso, ognuno deve essere libero di essere se stesso, come meglio crede. Io penso questo.

Leggi i commenti (1)
  • ogni parola dipende dal contesto in cui viene usata. E invece che normale e anormale si dovrebbe parlare di statisticamente frequente e statisticamente meno frequente ma comunque legittimo

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