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“Le solite scuse”: in anteprima, il primo disco di Grecale
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“Le solite scuse”: in anteprima, il primo disco di Grecale

Valeria Lucia Passoni

Oggi presentiamo “Le solite scuse”, il primo disco di Grecale, in uscita venerdì 26 febbraio. Andrea Chiapparino all’anagrafe e già noto per il suo progetto Party Animal, Grecale è un cantautore pugliese che rimanda alle atmosfere di Niccolò Fabi, Colapesce e Mac DeMarco.

Anticipato a fine gennaio dal singolo “I Muri di Casa“, “Le solite scuse” racchiude sette tracce nu-folk che sanno di semplicità, campi di grano al tramonto, intimità e mare. Sette brani che parlano di ritorni al sud e a noi stessə. Un disco – viaggio personale che Grecale fa, scavando fino alle origini di sé come uomo e come artista, evocando i propri ricordi, le tradizioni e il legame con la Puglia, con la sua religiosità, tra folclore e sentimento. Accompagnato dall’artwork di Francisco Romero Zafra, l’album è stato composto da Andrea interamente con chitarra e voce e una produzione che rivela il legame con la sua terra.

Con Grecale, abbiamo parlato del disco, delle sue influenze e delle tradizioni.

Andrea, per presentarti: cosa ascolti quando non scrivi/suoni? Nel panorama cantautorale italiano e straniero, chi sono ə artistə per te d’ispirazione?

Il momento della non scrittura è fondamentale per poter raccogliere tutti i suoni e le idee che, come in un contenitore, confluiscono nella composizione tramite le sensazioni raccolte. Cerco di avere un ascolto vario che non si fossilizzi, per così dire, su un unico genere, perché mi è sempre piaciuto trovare suoni ibridi. Ascolto molta elettronica come Four Tet o Apparat ma anche il folk di Sufjan Stevens, senza il quale Grecale non sarebbe nato. Per quanto riguarda il panorama italiano, sicuramente non posso non citare Andrea Laszlo De Simone: il suo album “Uomo Donna” è stato consumato fino alla fine numerose volte.

Che cos’è la tradizione per te? Quali sono le tradizioni che ami e che ti tieni stretto?
In “Le solite scuse”, la Puglia di tradizione trasuda ogni brano, il folclore, la terra, il suo volto religioso, si sentono profondamente a partire dalla copertina: quando si parla della tua regione d’origine, cosa non si dice mai? E su cosa, al contrario, si pone troppo l’attenzione? Con il disco che oggi pubblichi, cosa hai cercato di fare emergere della Puglia?

Spesso si pensa alla tradizione come una bolla negativa, con molta chiusura in sé, un dialogo a un’unica voce. Studiando Etnomusicologia all’università ho capito come la tradizione possa essere un modo per interpretare il presente, una mediazione che serve per avere un respiro ampio con culture diverse ma anche per la conoscenza della propria. Nel periodo precedente la composizione del disco ero immerso nell’ascolto delle marce funebri per via del progetto di tesi che stavo portando avanti. Campionare quei brani musicali è stato un punto di partenza per unire suoni della tradizione all’elettronica e al cantautorato. La paura più grande è la perdita di sottostrati culturali che sono presenti in ogni città in modo peculiare. In minima parte ho cercato di portare in risalto i suoni che vivono in questa terra che spesso è guardata con forte disinteresse soprattutto da chi ci abita. Si tende nella maggior parte dei casi a uno slancio verso l’esterno mentre quello che ci serve è la conoscenza di radici che ci possano aiutare ad analizzare il tutto.

Il brano che dà il titolo al disco intreccia il martirio di Santa Lucia al tema del femminicidio, una scelta non comune: perché parlarne e perché soprattutto è importante non ne parlino solo le donne ma anche gli uomini per fare informazione, ma anche formazione? Quali sono “le solite scuse” utilizzate per giustificare le violenze sulle donne e per colpevolizzarle quando sfociano nella loro morte? Ci libereremo dal retaggio culturale e di tradizioni – per restare in tema – che impattano, ancora oggi sulle donne in termini di considerazione, aspettative, trattamento e stereotipi?

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“Le solite scuse” è un momento di riflessione: partendo dal martirio di Santa Lucia, morta perché nega la propria vita a un uomo, si ricollega più in generale al femminicidio. L’idea era la sensibilizzazione di un tema che non dovrebbe renderci indifferenti e che purtroppo continua a spargersi come una macchia d’olio. È importante che, oltre alle donne, a parlarne siano anche gli uomini perché sono loro a impugnare il “coltello alla gola”. Le “scuse” sono quelle che raccontiamo per rimanere incollati a un privilegio, sono quelle che spaventano la parte dell’uomo privando l’altro, le donne, del diritto alla libertà, fino a raggiungere la privazione più estrema: quella di esistere. Bisognerebbe prendere una coscienza effettiva di quello che accade e non trovare sempre un capro espiatorio, la colpa, in qualcun altro.

Dai testi del disco, ci citi una frase che più rappresenta questo tuo esordio da cantautore che scrive nella propria lingua madre? Come cambia la stesura di un testo quando viene realizzato in lingua inglese rispetto allo scriverlo in italiano? Se pensi alla tua precedente esperienza come Party Animal, quale lirica ti dà più soddisfazione e intensità comunicativa?

“Chilometri di grano arso baciato dal sole” è una frase che racchiude in estrema sintesi il disco. È il vento che soffia, è il caldo estivo che ho voluto sottolineare nei testi, come racconto di un’istantanea di viaggio. La scrittura in inglese non riusciva a descrivere a pieno ogni sfumatura e colore che avevo intenzione di rappresentare, soprattutto per questo ho pensato a un cambio di lingua nella mia musica. In Party Animal, l’uso della voce era uno strumento intersecato negli altri, non mi importava molto cosa dicevo, bastava la sonorità di questa o quella parola. Il testo più autobiografico di quel periodo è “Riviera”: ha saputo trasmettere prima di altri testi la voglia di raccontarsi che a breve sarebbe uscita fuori.

All’orecchio saltano subito i campionamenti delle marce religiose che hai inserito nel disco: quali sono gli altri aspetti che ti piacerebbe notasse chi ascolta il disco? Qual è il brano di cui sei più soddisfatto?

Chi ascolta questo disco vorrei cercasse come prima cosa una propria immaginazione ascoltando non tanto la musica ma le parole. Hanno delle tematiche ben precise ma l’intenzione è che ognuno possa ritrovare un suo mondo, la sua comfort zone. Sarebbe interessante anche far crescere in chi ascolta la curiosità di ascoltare i pezzi da cui sono tratti i campionamenti delle marce funebri, come la tromba di “Gelsi” ripresa da “Jone” o i clarinetti di “Venerdì”. Quest’ultimo è anche il brano a cui ho dedicato più tempo durante la fase di arrangiamento e a cui sono più legato. Riesce ad avere un’avvolgenza e un calore che gli altri pezzi non hanno in completezza. Il testo ad esempio è il racconto delle processioni pasquali in cui si porta la statua della Madonna l’Addolorata per le strade cittadine alla ricerca di Cristo, ma quello che volevo rappresentare era il lato umano, non religioso, la disperazione di una madre alla ricerca di un figlio con un destino già scritto.

Artwork di Chiara Reggiani

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