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Hidden figures: il diritto di contare
Dark Light

Hidden figures: il diritto di contare

Giulia Lanfredi

“8 Marzo: Giornata internazionale della donna.”
Rieccoci, quel periodo dell’anno è tornato. Confesso di non aver mai apprezzato troppo questa ricorrenza, con le sue mimose regalate quasi per forza e i messaggi d’auguri spesso pieni di luoghi comuni (magari con citazioni di Fiorella Mannoia a casaccio).
Ma soprattutto con lo scambio di battute più stereotipato di sempre:

«Perché oggi è la “festa delle donne”? Perché esiste una giornata apposta per loro? E perché non c’è anche una “festa degli uomini”?»
«Perché la “festa degli uomini” è tutti gli altri 364 giorni!»

Chiariamo: il motivo storico per cui si celebra questa ricorrenza è importantissimo, ma quasi nessuno sembra ricordarsene e quella che potrebbe essere un’occasione per intavolare delle profonde riflessioni sulle conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne (e sulla strada che ancora resta da fare per raggiungere la parità tra i sessi), si trasforma invece nella fiera delle banalità. Quest’anno, però, vorrei provare a fare una cosa: smettere di lamentarmi e “reagire” con positività a una cosa che di base non mi esalta in modo particolare. Ovvero consigliando a tutti di festeggiare questa giornata, ma di farlo in un modo diverso: andando al cinema. Se cercaste la data di oggi nella mia agenda infatti non trovereste scritto “Festa della donna” bensì, a caratteri cubitali, “Esce Hidden Figures in Italia!”.

A voler essere precisi, il titolo scelto per la traduzione italiana è Il diritto di contare, ma a parere di chi scrive, l’originale rende molta più giustizia al messaggio della pellicola. Hidden figures significa figure nascoste e racconta la storia di un gruppo di donne afroamericane che, nei primi anni ’60, lavoravano per la NASA come “calcolatrici”. Negli anni precedenti alla diffusione dei computer, infatti, ogni calcolo doveva essere effettuato manualmente e lo Space Task Group aveva bisogno ogni giorno di una grande quantità di studi matematici a supporto dei progetti in cantiere. Per svolgere questo immenso e delicatissimo lavoro era stato costituito un gruppo di donne nere che fungevano da veri e propri computer manuali. Sono loro le “figure nascoste” che hanno contribuito al raggiungimento di alcuni tra i più grandi traguardi della storia dell’umanità, rimanendo però nell’ombra: non solo perché donne, ma perché donne nere. La vicenda, infatti – ed è bene ricordarlo subito, si tratta di una storia vera – è ambientata nel 1961 in Virginia, in piena segregazione razziale.

Il film si districa tra le storie delle tre protagoniste, amiche e colleghe facenti parte del gruppo di colored computers (la traduzione letterale del termine inglese “computer” è infatti proprio “calcolatore”). Katherine, Mary e Dorothy provengono dalla stessa cittadina, sono emarginate da una società fortemente razzista che permea anche il luogo di lavoro e, soprattutto, sono tre personaggi che in modi diversi rappresentano il cambiamento. O meglio, l’inizio di un cambiamento. La loro è una storia di ribellione di fronte all’ingiustizia: ribellione che però non è fatta di violenza, piuttosto di resistenza. Sono tre eroine anticonvenzionali perché non si oppongono al sistema contestandone direttamente le leggi oppressive – cosa che non avrebbero potuto fare dato il livello di repressione dell’epoca – ma dimostrano al sistema che è esso ad avere bisogno di loro e del loro talento.

Se non siete ancora convinti a lasciar perdere le mimose e correre invece a prenotare un biglietto per questa sera, ecco quattro ulteriori motivi:

1. Da figure nascoste a protagoniste

La prima ragione per cui Il diritto di contare è un film così importante, è che racconta la vicenda di uno degli avvenimenti chiave della storia della NASA da un altro punto di vista rispetto a quello delle cronache ufficiali. Come già detto, siamo nel 1961 e l’istituto di ricerca spaziale americano sta mettendo a punto una missione che prevede di mandare per la prima volta un astronauta nello spazio. Si tratta di una questione politica, prima ancora che scientifica: i russi hanno infatti già lanciato in orbita un satellite e in un clima di piena guerra fredda la pressione per una “risposta” americana che ribadisca il primato della nazione è fortissima. È in questo contesto che tre donne afroamericane giocano un ruolo chiave per la realizzazione del progetto:

Katherine Goble Johnson

La pellicola si apre con la Space Task che si trova in un momento di difficoltà: il progetto non riesce a decollare perché mancano gli strumenti per poter calcolare correttamente le traiettorie di lancio. Così Al Harrison, alla guida dell’unità, richiede di poter aggiungere al suo team un matematico esperto che si dedichi esclusivamente alla parte di studio numerico. Per ricoprire questo ruolo viene selezionata Katherine, parte del gruppo di calcolo di donne nere che opera in una sede separata del centro di ricerca NASA. Katherine è, sin dalla prima infanzia, un’enfant prodige della matematica e grazie alla sua mente brillante apporta un contributo fondamentale alla riuscita della missione.
Il suo percorso però è tutt’altro che idilliaco: è fin da subito osteggiata dall’astio dei colleghi – tutti uomini bianchi – della nuova unità, che non vogliono riconoscere di aver bisogno del suo talento e cercano di ostacolarla nel lavoro quotidiano, anche quando viene loro espressamente chiesto di collaborare con lei. Grazie alla sua forza di resistenza e perseveranza (questo elemento si vede bene quando continua con caparbietà a firmare a nome suo gli studi che effettua, nonostante le venga ogni volta ripetuto con sprezzo che “le calcolatrici non possono firmare i report”), Katherine riesce a ottenere il rispetto e la considerazione che merita e diventa una figura di spicco della NASA.

La Johnson è considerata ancora oggi, all’età di 88 anni, una delle più influenti scienziate americane: ha preso parte alla progettazione dell’ Apollo 11 – la missione che nel 1969 portò l’uomo sulla Luna – , dell’Apollo 13, ed è stata a lungo parte dello Space Shuttle Program. Nel 2015 è stata insignita della Presidential Medal of Freedom, una delle più prestigiose onorificenze civili americane.

Mary Jackson

Tra le tre, la sua è forse la storia che più si avvicina al concetto di attivismo: Mary è quasi una combattente nel senso moderno del termine, e anche se la sua battaglia è volta principalmente a cercare di raggiungere un traguardo personale, in realtà pone le basi per un vero e proprio cambiamento culturale. Il suo sogno, infatti, è quello di diventare ingegnere, per studiare l’applicazione pratica dei principi matematici sui cui ha a lungo lavorato in quanto “calcolatrice”.
Nel 1953 inizia a lavorare al progetto del Supersonic Pressure Tunnel sotto la supervisione di Kazimierz Czarnecki (nel film rinominato Karl Zielinski), il quale da subito la incoraggia a continuare i suoi studi per diventare ingegnere ed essere promossa a tale posizione nella NASA.

Karl: «Mary, una persona con una mente da ingegnere dovrebbe essere un ingegnere. Non puoi rimanere una calcolatrice per tutta la vita
Mary: «Mr. Zielinski, sono una donna nera. Non posso aspirare all’impossibile
Karl: «E io sono un ebreo polacco i cui genitori sono morti in un campo di concentramento nazista. Eppure in questo momento mi trovo sotto una navicella che porterà degli astronauti tra le stelle. Penso di poter affermare che stiamo vivendo l’impossibile. Lascia che ti domandi una cosa: se fossi un uomo bianco non desidereresti diventare un ingegnere?»
Mary: «Non avrei bisogno di desiderarlo, lo sarei già

Tra Mary e il suo sogno, però, ci sono numerosi ostacoli, primo fra tutti il fatto che per tale promozione la NASA richiede ai suoi dipendenti di conseguire una laurea di specializzazione presso la Univeristy of Virginia. Il corso in questione è tuttavia offerto dalla Hampton High School, un istituto per soli bianchi a cui Mary non può accedere. Lei, però, non si arrende e, grazie all’incoraggiamento di Dorothy e Katherine, decide di fare ricorso al tribunale di Hampton per richiedere di poter prendere parte alle lezioni. Mary vince la causa e non solo diventa la prima ingegnere donna afroamericana della NASA, ma è anche la prima persona nera ammessa in un istituto per soli bianchi.

Durante la sua lunga carriera, tra le altre cose, è stata direttrice del Federal Women’s Program promosso dall’ Office of Equal Opportunity Programs dell’istituto e ha sempre lavorato per promuovere l’avvicinamento delle donne alle materie scientifico-matematiche.

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Dorothy Vaughan

È la più anziana del trio, nonché la responsabile del gruppo di calcolatrici di colore. La sua è una figura quasi materna per Katherine e Mary: le incoraggia nelle loro battaglie ed è sempre al loro fianco. Da tempo vuole essere riconosciuta ufficialmente come direttrice della sua unità, incontrando, però, sempre la resistenza dei superiori che non intendono attribuirle la promozione per un ruolo che de facto già ricopre.
La sua esperienza e maturità le conferiscono la lungimiranza per capire prima di tutti gli altri, anche degli stessi dirigenti dai quali prende ordini, che il futuro del suo lavoro è “minacciato” dall’arrivo alla NASA del primo IBM – un antenato dei nostri computer – in grado di svolgere in un tempo irrisorio delle operazioni che manualmente richiedono ore di lavoro. Tutto questo, però, solo se correttamente programmato. Dorothy inizia così a studiare segretamente (perché i libri di informatica non sono presenti nella sezione della biblioteca riservata alle persone nere, costringendola a impossessarsene illegalmente) i codici di programmazione e il linguaggio macchina, diventando una pioniera delle Computer Sciences.

 

2. Scienziate prima che mogli e madri

Un altro motivo per cui Hidden Figures è un film degno di nota, è il modo in cui ritrae le sue protagoniste: Mary, Katherine e Dorothy sono sì mogli e madri nella vita privata, ma non si tratta della loro caratteristica principale. Anzi questa connotazione viene lasciata sullo sfondo ed è portata in primo piano solo in alcuni momenti per mostrare come tutte e tre nella loro vita famigliare ricercano relazioni paritarie che vadano oltre i ruoli di genere stereotipati.
Nonostante siano passati decenni dai fatti narrati, non sembra che oggi si sia ancora imparata la lezione. Basti pensare al necrologio apparso nel 2013 sul New York Times in occasione della morte di Yvonne Brill, una delle più importanti scienziate americane della storia: «Cucinava un filetto alla Stroganoff piuttosto mediocre, seguì il marito in tutti i suoi spostamenti di lavoro e si prese otto anni di congedo per poter crescere i figli. Matthew, uno di loro, dice che era “la madre migliore del mondo”. Ma Yvonne Brill, spentasi a Princeton lo scorso mercoledì all’età di 88 anni, era anche una brillante scienziata aerospaziale che nel 1970 inventò un sistema di propulsione per impedire che i satelliti di comunicazione finissero fuori dalla loro orbita

Perché quanto conta l’aver creato una tecnologia in grado di migliorare le attività di esplorazione dell’universo, in confronto al saper cucinare uno stufato? A quanto pare ancora troppo poco.

3. Intersezionalità

Le protagoniste non sono solo donne, quindi discriminate da una società patriarcale, ma sono donne afroamericane. È necessario prendere atto che le vicende raccontate hanno luogo in un momento storico di forte disparità, in quella che era una vera e propria discriminazione legalizzata: la segregazione razziale, appunto. Dunque le due condizioni di svantaggio si sommano, ed entrambe caratterizzano i personaggi.
Tutto ciò si vede chiaramente nel confronto tra Katherine, Mary e Dorothy con le altre impiegate e segretarie della NASA: anch’esse sono relegate a ruoli “inferiori” e non sono considerate allo stesso livello degli uomini, ma in quanto donne bianche vivono in una condizione molto privilegiata rispetto alle protagoniste. Queste ultime non sono solo “un gradino in meno rispetto agli uomini”, bensì sono trattate con vero e proprio disprezzo e astio. Per esempio a Katherine non è permesso prendere il caffè dalla stessa caraffa dei suoi colleghi bianchi e ne ha una separata che nessuno si cura di riempire al mattino. Sullo sfondo rispetto alla linea narrativa principale, si intravedono poi alcuni moti di protesta, un pezzo di un discorso di Martin Luther King e in generale si ha una percezione abbastanza forte di cose volesse dire essere una persona nera negli anni ’60 negli Stati Uniti. Un approccio intersezionale alla visione del film ci permette di avere ben chiari i due livelli sovrapposti di discriminazione.

 

4. Abbiamo bisogno di nuovi role model

Mary, Katherine e Dorothy sono modelli di cui abbiamo estremo bisogno, per una molteplicità di motivi che vanno dall’esigenza di parità di genere, alle discriminazioni sul lavoro, passando per la lotta al razzismo e alla xenofobia. Oltre a tutte queste validissime ragioni – che siamo già più abituati a considerare – è interessante soffermarsi su una sfumatura che magari potrebbe sfuggire a uno spettatore meno attento, o semplicemente meno a conoscenza del problema.
Negli ultimi tempi, infatti, si sta ponendo sempre maggiore attenzione all’enorme gender gap presente nelle STEM (le materie matematiche, tecniche e scientifiche). Le ragioni che stanno alla base di questo divario sono di natura socio-culturale: fin dalla più giovane età le bambine sono portate a credere che questi ambiti siano una prerogativa maschile. Questo perché sono ancora troppo diffusi gli stereotipi secondo i quali le donne non sono portate per questi studi, o semplicemente perché non vi sono interessate. L’evidenza scientifica mostra però come tutto ciò non solo non sia vero – in quanto derivante da meri pregiudizi – ma sia anche dannoso poiché di fatto solo metà della potenziale popolazione contribuisce alla ricerca e all’innovazione in campo scientifico e tecnologico. Hidden Figures mostra proprio come senza queste tre donne e le loro menti non sarebbe stato possibile compiere alcuni passi fondamentali per il progresso della conoscenza – bene che appartiene a tutto il genere umano. Per far sì che in futuro sempre più ragazze decidano di studiare queste materie è necessario raccontare più storie come questa e lavorare affinché delle altre “figure nascoste” diventino protagoniste.

Leggi i commenti (1)
  • è un bellissimo film. Comunque oggi nessun genitore con sale in zucca scoraggerebbe una figlia che mostra interessi scientifici. Penso che oggi chi vuole studiare materie scientifiche può farlo, le donne si trovano per fortuna in ogni facoltà universitaria

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