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The Handmaid’s Tale ha un problema di femminismo bianco?

Quando lo scorso anno ho iniziato a vedere la terza stagione di Dear White People su Netflix, mi aspettavo un po’ di cose: di riflettere, in primis, poi di guardare dell’ottima satira e di rafforzare ancora di più la mia opinione che Joelle sia il mio personaggio preferito in tutta la serie (è tallonata da Coco al secondo posto ma regna comunque indiscussa). Quello che non mi aspettavo era vedere la parodia di The Handmaid’s Tale presentata nella serie come ossessione della protagonista, Sam, che vuole disperatamente che July (la versione parodiata della vera protagonista di The Handmaid’s Tale, June) sia libera e felice nonostante lo show sia “un po’ troppo white feminism” per lei.

La versione di Dear White People di The Handmaid’s Tale presenta delle ovvie differenze, oltre al nome della protagonista: le ancelle indossano delle cuffie nere invece che bianche e i loro iconici abiti rossi diventano blu, fanno dei commenti più esplicitamente satirici rispetto all’originale originale (un’ancella, per esempio, si chiede come possa essere successo tutto questo in America, la terra dei liberi, mentre un’altra guarda proprio dritto in camera come se fosse in una scena di The Office).

Dando uno sguardo a diversi siti di critica televisiva ho notato che il parere tende ad essere che la parodia fatta da Dear White People è molto fedele ed evidenzia bene quelli che sono i problemi dello show. A quel punto mi si è aperto il proverbiale terzo occhio, e mi sono chiesta: quali sono i problemi di The Handmaid’s Tale, a parte andarci giù pesante con la violenza che a tratti sconfina dal realismo di una società distopica e totalitaria al violence porn?

Così mi sono documentata, perché The Handmaid’s Tale è una delle mie serie preferite: è girata, interpretata e realizzata magistralmente (la fotografia in particolare è proprio un capolavoro che a ogni episodio e mi lascia sempre senza fiato), e ha un ruolo di peso nel panorama televisivo contemporaneo – talmente tanto che, personalmente, sento quasi come un dovere guardarla. The Handmaid’s Tale passa un messaggio fondamentale, e quindi bisogna guardarla. Ma non significa che non si possano anche analizzarne i difetti e le aree in cui è carente.

Prima di esporre cosa ho trovato in merito al tema “white feminism e The Handmaid’s Tale,” vorrei quindi che fosse davvero chiaro, lampante e cristallino che la validità e l’importanza e qualità dello show non sono per niente messe in discussione. Si può tranquillamente apprezzare un prodotto d’intrattenimento pur criticandone certi aspetti – anzi, è proprio perché lo apprezzo molto che mi interessa metterne in luce i punti più deboli invece di smettere di guardarlo completamente, perché spero che migliori e che quindi io possa ammirarlo e amarlo ancora di più.

E quindi, eccoci qui a parlare dei problemi che The Handmaid’s Tale ha con l’intersezionalità e il femminismo bianco. Dopo aver visto la parodia su Dear White People mi sono buttata in una spirale di ricerca su YouTube, Medium, articoli di molteplici giornali; ne sono emersa con quattro o cinque punti critici principali, tutti relativi però alla diversità (o per meglio dire, alla sua mancanza). E il punto di partenza è che lo show vuole presentarsi come post-racial, ossia ambientato in un mondo dove le diverse etnie non vengono nemmeno “viste”, pur partendo da premesse che non avrebbero mai come diretta conseguenza logica un mondo post-racial.

Già nei primi episodi ci viene detto, infatti, che prima di diventare la classe dirigente di Gilead i Comandanti erano membri di una frangia degli evangelicali – e i principi che guidano Gilead sono proprio quelli dell’evangelicalismo, portati all’estremo, tanto da divenire fondamenta di uno Stato totalitario e distopico dove i dettami della Bibbia sono applicati alla lettera, fino alle lapidazioni e alle impiccagioni. Ma l’evangelicalismo è un movimento religioso in cui sono profondamente radicati razzismo e supremazia bianca, che cercava di trovare giustificazioni bibliche per la schiavitù, poi per la segregazione, e oggi per vietare completamente l’aborto.

The Handmaid’s Tale glissa completamente sulla grande storia di odio razziale che il movimento evangelicale si porta dietro, ed è una scelta che ha un peso (e non solo perché una frase come “non vedo il colore, vedo solo persone” è una classica frase da femminismo bianco) poiché essenzialmente cancella quella che è la realtà quotidiana per milioni e milioni di persone negli Stati Uniti – che appunto, sono la nazione da cui è nata Gilead. E Gilead, ci dice la serie spostando la storia avanti dagli anni Ottanta in cui l’aveva originariamente ambientata Margaret Atwood, è nata proprio adesso, in questi anni: è questo a rendere la serie così d’effetto, a procurare quel brivido sul retro del collo quando la si guarda, a rendere la metafora della vasca bollente di June così efficace. Il fatto che sia ambientata negli anni a noi contemporanei implica che non può essere lo show post-racial che millanta, perché l’America contemporanea non è post-racial, e lo stesso non potrà mai essere un’America costruita su principi evangelicali.

Lo scrittore e attivista Max S. Gordon spiega questo concetto perfettamente in un suo saggio:

“A fundamentalist Christian American society conceived without racism might as well have dancing unicorns, winged horses, and magic flying carpets. It is the stuff of fantasy, child’s play. The Handmaid’s Tale is mesmerising television, but no one is able to answer how we got from a contemporary America with the likes of Fox News […] to a society in which racism is completely eradicated.”

 

“Una società americana fondamentalista cristiana concepita senza razzismo potrebbe tranquillamente avere unicorni ballerini, cavalli alati e tappeti volanti magici. È un prodotto di fantasia, una finzione per bambini. The Handmaid’s Tale è televisione di altissima qualità, ma nessuno sa spiegare come siamo passati da un’America contemporanea con dentro cose come Fox News […] a una società dove il razzismo è completamente eradicato.”

Una conseguenza logica di questo problema narrativo di base si può riassumere riassumere in maniera veramente brillante con un’espressione usata dalla YouTuber Jouelzy nel suo video che tratta dei problemi che The Handmaid’s Tale ha con l’intersezionalità, ossia “it’s black trauma on a white face”. La violenza che viene rappresentata nello show, e che ne è una parte integrante (a volte addirittura troppo, come si diceva sopra), ha una lunga storia negli Stati Uniti, ed è sempre stata collegata alla violenza subita dalla popolazione nera fin dagli anni della tratta degli schiavi. Nel suo video, Jouelzy ne fa alcuni esempi: le donne tenute come lavoratrici e fattrici contro la loro volontà? Le schiave domestiche erano esattamente questo, manodopera gratuita che aveva tra le funzioni quello di mettere al mondo altra manodopera gratuita. I linciaggi e le impiccagioni pubbliche? Erano tutte minacce reali e concrete nell’era Jim Crow, quando la schiavitù era stata ufficialmente abolita ma la segregazione era ancora ben radicata più o meno dappertutto in America.

E tutto questo viene usato senza nemmeno una vaga conversazione sul razzismo, senza accennare alla storia che questo tipo di violenza ha negli Stati Uniti: ne viene enfatizzata l’origine biblica, ma di nuovo si sorvola sul fatto che un trauma di questo tipo non è per niente nuovo in America (e la stessa Margaret Atwood ha detto più volte che tutto quello che ha scritto in The Handmaid’s Tale nel 1985 era già successo da qualche parte nel mondo, che non si era inventata proprio niente). Semplicemente, di solito non è mai avvenuta su donne bianche, che invece sono le principali vittime dello show – è il vedere questa violenza su facce bianche a creare un effetto dissonante nello spettatore.

Attenzione però: chiedere che la storia venga riconosciuta, rendendo molto più centrali le donne nere, non vuol dire invalidare il dolore delle donne bianche (nello show come nella vita reale). Ma ci vuole appunto riconoscimento e, come sempre, consapevolezza del proprio privilegio.

Potrebbe anche essere un’idea valida, questa di scioccare lo spettatore medio bianco per dirgli: “Ehi, guarda che questa cosa è importante”. Ma ci vorrebbe prima di tutto almeno un vago rimando alla storia violenta degli Stati Uniti in cui venga detto esplicitamente che tutte le punizioni impartite da Gilead sono effettivamente avvenute a persone vere. Per proseguire nell’analisi, poi, diciamo che non tutto deve essere tagliato perfettamente a misura di spettatore bianco, cosicché possa procedere a piccoli passi ed essere avvolto nella bambagia quando le cose diventano sgradevoli. È importante, io credo, riconoscere che le cose che vediamo sullo schermo in The Handmaid’s Tale, le vite delle ancelle, per certi versi non sono affatto una distopia per le minoranze etniche negli Stati Uniti (e insisto sugli Stati Uniti perché è lì che sorge Gilead, ma onestamente il discorso vale anche per altri angoli del pianeta).

Proprio a sottolineare questo punto, in An Open Letter To White Women Concerning The Handmaid’s Tale and America’s Cultural Amnesia, l’autrice Tiffany Midge parla di come Gilead potrà anche essere uno stato fittizio, ma “Il Racconto della Donna Indiana” è in pieno svolgimento, con una carrellata di orrori che non starebbero per niente male in un episodio dello show. Gli anni dei “collegi indiani” (che da molti storici sono poi stati definiti luoghi dove si praticava essenzialmente “educazione all’estinzione,” assieme ad abusi, violenze e altri orrori), il fatto che le donne indigene subiscano violenze sessuali in numeri incredibilmente elevati, o che fino a non troppo tempo fa era pratica comune sterilizzarle (tra il 1973 e il 1976 il Servizio Sanitario Indiano ne sterilizzò quasi 3.500, per esempio), o che il loro tasso di incarcerazione sia di sei volte più alto di quello delle donne bianche. “The Handmaid’s Tale rappresenta in maniera incredibilmente efficace l’amnesia storica e culturale dell’America,” conclude l’autrice. Ed è innegabile, perché di nuovo, è uno show intriso di femminismo bianco. E, come ben sappiamo, il femminismo bianco si interessa solo ed esclusivamente delle donne bianche, calpestando più o meno chiunque altro stia attorno.

The Handmaid’s Tale becomes a show solely about white feminism, because that is what happens when you act like people of another color, race, creed, sex, gender, et al, are exactly the same as you. But they aren’t. White feminism is focusing solely on white women. If you pretend that everyone is white, even though they aren’t, you are still just focusing on that one thing.”

 

The Handmaid’s Tale diventa uno show che si concentra esclusivamente sul femminismo bianco, perché è questo quello che succede quando ci si comporta come se le persone di un altro colore, etnia, credo, sesso, genere, eccetera, fossero esattamente uguali. Ma non lo sono. Il femminismo bianco si concentra solamente sulla donna bianca. Se si fa finta che tutti siano bianchi, anche se non lo sono, ci si sta comunque concentrando esclusivamente su quell’aspetto lì.”

 

Brandon Daniel, The Handmaid’s Tale: White Feminism as a Show

Tutte queste non sono solo congetture teoriche, ma scelte narrative che sono ben visibili e tangibili nello show. Il modo in cui si traducono concretamente nella storia sta nei diversi trattamenti riservati ai personaggi bianchi e a quelli neri (e dico “neri” perché onestamente non abbiamo mai visto un’ancella di origini asiatiche o sudamericane o native e di certo non ne abbiamo sentito la storia, già questo un esempio lampante del problema). June è il caso più estremo, ma dal momento che è la protagonista forse non è la più adatta a spiegare la differenza: a lei vengono perdonate azioni e parole che non verrebbero perdonati ad altri personaggi, e la plot armour che ha attorno è abbastanza spessa da distanziare June da tutte le altre donne presenti sullo schermo.

Va comunque detto che dopo l’ultima stagione uscita, la terza, diverse critiche sottolineavano che a tutto c’è un limite. Guardare June mentre fa una scelta sbagliata dietro l’altra causando morti a destra e a manca senza colpo ferire, manda continuamente a quel paese figure d’autorità senza nemmeno perderci un dito (quando nella prima stagione sarebbe finita con ogni probabilità sul muro degli impiccati), predica con un paternalismo infinito alle altre ancelle e alle Marte andando contro a quelle che sono comunque delle vittime del sistema, sceglie di restare a Gilead per qualcosa come la tredicesima volta quando ha proprio davanti a sé l’opportunità di scappare…è diventato un po’ troppo. June non viene oggettivamente mai punita dalla narrazione, e tutte le cose orribili che fa contro chiunque le stia attorno (non solo contro i Comandanti, lì onestamente ben venga) vengono giustificate: è protetta, appunto, mentre la stessa protezione non viene data agli altri personaggi. Soprattutto non a quelli neri.

Per cercarne un esempio basta guardare proprio alla terza stagione, che ci ha presentato Ofmatthew, la nuova compagna di camminata di June. Ofmatthew è la seconda ancella nera a cui viene dato un ruolo abbastanza significativo dopo Moira, solo la seconda in tre stagioni di show che segue un gruppo di ancelle (che abbiamo imparato a conoscere e riconoscere) discretamente numeroso, e noi nemmeno sappiamo il suo nome. Rimane sempre Ofmatthew, e non le viene mai data la possibilità di parlare della sua vita di prima, cosa che invece per esempio June non smette mai di fare – e infatti per noi spettatori lei è June, ha smesso di essere Offred parecchi episodi fa. È June ed è giusto che sia June.

Ma Ofmatthew no, a lei non viene concessa la stessa possibilità e quindi resta Ofmatthew. Quando June è incinta, nella seconda stagione, viene trattata in maniera talmente delicata e attenta che non viene punita assieme alle altre ancelle pur essendo stata lei ad iniziare la “ribellione” all’esecuzione di Janine. Quando Ofmatthew è incinta, nella terza stagione, un Guardiano le spara nel bel mezzo del centro commerciale. La differenza di trattamenti è proprio stridente e lampante. La storia di Ofmatthew si riduce a un “kill the bitch climax“, ossia una risoluzione in cui si vuole solo vedere un personaggio odiato fare una brutta fine.

Non solo, ci viene presentata come una donna perfettamente asservita al regime. È alla sua quarta gravidanza e sembra felice e contenta di sfornare bambini. E questo è un problema: è un problema se la seconda ancella nera che vediamo nello show, appena la seconda, si presenta come una pedina del regime che viene piazzata per scombinare i piani della protagonista bianca e risulta talmente odiosa che quando alla fine i Guardiani le sparano lo spettatore esulta e dice “Oh, finalmente, se l’è proprio meritato”.

Sarebbe un problema se Ofmatthew fosse la decima, quindicesima, ventesima ancella nera che impariamo a conoscere? No, perché avremmo avuto altri esempi invece “positivi”. E non dico che tutte le ancelle debbano improvvisamente diventare come June, ma basta guardare la differenza tra Ofmatthew e Janine, anche lei a metà tra l’essere asservita al regime ed esserne distrutta, alla quale però viene concessa molta più profondità e molto più spessore e per la quale la narrazione ci permette di provare pietà. Ofmatthew invece è piatta, di lei non sappiamo niente: entra nella storia e ne esce senza quasi lasciare traccia e il suo coma è un espediente narrativo per mandare avanti invece la storia di June e darle un episodio incentrato completamente sulla sua quasi-discesa nella follia.

“[It’s] filled with walk-on supporting roles for women of color, characters we meet and never see again, or a silent Greek chorus of black, Asian and Latina victims, experiencing the same torture and persecution as the white women and all without saying a word.”

 

“[È] piena di ruoli secondari occasionali per le donne di minoranze etniche, personaggi che incontriamo e non vediamo più, o un silenzioso coro greco di vittime nere, asiatiche e latine, tutte che subiscono la stessa tortura e persecuzione delle donne bianche ma senza dire una parola.”

 

Max S. Gordon

La differenza sta tutta qui, nel fatto che The Handmaid’s Tale raramente lascia ai suoi personaggi neri la possibilità di esprimersi e di raccontare le loro storie. Le trame più interessanti sono lasciate tutte nelle mani delle protagoniste bianche: non solo June, ma anche Serena Joy, zia Lydia, Emily. Proprio con Emily si può fare il confronto perfetto, prendiamo lei e Moira. Due persone che ci vengono presentate con un buon numero di somiglianze: entrambe donne lesbiche, entrambe ancelle, entrambe chiaramente contro i dettami di Gilead e senza alcuna intenzione di cooperare col regime.

Ma di Emily ci viene raccontata la backstory prima del colpo di stato dei Comandanti, le sue azioni a Gilead, la sua fuga e il ricongiungimento con la moglie e il figlio in Canada. Conosciamo diversi aspetti della sua personalità e delle sue vicende, la seguiamo attraverso molti episodi “dedicati” a lei, in cui vediamo gli eventi dal suo punto di vista e ci avviciniamo a lei emotivamente (cosa fondamentale per uno show, perché se non ti interessi dei personaggi e del loro destino che cosa lo guardi a fare?). Moira invece non ha mai avuto un episodio dedicato esclusivamente a lei: quando l’abbiamo vista è sempre stato attraverso la “lente” di June (in quanto sua migliore amica) o di Luke (dal momento che vivono insieme in Canada).

La storia di Moira non la vediamo mai: come ha fatto, per esempio, a finire a Jezebel? Come ha fatto a scappare? Certo, ci viene raccontato, ma non seguiamo Moira come seguiamo Emily; Moira non ha mai la possibilità di “mostrarsi” allo spettatore. Eppure la sua storia è complessa, ricca di momenti di riflessione (e di grandi prove attoriali per Samira Wiley, che non è proprio l’ultima arrivata), per esempio sulle complessità di essere una donna nera e lesbica costretta a essere una schiava sessuale per potenti uomini bianchi. C’è una conversazione, una di quelle importanti, che si può avere partendo dalla storia di Moira. O meglio, che si potrebbe avere, se solo le fosse data la possibilità: Moira però la sua storia non ce l’ha mai raccontata direttamente, e quindi è più facile passare sopra a quella conversazione e spostarsi ad altro. Come il tredicesimo tentativo di fuga di June.

Cosa voglio dire, in sostanza, dopo tutte queste riflessioni? Quello che alla fine voglio dire sempre ogni volta che parlo di film e serie televisive e libri: le narrazioni, le storie, sono importanti. Quella di The Handmaid’s Tale è una storia importante perché passa lezioni fondamentali: Serena Joy, per esempio, nella seconda stagione ci insegna che non puoi essere alleata del patriarcato per sottomettere altre donne e poi sperare di essere l’eccezione all’oppressione (pur essendo lei una delle creatrici ideologiche di Gilead, alla fine perde comunque un dito per aver osato leggere un passo della Bibbia); la rete delle Marte sottolinea quanto potente possa essere la solidarietà femminile; la vicenda della piccola Nicole ci ricorda che il femminismo è anche woldbuilding, un processo di costruzione del mondo che vorremmo lasciare alle generazioni dopo di noi.

Ma The Handmaid’s Tale è soprattutto un incredibile commento alla società moderna, reso ancora più efficace dalla scelta di ambientare l’ascesa di Gilead ai giorni nostri: vedere un mondo che ci è familiare e alieno allo stesso tempo è la cosa migliore per farci aprire gli occhi, per farci rendere conto che spesso diamo per scontati le libertà fondamentali e i diritti civili di cui godiamo e che quindi dobbiamo prestare molta attenzione ai tentativi di ridurli e limitarli.

Non sempre ci se ne accorge, ma le storie scolpiscono e condizionano il modo in cui vediamo e diamo un senso al mondo attorno a noi. E proprio perché sono così vitali lo è anche il modo in cui sono raccontate. Ancora di più quando queste storie diventano talmente iconiche e significative da trasformarsi in veri e propri simboli, come lo è per esempio la figura dell’ancella con il suo vestito rosso e la cuffia con le ali: non è difficile vedere un gruppo di donne vestite da ancelle a proteste e marce femministe, per il diritto all’aborto, per la libertà di autonomia sul proprio corpo e sulla propria vita.

L’ancella è diventata un simbolo culturale: è proprio per questo che Il Racconto dell’Ancella deve esprimere tutto il suo potenziale. L’aspetto intersezionale delle dinamiche di violenza di genere, omobitransfobia e razzismo non può essere nascosto in un cassetto e dimenticato, perché The Handmaid’s Tale è una storia importante, una storia che ha un ruolo e un significato fondamentali nell’epoca storica che stiamo vivendo.

Commenti (1)
  1. Avatar ned ha detto:

    non c’è nessun violence porn nella serie

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