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“I May Destroy You”: la serie TV che distrugge ogni narrazione stereotipata
Dark Light

“I May Destroy You”: la serie TV che distrugge ogni narrazione stereotipata

Francesca Anelli
TW: stupro

Se avete già sentito parlare di “I May Destroy You” – ed è probabile, visto che si tratta del fenomeno televisivo del momento – potreste esservi imbattut* nella definizione “sexual-consent drama”, ovvero “serie TV sul tema del consenso sessuale. Basta però guardare i primissimi episodi per rendersi conto velocemente che quell’etichetta, per quanto in parte accurata, è davvero stretta per uno show così stratificato come è “I May Destroy You”. Di cosa stiamo parlando, allora, e perché non dovreste perdervelo?

Partiamo dalle basi. “I May Destroy You” è una miniserie HBO-BBC, scritta, interpretata e in parte diretta dall’artista anglo-ghanese Michaela Coel. Parzialmente autobiografica, la storia attinge dall’esperienza personale dell’autrice, che è stata vittima di violenza sessuale mentre lavorava alla seconda stagione del suo primo show “Chewing Gum”. In 12 puntate da circa 30 minuti ciascuna, vediamo quindi la protagonista, il cui nome è Arabella, fare i conti con un trauma che deve innanzitutto realizzare di aver subito e poi imparare a gestire e collocare all’interno della sua storia personale, che non è soltanto quella di una donna, ma di una donna nera, con un preciso background socio-culturale e un’immagine pubblica da twitstar e scrittrice. Toccando diversi angoli, prospettive e relazioni, il percorso di “guarigione” intrapreso dalla protagonista esplora così la complessità non soltanto della violenza sessuale, ma anche di questioni come la discriminazione e la strumentalizzazione delle persone nere o il rapporto con i social media.

La storia di Arabella sembra un gioco di scatole cinesi: lo stupro, infatti, la espone a esperienze nuove, forzandola poi a riflettere sui concetti di consenso, genere ed etnia mentre nella sua vita si spostano importanti equilibri. Questi passaggi avvengono in maniera del tutto organica e non solo danno concretezza narrativa all’idea – spesso difficile da inquadrare – di intersezionalità, ma contemporaneamente evitano il rischio di trasformare il racconto in una “lezione”. L’obiettivo di Michaela Coel, infatti, non è mandare un messaggio, ma piuttosto sbloccare l’enorme potenziale liberatorio che risiede nel prendere la parola sulla propria storia. In altre parole, la rilevanza di “I May Destroy You” non sta tanto (o solo) nei temi che affronta, ma nel modo in cui sfrutta il potere della rappresentazione per permetterci di scendere in profondità, coinvolgendo chi guarda in un percorso molto personale, umano e per questo fatto di luci, ombre e sfumature.

In questo “viaggio”, infatti, l’autrice sfida diverse narrazioni consolidate per restituire la complessità delle reali esperienze di vita delle persone che si trovano nel punto di intersezione tra varie discriminazioni. Tra queste narrazioni c’è ad esempio quella della “vittima perfetta”, ovvero l’idea che, per ricevere comprensione ed essere ritenuta credibile, una persona che subisce una violenza sessuale debba tenere una condotta impeccabile e decorosa sulla base di parametri moralisti. Mettendo al centro di una storyline sullo stupro un personaggio come Arabella, ovvero una ragazza che beve, fa uso di droghe e preferisce uscire a ballare invece che portare a termine un lavoro che le è stato assegnato, Michaela Coel offre un’alternativa che è anche una piccola rivoluzione: “I May Destroy You” infatti forza chi guarda a mettere insieme scenari inediti per uscire dalla trappola di stereotipi che si traducono in costruzioni sociali tossiche e limitanti, e non lascia spazio neanche per un secondo a qualsiasi esercizio di victim blaming. La semplice presenza sullo schermo di una protagonista “imperfetta” modifica quindi le regole della rappresentazione, creando valore non soltanto dal punto di vista artistico ma anche politico.

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Un’altra narrazione che la serie sfida con successo è quella della sorellanza, o piuttosto del rapporto con il proprio genere. Arabella racconta infatti di non essersi “mai accorta di essere donna” prima dello stupro, perché era “troppo impegnata a essere povera e nera”. Quell’esperienza traumatica la farà sentire parte di una “tribù” che non credeva di poter abbracciare, permettendole di sviluppare una sensibilità nuova e diversa, un senso di appartenenza che a sua volta rischierà di offuscarle la vista sotto altri punti di vista.

La scrittura di Michaela Coel, dunque, esplora comunità e dinamiche diverse, per scoprire come si intersecano e come influenzano i rapporti, il senso di identità e perfino il modo in cui comunichiamo. La sua volontà di ricostruire un contesto complesso e offrire nuove chiavi di lettura non si traduce, però, in un rifiuto di schierarsi: “I May Destroy You” dipinge infatti un quadro precisissimo e senza sconti della cultura dello stupro. Lo fa, ad esempio, mostrandone la trasversalità rispetto al genere, attraverso la denuncia dell’impreparazione delle forze dell’ordine (e della società tutta) di fronte a vittime appunto “diverse” rispetto alla narrazione standard; o, ancora, rifiutando l’idea che vi sia violazione del consenso soltanto attraverso la coercizione, e aprendo una discussione su cosa costituisca un comportamento inaccettabile nella sfera sessuale oltre le solite narrazioni.

La serie di Michaela Coel – di cui potete leggere un bellissimo profilo, che vi farà ulteriormente innamorare di lei, qui – è un esempio particolarmente significativo della nuova autorialità femminile in TV, capace di sfruttare la peculiarità della propria posizione nel mondo e di precise esperienze personali per cambiare (in meglio) il modo in cui si racconta la realtà. Prodotti come questo sono preziosissimi per riparare immaginari distrutti dalla pervasività di uno sguardo unico, ed è importante sostenerli non soltanto per la capacità di esplorare un determinato argomento ma anche di modificare gli equilibri della rappresentazione.

Leggi i commenti (1)
  • Grazie di averne parlato! Stavo aspettando una mini-recensione qui su Bossy. Ci sarebbe così tanto da discutere… Ma penso che l’ultimissimo episodio chiuda magistralmente il cerchio.
    Grazie per l’impianto pungolatore che avete dato all’articolo.

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