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Il coraggio illustrato di “Io sono Una”
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Il coraggio illustrato di “Io sono Una”

Davide Genco

“Io sono Una” (titolo originale: “Becoming Unbecoming”) è il primo graphic novel di Una, artista britannica che proprio grazie a questo suo esordio nell’Arte Sequenziale ha ottenuto il riconoscimento di Oprah.com come miglior memoir del 2016.

Add editore si assume l’onere di tradurre per l’Italia questo racconto: un compito delicato, data la complessità delle tematiche affrontate, che merita tutte le nostre lodi.

Io sono UnaLa storia ripercorre alcune tappe biografiche decisive per la protagonista, una ragazza dello Yorkshire che, appena dodicenne, subisce un abuso che la segnerà negli anni a venire. La vicenda personale avviene sullo sfondo di un caso di cronaca locale che funestò la provincia inglese verso la fine degli anni settanta: un serial killer si rese responsabile di numerosi omicidi le cui vittime furono unicamente donne. Il colpevole fu identificato solo molto tempo dopo, grazie a un brusco cambio di passo nelle indagini.

L’elemento che lega il personale al collettivo è costituito dalla denuncia della misoginia strisciante che affligge la comunità: se da un lato abbiamo una persona vittima di abusi che continua ad essere preda degli uomini del luogo (Una spiega come chi è stato abusato da piccolo tenda controintuitivamente ad abbassare le proprie difese), in parallelo c’è una polizia che continua a cercare il movente soltanto nel mondo della prostituzione, ignorando segnalazioni di aggressioni avvenute verso altre donne e persino la testimonianza di una ragazza che riconosce l’assassino molti anni prima del suo effettivo arresto.

La cultura dello slut-shaming condanna così da un lato la protagonista a tenere per sé il proprio trauma per il timore di venire ulteriormente colpevolizzata (già la sua condotta, libertina per l’epoca, ne aveva danneggiato la reputazione), mentre dall’altro porta le autorità maschili a concentrarsi solo su donne che evidentemente “se l’erano andata a cercare”, un errore inaccettabile che danneggerà irrimediabilmente le indagini. Forse oggi grazie ai social la misoginia sembra più pervasiva di prima, ma, sostiene Una, adesso è solo più visibile a tutti di quanto fosse in quei difficili anni Settanta: ancora una volta il Web diventa un problema perché dà voce ai pensieri più nefandi, ma anche una soluzione, se lo utilizziamo per avere piena consapevolezza del problema e prendere le dovute misure.

Oy! Una! Slut!

Non rivelerò altro sulla trama per non rovinarvi l’esperienza della lettura, una confessione sincera e spiazzante su quelli che la protagonista chiama “i quattro cavalieri della violenza di genere” (vergogna, isolamento, incredulità, ridicolo) che è un vero e proprio pugno nello stomaco. È in questo senso interessante la scelta del fumetto come media espressivo: Una parla di pedofilia, misoginia, stupro, cultura del consenso, omicidio. La necessità di affrontare tematiche così pesanti e al tempo stesso di dichiarare la natura autobiografica del racconto si è quindi tradotta nell’unica soluzione formale che consentisse di affrontarle senza inibizioni, scongiurando al contempo il rischio della deriva morbosa (una scelta simile per intenderci a quella che ha portato a rendere la serie Netflix “Big Mouth” un cartoon, per chi l’avesse seguita).

Le tavole giocano con la tecnica mista, passando dall’illustrazione iperstilizzata al ritaglio di giornale, dall’infografica a momenti espressionisti. Ogni stile è profondamente motivato dalle esigenze narrative: stilizzare il volto della protagonista ci aiuta ad esempio a percepire la sua storia come la storia di chiunque, magari riportando alla mente qualcuno che conosciamo che ha vissuto un trauma simile o proiettandovi anche noi stessi, nel culmine massimo dell’empatia. Il percorso di cambiamento di Una – nel corpo, nello spirito – prende forma nei disegni con una metamorfosi antropomorfa dagli echi kafkiani.

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Un’altra metafora molto potente è il “balloon vuoto” che Una si trascina pesantemente sulle spalle, con cui l’autrice riesce a comunicare in modo nitido quei silenzi che pesano come macigni sulla sua anima, amplificati da una società che non vuole ascoltarla. Anche il modo stesso con cui vengono gestite le singole vignette, quasi sempre senza riquadri a circoscrivere la scena, serve ad amplificare in chi legge la sensazione di assistere a un vero e proprio flusso di coscienza in cui ricordi personali e di cronaca si intrecciano indissolubilmente.

Una nota interessante riguarda la traduzione: se il titolo originale dell’opera (letteralmente: “Diventare disdicevole”) sembra suggerire una discesa di non ritorno negli inferi, quello italiano (che richiama, solo per assonanza, il brano “Io sono uno” di Luigi Tenco) risulta quasi più fedele al tono della storia, che senza ricorrere a facili scorciatoie mostra un po’ di luce alla fine del tunnel e salta continuamente dalla vicenda individuale alla considerazione universale. L’autrice lo ribadisce più volte: qui si parla di Una, ma può riguardare chiunque (“questa è la mia storia, la mia voce, una fra tante”), ragione per cui assicuratevi in primis voi di non creare mai i presupposti culturali per far soffrire altre persone come ha sofferto l’autrice. Un accorato inno alla sorellanza suggellato dalla splendida dedica introduttiva:

“Dedicato a tutte le altre”

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