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La discriminazione contro la comunità LGBTQ+ non è un’opinione
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La discriminazione contro la comunità LGBTQ+ non è un’opinione

Alessandra Vescio

Ogni anno Ilga-Europe, organizzazione per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersex, in Europa pubblica la Rainbow Map, una mappa che mostra il grado di inclusività di 49 Paesi europei nei confronti della comunità LGBTQ+. Il monitoraggio viene fatto sulla base dell’accesso ai servizi, delle tutele legali offerte, degli episodi di crimini di odio e hate speech, della situazione politica e sociale in ogni Paese. Quest’anno la Rainbow Map è stata pubblicata oggi, 17 maggio, in occasione della Giornata contro le discriminazioni nei confronti della comunità LGBTQ+: i risultati, per l’Europa e soprattutto per l’Italia, non sono confortanti. In una scala da 0 a 100, dove 0 rappresenta la grave violazione dei diritti umani e 100 il raggiungimento di una totale parità tra gli individui, l’Italia ha raggiunto un punteggio del 22,33%, perdendo circa un punto percentuale rispetto allo scorso anno, e posizionandosi al 35° posto su 49. Secondo Ilga-Europe, in Italia nulla è stato fatto per contrastare i crimini di odio e l’hate speech, e molto poco per il raggiungimento della parità e contro le discriminazioni.

Purtroppo questi non sono i primi dati che ci informano di come la situazione in Italia per la comunità LGBTQ+ sia molto meno florida di ciò che si possa immaginare, o meglio, sperare. Nonostante alcuni progressi che il nostro Paese ha fatto in termini culturali e legislativi negli ultimi anni, fare parte della comunità LGBTQ+ in Italia vuol dire infatti essere ancora al centro di una serie di discriminazioni e oppressioni, che spesso sfociano nella violenza vera e propria. Stando all’indagine sulla comunità LGBTI pubblicata nel 2020 dall’Agenzia dell’Unione Europea, ad esempio, in Italia il 62% delle persone intervistate ha dichiarato di non dire mai o quasi mai il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere. Il motivo è chiaro: fare coming out potrebbe avere delle ripercussioni negative che potrebbero andare a minare la sicurezza della persona su più livelli. Secondo il Gay Center di Roma, ad esempio, ogni giorno circa 50 persone – per la maggior parte adolescenti – chiamano o scrivono al servizio gratuito di consulenza del centro, Gay Help Line. Di questi contatti, la metà delle persone lesbiche, gay o bisessuali e il 70% delle persone transgender ha avuto moderati o gravi problemi in famiglia dopo aver fatto coming out, dalla perdita del sostegno economico all’essere cacciatə di casa. Moltə giovani riportano anche diversi episodi di odio online e cyberbullismo. Il report “Society at a Glance”, pubblicato nel 2019 dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD), ha poi rilevato che il 63% delle persone che vivono in Italia intervistate non accetterebbe che una persona transgender ricoprisse la carica politica più alta, ma neppure come collega di lavoro, nuora o genero. Inoltre, sempre dalla stessa indagine risulta che una persona omosessuale abbia il 30% in meno di probabilità di essere chiamata per un colloquio di lavoro rispetto a chi invece è eterosessuale. Nel 2020, l’OECD ha pubblicato un altro report dal titolo “Over the Rainbow? The Road to LGBTI Inclusion” in cui emerge come l’Italia abbia sì fatto dei passi in avanti in termini di inclusione, ma sia ancora al di sotto della media di altri Paesi per quanto riguarda le tutele della comunità. Innanzitutto, dice lo studio, mancano delle leggi che esplicitamente diano garanzie e proteggano le persone LGBTQ+ contro discriminazioni e violenza.

Di una legge di questo tipo in realtà si sta parlando da oltre due anni, da quando venne presentata per la prima volta in Parlamento nell’ottobre 2019. Si tratta di un disegno di legge che ha come titolo “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità” e che conosciamo come DDL Zan dal nome del suo primo firmatario, il deputato del Partito Democratico Alessandro Zan. Dal 2019 a oggi, il DDL Zan ha subito continui rimandi e rimaneggiamenti, nel tentativo di ostacolare e limitare i lavori per l’approvazione di una legge di cui l’Italia ha un estremo bisogno.

Cosa prevede il DDL Zan?

Il DDL Zan è una sintesi di cinque proposte di leggi precedenti presentate da vari partiti. È composto da 10 articoli e nello specifico introduce i concetti di sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere; vuole apportare delle modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale e alla Legge Mancino; e propone l’istituzione di una Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, il 17 maggio, in occasione della quale verrebbe chiesto alle scuole e alle amministrazioni pubbliche di prevedere attività e iniziative di formazione in un’ottica inclusiva. I punti più importanti sono quelli che riguardano le modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale e alla legge Mancino. Nello specifico, il 604-bis punisce chi fa propaganda su “idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico” o istiga a commettere discriminazioni o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. In questo caso, il DDL Zan estende l’ambito di applicazione per motivi legati a sesso, genere, identità di genere, orientamento sessuale e disabilità per istigazione a discriminazioni e violenza ma non per il reato di propaganda. Il 604-ter riguarda la “circostanza aggravante” che col DDL Zan verrebbe estesa anche ai motivi legati a sesso, genere, identità di genere, orientamento sessuale e disabilità. L’articolo 3 invece è quello che riguarda l’estensione dell’ambito di applicazione della legge Mancino, che prevede il carcere per chi “incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. Il DDL Zan vuole ampliarlo, anche qui, ai motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità.

Nonostante i continui rinvii, il DDL Zan è stato approvato alla Camera nel novembre 2020, per poi rimanere nuovamente impantanato a causa di svariati tentativi di ostruzionismo, finché il 28 aprile 2021 non è stato finalmente calendarizzato anche in Commissione Giustizia al Senato. Come ha spiegato il deputato Alessandro Zan, è possibile che i lavori andranno per le lunghe tra audizioni ed emendamenti, ma il problema principale riguarda la possibilità che vengano approvate delle modifiche al testo: se ciò accadesse, il testo modificato dovrebbe ritornare alla Camera e tutto il processo verso l’approvazione di questa legge dovrebbe ripartire da zero.

Le ragioni di questo ostruzionismo sono tutte prettamente ideologiche e politiche e lo dimostrano le motivazioni addotte dall’opposizione. Tra queste, la più diffusa tra chi si dice contrario al DDL Zan è quella che sostiene che esistano già delle norme che regolano e condannano le discriminazioni e la violenza. Nel codice penale, infatti, è prevista l’aggravante per “motivi abietti e futili” che secondo qualcunə potrebbe essere applicato anche ai casi di aggressioni nei confronti della comunità LGBTQ+ e delle persone con disabilità. Il DDL Zan però dà innanzitutto valore giuridico alle soggettività prese in esame e riconosce poi l’esistenza di atti discriminatori e violenti che si verificano esclusivamente per motivi legati all’identità delle persone colpite. Non (voler) vedere la necessità di questa specifica vuol dire fingere che non esistano l’omolesbobitransfobia, la misoginia, l’abilismo, e che la comunità LGBTQ+ tutta non sia al centro di persecuzioni costanti e su più livelli. Vuol dire cercare di fornire una visione della realtà mistificata, che non tiene conto di ciò che effettivamente succede nella vita di molte persone.

Un altro punto preso di mira, quello che sia da destra sia da sinistra sta ricevendo maggiori attacchi, è l’identità di genere. Nonostante sia già presente nel sistema legislativo italiano e sia stata riconosciuta come diritto fondamentale dalla Corte Costituzionale e da trattati europei e internazionali, moltə esponenti politicə vorrebbero eliminare il riferimento all’identità di genere in una legge di contrasto ai crimini d’odio nei confronti della comunità LGBTQ+. Non può esistere però evidentemente una legge che tuteli la comunità e che al tempo stesso escluda le persone transgender: vorrebbe dire non riconoscere la loro esistenza, continuare a calpestarne i diritti e non tenere conto di una parte fondamentale della comunità, che è anche quella più discriminata. Secondo l’indagine dell’Agenzia Europea già riportata, infatti, il 54% delle persone transgender si è sentito discriminato nei 12 mesi precedenti l’intervista e gli episodi si sono verificati in maniera trasversale a scuola, sui luoghi di lavoro, nelle strutture sanitarie. La percentuale sale al 69% se si parla di donne trans. Inoltre, dice sempre l’indagine, la comunità transgender ha maggiori probabilità di subire violenze e aggressioni.

Alcune critiche al DDL Zan hanno riguardato poi anche l’inserimento delle donne nel testo, perché c’è chi sostiene che queste non siano una minoranza da tutelare. In termini numerici, è vero, le donne non sono affatto minoritarie nella nostra società, ma il punto focale del DDL Zan non è tanto la tutela delle minoranze, quanto il contrasto della violenza e dell’odio che alcune categorie subiscono in quanto tali e le donne sono tra queste. Secondo il monitoraggio svolto da Amnesty International che prende il nome di “Barometro dell’odio”, ad esempio, le donne sono la categoria più odiata del web e 1 attacco su 3 a loro rivolto è a sfondo sessista. Quello della violenza e delle discriminazioni contro le donne è un fenomeno sistemico e pervasivo, che non può essere negato e a cui è necessario dare risposte concrete anche attraverso leggi specifiche.

I limiti del DDL Zan

Le criticità che il DDL Zan presenta riguardano piuttosto i limiti entro cui questo si muove. Fin dalle definizioni, infatti, il disegno di legge di contrasto alle discriminazioni nei confronti della comunità LGBTQ+ si attiene a un sistema di genere binario, per cui già di per sé esclude alcune categorie, come le persone non binarie e gender nonconforming. Allo stesso modo, anche la definizione di orientamento sessuale come “l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi” opera un’esclusione nei confronti delle persone asessuali e aromantiche. Problematico è poi anche l’articolo 4, che salvaguarda la libertà di opinione e il pluralismo delle idee “purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compi¬mento di atti discriminatori o violenti”. Una buona parte dell’opposizione ha definito il DDL Zan come “liberticida” e ha parlato di minaccia alla libertà di espressione e di rischio di “censura”, qualora venisse approvato, spesso adducendo esempi per nulla pertinenti con i temi trattati dal disegno di legge e anche piuttosto creativi. La pressione è stata (ed è) talmente forte che la scelta di introdurre un articolo che si premura di proteggere la libertà di espressione quando si parla di crimini d’odio appare una vera e propria forma di compromesso, soprattutto alla luce dell’esistenza di un altro articolo (Articolo 21) nella Costituzione Italiana che recita che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Lo stesso articolo 21, in realtà, come specificato da diverse sentenze della Cassazione, non può essere offensivo o ledere la dignità della persona.

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Viene da chiedersi allora: se la nostra Costituzione già prevede la salvaguardia della libertà di espressione, da cosa deriva la necessità di rimarcarlo in una legge che vuole contrastare i crimini d’odio? E qual è in questo caso il limite tra la libertà di espressione e la discriminazione? Cosa c’è a supporto di un’affermazione denigratoria se non un pensiero discriminatorio?

È vero anche che un sistema punitivo non genera un cambiamento culturale, per cui non sarà la presenza di una norma che prevede delle multe o il carcere a ridurre le aggressioni. D’altro canto, però, è importante collocare questa legge nel sistema attuale, in cui chi perpetra violenza nei confronti della comunità LGBTQ+, delle donne e delle persone con disabilità non subisce alcuna conseguenza specifica per il reato commesso e, anzi, potrebbe addirittura sentirsi legittimato in un Paese che non riconosce quella violenza e fa pochissimo per contrastarla. Un Paese che necessita di essere richiamato da parlamentari europeǝ per la lentezza con cui si sta procedendo nel percorso di approvazione del DDL Zan. Un Paese in cui sui giornali e nelle televisioni possono essere utilizzate frasi e parole offensive nei confronti di comunità marginalizzate, in nome di una presunta comicità e della libertà di espressione, ma che urla alla dittatura quando si fa notare che si sta agendo violenza.

Viviamo in un Paese e in un’epoca in cui la maggiore preoccupazione delle persone – soprattutto di chi detiene il potere – sembra essere quella di poter continuare a esprimere la propria opinione, persino quando si sta parlando della vita e dell’identità delle altre persone. Persino quando quella opinione non è un’opinione, ma l’attuazione di un sopruso. Persino quando questa è frutto di pregiudizi, lede la dignità altrui e contribuisce a un clima di odio dove al centro ci sono altre esistenze. La mia opinione non può valere più della tua dignità, della tua vita. Perché, da qualunque punto di vista la guardiamo, è di vite che stiamo parlando.

Secondo Ilga-Europe, per migliorare la situazione politica e legale della comunità LGBTQ+ in Italia, è necessario il riconoscimento della stepchild adoption, per offrire tutele legali aə bambinə di famiglie omogenitoriali, vietare interventi non necessari su bambinə intersex e introdurre una legge di contrasto ai crimini d’odio per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere. È evidente che il DDL Zan abbia dei limiti e che finché qualcunə si sentirà esclusə non potremo sentirci soddisfattə (motivo per cui anche l’idea che oggi si parli solo di omolesbobitransfobia non ci basta e lotteremo per implementare in quella sigla dell’IDAHOBIT tutte le lettere necessarie), ma abbiamo bisogno di cominciare, di riconoscere esistenze e di continuare a parlarne. Non solo oggi, ma tutti i giorni, perché la disciminazione contro la comunità LGBTQ+ non è e non possiamo accettare che venga considerata come un’opinione. Lo dicono i dati, ma soprattutto lo dice chi la subisce: è un problema reale e ha effetti concreti sulla vita delle persone, non dimentichiamolo.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Sharon McCutcheon, Karl Bewick su Unsplash e di Sarawut

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